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Vita da quarto Uomo [allucinazioni] (Inter-Napoli)

Sotterranei

(Nel buio si distinguono due figure. Si fanno largo tra cumuli di terra, le azioni sono lente e pesanti, inciampano, sbattono, trascinano degli arnesi, forse delle pale. Camminano e scavano, scavano e camminano. L’ambiente è umido, il soffitto è basso, le pareti sono un’accozzaglia di grosse pietre lisce trasudanti, fanghiglia e ciottoli).

– Come siamo finiti nei sotterranei?
– Non hai ancora compreso l’esegesi delle stanze? Tutta questa metafora leziosa e barocca delle stanze colorate come rappresentazione degli stati d’animo. D’altronde non hai tutti i torti, è una noia mortale.
– Certo che l’avevo afferrata. È l’ambiente sotterraneo che mi sfugge. Mi aspettavo una stanza luminosa, ariosa, magari con dei divanetti in pelle, dei gatti, un carrello di liquori. Dovremmo avere un sentimento positivo oggi.
– Ho sbagliato tutto con te.
– Se hai sbagliato tutto con me è perché hai sbagliato tutto con te stesso.
– Ancora questa storia delle allucinazioni. Dove finisci tu dove inizio io bla bla bla. Manfrine. Ormai sono superate. Non importa più a nessuno. Adesso basta pigolare e scava.

(L’azione è prolungata, i due scavano alla cieca, i mucchi di terra sono sparsi, disordinati, è un’azione inutile, che non porta a niente, non scavano un tunnel, non scavano delle buche, non scavano per cercare qualcosa. Il silenzio è scandito da respiri affannati, sporadici colpi di tosse. È caldo, caldissimo. L’odore di sudore ristagna).

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Vita da Quarto Uomo [allucinazioni] (Napoli-Juventus)

La stanza sott’acqua

(È buio. Due corpi affondano. Non oppongono resistenza. La massa è pesantissima. Precipitano. Si tolgono i vestiti fino a restare nudi. Le azioni sono lentissime, per tutto il dialogo)
– Iniziamo malissimo.
– Perché?
– Come perché. Stiamo intavolando un discorso in una stanza sott’acqua. Nudi. Ti renderai conto anche tu dell’assurdità della faccenda.
– Sarebbe stato assurdo restare vestiti, sott’acqua.
(pausa)
– Non divagare.
– Non angosciarti, sono licenze. La realtà si concretizza mentre parliamo, mentre scriviamo. Devi immaginare che non c’è un prima, non c’è un dopo, che ciò che è reale oppure no lo stabiliamo noi, ciò che è possibile lo decidiamo noi.

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Vita da Quarto Uomo [allucinazioni] (Napoli-Real Madrid)

La stanza bianca / parte 2

Scrivi. Capitolo Uno. Fenomenologia dell’infelicità. Anzi. Cancella infelicità e scrivi: afflizione. Afflizione è meno lacrimoso e concede maggiore spazio al patimento. Aggiudicato. (solenne) Fenomenologia dell’afflizione. Temi, problemi, aggiornamento bibliografico. A capo. Paragrafo Uno. Economia e gestione dell’afflizione.
– È una causa persa.
– Perché sarebbe una causa persa.
– Non puoi dettare un vademecum per governare gli stati d’animo.
– Sciocchezze. Tutto si può amministrare. Catalogare. Incasellare. Tutto. Registrare. Archiviare. Etichettare. Schedare. Tutto. Serve solo un metodo.
– E quale sarebbe il tuo metodo innovativo.
(in mano ha una benda. bianca. lunga circa novanta centimetri. i bordi non sono definiti, pendono filamenti su tutto il perimetro, come se fosse stata strappata da un lenzuolo o da una stoffa più grande. si arrotola la benda sulle mani, lentamente. con gesti ampi)
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Vita da Quarto Uomo [allucinazioni] (Juventus-Napoli)

La stanza verde / parte 2

– Siamo già stati qui.
– Mi ricordo.
– Parlavamo di speranza, di sentimenti positivi. Tu però non eri convinto.
– Infatti.
(pausa)
– Avevi ragione.
– Su cosa.
– Sul verde. Se lo guardi bene non è così verde, è quasi un grigio.
– È marcio.
(pausa)
– Non vedi che le pareti sono ricoperte di muffa?
Mi avvicino. Tocco la superficie. È viscida, è filamentosa, è vischiosa. Uno strato di decomposizione inghiotte le pareti. L’odore di stantio è così penetrante che non sento più niente. Non vedo più niente. Le spore si disperdono tra le mie ciglia, nelle cavità nasali. Si disperdono e si riproducono, sopravvivono. Sopravvivono sempre.
– Tutto è in malora, tutto è in putrefazione. Anche tu.
(pausa)

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Vita da quarto Uomo [allucinazioni] (Real Madrid-Napoli)

La stanza bianca

C’è una finzione tra quello che vediamo e ciò che realmente accade. È un frammento di vetro che intacca il nostro bulbo oculare, si incunea nelle membrane e distorce le immagini, le deforma, le contorce, le disperde. Eppure le cose sono lì, le tocchiamo, le sentiamo sotto i polpastrelli. È una finzione che non percepiamo. Avvertiamo il fastidio di un corpo estraneo, ci stropicciamo l’occhio, chiudiamo e apriamo ripetutamente le palpebre. Niente. Ciò che mettiamo a fuoco è la nostra verità. Unica, indiscutibile. E quelle immagini si fissano nella mente, un istante e sono già ricordi. Unici, indiscutibili. Ognuno convive con la sua finzione, con la sua scheggia di vetro. È anatomia, è morfologia, è fisiologia del corpo. Nasciamo con i nostri frammenti, li coltiviamo, li annaffiamo. E ci stupiamo e ci indigniamo quando altri ci illustrano le proprie realtà. Com’è possibile. Eppure le cose sono lì, le tocchiamo, le sentiamo sotto i polpastrelli. La luce inonda tutto. Non vedo più niente.

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Vita da Quarto Uomo [allucinazioni] (Bologna-Napoli)

La stanza rossa

Questa valanga di pensieri che mi affolla la testa. Dove finiscono le parole, le opinioni. Si stagnano nel cervello, si avvinghiano ai tessuti, alle fibre, ai vasi sanguigni. Non riesco a dominarli i pensieri. Si spingono, si strattonano, si affondano la testa nei fluidi i pensieri. È una gara. Tutti chiedono di uscire. Si scapicollano tra le terminazioni nervose protesi in avanti fino a sfiorare le sinapsi. Tutti urlano le proprie ragioni. È un giro disperato di archi e di fiati, è un rimbombo ossessivo di percussioni. E quando ti illudi di averne intrappolato uno ecco che i pensieri si moltiplicano, quell’uno ne conteneva altri dieci, cento, mille, tutti collegati, tutti connessi. Tutti che si rincorrono, si spingono, si avvinghiano ai tessuti, si affondano la testa nei fluidi. E chi arriverà prima al traguardo determinerà quello che sarà dopo. Un gesto, un’occhiata, novanta secondi di tutto e di niente, novanta minuti di tutto e di niente.

La miseria umana sta tutta lì. La fortuna umana sta tutta lì.

Come eravamo. Come siamo adesso. Cosa siamo diventati. Cosa ci trasforma. Non ce ne frega niente quando va tutto bene. Com’è che scoppia il petto, com’è che scoppiamo di emozioni. Le orecchie si arroventano, pulsano le tempie. Lo sguardo di un attimo che nessun altro nota. Lo sguardo di un attimo senza guardarsi. I pensieri sono i miei occhi, ti vedono, ti percepiscono, sanno che sei lì e anche i tuoi pensieri sanno che sono qui, mi scrutano, in attesa. Sanno cosa sto per fare. Sanno che sto per passare la palla e sanno esattamente con quale spinta, con quale forza, con quale velocità, con quale angolazione. Ma questi sono altri pensieri. Questi non vogliono uscire. Scalpitano. Si arrampicano i pensieri. È lo stesso giro disperato di archi e di fiati, è lo stesso rimbombo ossessivo di percussioni. Ma la musica è un’altra.

– E come fa a essere un’altra musica se è lo stesso giro con gli stessi strumenti.
– Dovrebbe essere un altro modo di sentire, un altro modo di ascoltare.
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Vita da Quarto Uomo [allucinazioni] (Milan-Napoli)

La stanza verde

C’è un istante in cui il respiro si ferma. Resta sospeso. È un’incalcolabile frazione di tempo. Un battito. Lo stomaco si contorce. Uno spasmo. I muscoli si contraggono. Che tu sia allo stadio, sul divano di casa, in macchina, in coda alla cassa del supermercato. Non puoi sottrarti. Uno scatto.

E poi arriva. Quel momento condiviso. Quel movimento all’unisono. Può essere un gesto ampio, scomposto, esagerato, un’esplosione. O uno piccolo, piccolissimo, silenzioso, timido, quasi impercettibile. Un balzo, un sussulto della testa, un pugno che si stringe. È un gesto che non è solo esultanza. È un gesto che è insieme rabbia e gioia, speranza e frustrazione, vitalità e vergogna. È un gesto che è una settimana di cartellini timbrati, di schermi del computer, di pioggia alla fermata dell’autobus, di vassoi della mensa, di silenzi e rimpianti, di certamente ci sono cose più importanti. È un gesto che è riflesso dell’esistenza.

Ecco, quell’istante in cui i tifosi di una squadra esultano per un goal. Quell’incalcolabile frazione di tempo. Quello spasmo condiviso, all’unisono. Ecco, è quell’unicità, è quella sincronia a muovermi qualcosa, a farmi sentire parte di qualcosa. E se potessimo afferrare l’energia che si sprigiona in quel lampo e rinchiuderla in un barattolo

– Cosa ci faresti?
– Cosa?
– Cosa ci faresti con l’energia umana in barattoli.
– Io. Non lo so, era per dire qualcosa che avesse un tono importante.
– L’idea non era male.
(silenzio)
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Vita da Quarto Uomo [apparenze] (Roma-Napoli)

E quindi cosa hai imparato?
Cosa ho imparato.
Cosa hai imparato.
(pausa)
Le apparenze prima di tutto.
(pausa)
Ma quali apparenze. Le apparenze sono una cazzata.
(pausa)
Non hai capito niente delle apparenze. Non hai imparato niente. Quindi.
Niente.
Niente.
Sono mesi che parliamo.
Sono mesi che osserviamo.
Sono mesi che sentiamo.
Sono mesi.
Tempo. Cos’è il tempo.
Me lo stai chiedendo sul serio.
Te lo sto chiedendo sul serio.
(pausa)

sculture e foto di Margherita Cambi
sculture e foto di Margherita Cambi

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Vita da Quarto Uomo [apparenze] (Inter-Napoli)

Come si impara la sopravvivenza.
Come si insegna l’accettazione.
Le apparenze prima di tutto.

È quindi una colpa voler essere felici?
Felicità è una parola impegnativa. Si può usare veramente due, tre volte in tutta una vita. Quattro se ti va bene.
E tu quante volte l’hai usata?

Attenzione: si prega di tornare indietro e depositare gli oggetti metallici.
Ferro. Piombo. Alluminio. Litio. Ottone.

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Ti ricordi com’era semplice un tempo? Bastava un attimo per essere felici. Un attimo. E tu quanti attimi ricordi? Quanti istanti trattengono i tuoi piedi nella terra? Scavano fosse gli attimi, ti intrappolano fino alle ginocchia e ti inchiodano a una vita che non ti appartiene più. La terra entra nelle scarpe, tra le dita, nelle unghie. È marrone la terra, è nera la terra. È petrolio. Gli attimi ti inquinano e ti invischiano in un passato che non c’è più e in un presente che vuoi dimenticare. Continua a leggere Vita da Quarto Uomo [apparenze] (Inter-Napoli)

Vita da Quarto Uomo [apparenze] (Udinese-Napoli)

Come si governano i dèmoni.
Come si domano le inquietudini
Le apparenze prima di tutto.

Il Quarto Uomo stava in piedi. Vedevo le sue spalle, la leggera curvatura della schiena. Guardava fuori dalla finestra.

Potremmo uscire, bere qualcosa. Si sta benissimo fuori.
Non vedi che i muri si sciolgono?, rispose.

L’intonaco grondava, spurgava i malesseri, placando le agitazioni. La stanza era liquida. Io ero in piedi in una stanza liquida mentre l’intonaco grondava spurgando i malesseri, placando le agitazioni. Grondava, gocciolava. Tornammo puri, e limpidi. E disperati.

Guarda più da vicino.
Faccio finta di non vederti, cambio strada, mi soffermo su un’imperfezione del lastricato, ricordo qualcosa di dimenticato.

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Come hai combattuto i dèmoni.
Come hai domato le inquietudini.
Tu. Continua a leggere Vita da Quarto Uomo [apparenze] (Udinese-Napoli)

Vita da Quarto Uomo [apparenze] (Napoli-Genoa)

Come ci si abitua all’assenza.
Come ci si abitua al vuoto.
Le apparenze prima di tutto.

Il Quarto Uomo ascoltava.
Mi capisci?
Il Quarto Uomo esitava.

Che cos’è il vuoto. Un’assenza di materia, forse. E dove va questa materia? Scorre, inesorabile. Si trasforma, forse. Trasformarsi, diventare altro, qualcosa o qualcuno altro. Rigenerarsi.
Oppure il vuoto è Oblio, Dimenticanza.
Vuoto. Sostantivo maschile singolare.
Il Vuoto è dunque Assenza? E se non c’è, Esiste? E se non esiste, come possiamo sentirne la mancanza?

Mi senti?

Inonda gli occhi di splendore. Sazia la bocca di meraviglia. Assorda le orecchie di incanto.  – rispose.

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(silenzio) Continua a leggere Vita da Quarto Uomo [apparenze] (Napoli-Genoa)

Vita da Quarto Uomo [attese] (Frosinone-Napoli)

Lunedì 11 gennaio 2016 ore 19.42
Interno appartamento

I calzini erano ovunque. Sul pavimento, sul davanzale della finestra, ai piedi del letto. Erano calzini di bassa fattura, di cotone, con rattoppi e cuciture improvvisate. Neri, grigi, blu. Un tappeto di calzini spaiati. Nero sbiadito, grigio scuro, blu pallido. Di quelli con l’elastico ormai lento, di quelli che ti scendono alle caviglie dopo due passi. E poi ce n’erano di nuovissimi. Profumati, rigidi. Sul pavimento. Un tappeto di calzini spaiati.

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Andavo nel suo appartamento tutti i lunedì. Stiravo le camicie. Camicie bianche, bianche a righine azzurre, bianche a righine nere, bianche a righine bordeaux. Bianche. Colletti inamidati, polsini abbottonati. In realtà non ho mai capito quante camicie avesse. Erano tutte uguali.

Andavo nel suo appartamento tutti i lunedì ma era la prima volta che entravo nella sua stanza. Mi lasciava le camicie in salotto, in un cesto, accanto all’asse da stiro. Un post-it con scritto Grazie. Punto.

Quel lunedì invece niente. Nessun cesto, nessuna camicia, nessun post-it.

C’era un silenzio ovattato. E allo stesso tempo percepivo un sibilo, una specie di fischio continuo, persistente e lontanissimo.

La porta della stanza era socchiusa. Non era mai socchiusa. S’intravedeva una luce. Entrai. Continua a leggere Vita da Quarto Uomo [attese] (Frosinone-Napoli)

Vita da Quarto Uomo [attese] (Napoli-Roma)

Martedì 15 dicembre 2015, ore 15.58
Un luogo qualsiasi

Carissimo,
sono giorni confusi questi, di prati immersi nella nebbia, di impalpabile realtà. Capitano cose a volte a cui non siamo preparati. O a cui siamo pronti dalla nascita solo che ancora non ce ne siamo resi conto. Mi chiedo se sia possibile vivere così. In costante attesa di qualcosa che neanche immaginiamo. Come siamo arrivati a questo punto? Qual è stato il percorso? Pianifichiamo, impostiamo, modelliamo. Rubiamo dalle vite degli altri. Amico mio, ci sforziamo di restare a galla ma siamo solo barchette di carta in una pozza d’acqua. In una pozza di fango.
Carissimo, sono giorni incerti questi, di stanze immerse nel fumo, di silenzioso frastuono.

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Vita da Quarto Uomo [attese] (Verona-Napoli)

Lunedì 23 novembre 2015, ore 10.19
Cassa del supermercato

L’Attesa ha lunghe gambe affusolate, un tacco impegnativo e veste in modo impeccabile. Viene da te e si presenta con un nome comune, di quelli che ti scordi alla prima sillaba.  Ti lusinga, ti corteggia. Ti sorride. Ha denti bianchi, perfettamente allineati. Ti illude che ci sia ancora tempo, che non tutto sia perduto.

Tu aspetti, fai i tuoi conti. Lei ti guarda, annuisce. Stai lavorando bene, continua così. Sussurra. Ha un filo di rossetto, mai volgare. Tu aspetti, c’è tempo. Temporeggi, gestisci. Provi a inventare. Davanti a te un muro, ti innervosisci. Prendi a testate il muro, cadono calcinacci e basta. Stai lavorando bene, continua così. Ti tranquillizza. Le perle nella sua bocca brillano.

E poi una notte ti svegli e Lei ti sta tirando le coperte, ti scopre i piedi. Ti raggomitoli, ti giri sul fianco. Lei insiste, ha mani fredde, senza vita. Con gli occhi chiusi inizi a tirare calci, Lei cade dal letto. Pensi che ti abbia lasciato in pace, ti addormenti. E lei si inginocchia al tuo fianco e ti bisbiglia all’orecchio di mari in tempesta, di vuoti, di cumuli di terra che ti coprono la faccia.

Quando apri gli occhi Lei ti sta divorando le interiora. Ha labbra grondanti di sangue e sorride incurante. I suoi denti sono marci, dai molari esplodono vermi neri.

Stai lavorando bene, continua così. Ride.

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Vita da Quarto Uomo [attese] (Napoli-Palermo)

Giovedì 29 ottobre 2015, ore 18.27
Attraversamento pedonale

Del Quarto Uomo ricordo l’odore. Non perché profumasse in modo particolare o perché puzzasse. Aveva un odore di tardo pomeriggio invernale. Di caminetti accesi e bambini che corrono lanciando petardi. Eravamo uno accanto all’altro. Le maniche dei giacconi si sfioravano. E questo odore avvolgente e ancestrale mi penetrava in ogni orifizio. Non avevo il coraggio di voltarmi e guardarlo. Temevo che sul suo volto avrei visto chi ero stato e chi non ero mai diventato. Feci un passo indietro. Guardai la sua schiena. Quella curvatura, quell’inclinazione, quel movimento della spalla. Inconfondibile. Fu allora che lo riconobbi. Era il Quarto Uomo.

Di caminetti accesi
Di bambini che corrono lanciando petardi

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