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5 motivi per cui l’Inter ha fatto bene (oppure no?) a riprendere il Mancio

Ieri vi abbiamo deliziati (?) con il nostro personalissimo coccodrillo a Mazzarri. Oggi, allo stesso modo, vogliamo dare il benvenuto a Roberto Mancini, che torna sulla panchina dell’Inter 6 anni dopo quello sfogo post-eliminazione (tanto per cambiare) precoce in Champions e dopo quell’incredibile scudetto vinto a Parma, sotto al nubifragio, grazie ad un Dio svedese.

Fonte: account instagram MrMancini10
Fonte: account instagram MrMancini10

Perchè l’Inter ha fatto bene a riprenderlo:

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La solitudine dei numeri 9 (e 10, e 11)

Il capro espiatorio era in origine un rituale ebraico per cui un capretto veniva simbolicamente caricato dal sommo sacerdote di tutti i peccati di un popolo e quindi allontanato dalla città. Immaginate una folla schiumante di rabbia artificiale, la disperazione di un povero capretto ciondolante verso l’ignoto deserto palestinese, lui incolpevole simbolo di un popolo incapace di fare la conta dei propri errori, o, forse, così illuso della propria purezza da non volere macchiare l’abito.

Difficilmente ai giorni nostri vi capiterà di notare capretti a zonzo per i suburbi di Gerusalemme. Allo stesso modo nessuno, a qualsiasi latitudine vi troviate, avrà l’ardire di caricare le proprie negligenze su un indifeso ovino. Eppure il capro espiatorio, smesso il corpo e fattosi concetto, si è proiettato attraverso i millenni, immune a epoche e illuminismi.

Il calcio, ad esempio, da sempre necessita di più o meno colpevoli capretti da spedire nel patrio deserto. Valga per tutte la storia di Moacir Barbosa, portiere brasiliano accusato di aver provocato il Maracanazo, la sconfitta nella finale del mondiale casalingo 1950. Una squadra a cui basta il pareggio per alzare la coppa si riversa in attacco sul punteggio di 1-1 e prende goal in
contropiede. La colpa? Del portiere. Siamo in Brasile, mica si può dare la colpa, che so, al numero dieci.

Un portiere, appunto. Un tempo i capretti erano portieri. La colpa degli insuccessi era di questi spilungoni castigati alla porta in quanto meno bravi nel fraseggio palla al piede. Fu esiliato nel deserto antistante Praga l’ottimo numero uno cecoslovacco Schrojf nel 1962, mentre un giretto in zone poco ospitali della nostra penisola toccò a Zoff nel 1978 e Zenga nel 1990. Qualche tedesco ebbe l’ardire di accusare pure l’immenso Kahn nella finale mondiale 2002. Una topica clamorosa la sua, ma se quella scarsa formazione tedesca era giunta fin lì, gran parte del merito era di quel signor portiere.

Una delle novità dell’ultimo mondiale è appunto questa: non sparate sui prortieri, bersagli facili, capretti dal colore differente al rimanente del gregge, indirizzate i vostri strali verso i numeri più alti, addebitate le vostre incazzature alle stelle per eccellenza: gli attaccanti. Mai visto tanti numeri nove sulla graticola come in Brasile: Messi, Fred, Balotelli, Higuain e altri. Campioni cacciati dalla città dei sogni, macchine da goal parcheggiate e abbandonate al loro infelice destino, tra striduli pianti di bambini e opinioni ragliate all’unisono da un popolino tradito.

Insomma, per uno sparuto gruppo di portieri (taluni sconosciuti) alzati sugli scudi, in Brasile tante sono state le punte spuntate del loro orgoglio. Il fatto è che le aspettative
riversate su questi numeri nove erano troppe. Venticinquenni dalle spalle spesso ridotte trasformati in uomini della provvidenza e caricati di una responsabilità che non sono in grado di sopportare. Perché? Sponsor, tirature di giornali, visualizzazioni di post e telegiornali: l’attaccante fa goal e il goal è rumore, battimani, clamore, emozione più facilmente traducibile in spot, notizie, parole. In un mondo dominato dal marketing, dove i calciatori si acquistano non solo in base a piedi e muscoli, ma pure a ghigno ribelle e capacità di twittare, sottile è il passaggio tra la gloria e l’onta, profondo è il baratro. Se fai goal ti tirano le mazzette, se non fai goal ti tirano le mazzate.

Qualcosa non torna. Non tornava con il povero Moacir, non torna ora con i meno poveri Fred & co. Affidare la propria sorte all’uomo della provvidenza è segnale di debolezza, mancanza di fiducia nei confronti di un gruppo che non si considera coeso e vincente. Maradona 86 e pochi altri mirabili esempi a parte, non si è mai visto un singolo trascinare al successo un’intera squadra. Soprattutto, non glielo si è mai chiesto. Oggi, però, c’è pure da fare i conti con un mercato mondato di ogni parvenza di umanità, instabile e generatore più di lutti che ricchezze. Quando non si sa che pesci pigliare, quando non si è programmato un futuro, non rimane che affidarsi all’uomo della provvidenza. Dall’economia al pallone, le dinamiche si mutuano. Cercasi eroi: per la patria, per il mondiale, per il sorriso dei bambini, per le nuove generazioni, per il mercato, per il vostro posto di lavoro. E un eroe che non salva la pulzella dal drago infernale merita la gogna.

Poveri numeri nove, quindi. E aggiungete pure i dieci (capitolo a parte: che fine hanno fatto?) e gli undici. Un tempo facevano sognare con i loro goal. Che poi certo, mica sempre segnavano, ma tutt’al più si prendevano una botta di scarpone! e via andare. La medaglia ha un lato d’oro purissimo, preziosa come gli ingaggi faraonici che i moderni frombolieri si portano a casa. L’altro lato è meno prezioso. Porta inciso un capretto che vivacchia per le steppe d’Israele. Sulla groppa le speranze inevase di chi si è lasciato illudere, di chi ha troppo preteso, di chi vive su una corda che oscilla come i mercati mondiali, di chi ha dimenticato che dietro il numero nove c’è ragazzo. Talvolta manco una cima, per intenderci.

Il Mondiale spiegato a un giocatore di libro-game

N.B. Se tu non hai vissuto negli anni novanta, probabilmente ignori il significato di libro-game. Vai subito al Punto (50)

 

N.B.2 Per aiutarti in questo gioco puoi usare il comodo tasto ctrl+F e scrivere il numero di riferimento, ma poi vedi te.

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(1) Inizio. E’ il 12 Giugno del 2014. Ti accingi a iniziare la tua sessione di mondiali brasiliani, sei molto carico, moderatamente. Critico. Hai organizzato tutto, il salotto è stato risistemato dopo mesi di abbandono, il cavo del televisore funziona. Sta per iniziare la prima partita quando squilla il telefono. E’ un tuo vecchio amico delle superiori, che ti chiede di andare con lui in sala scommesse, che c’è ancora tempo. Decidi di andare con lui -Salta al punto (33). Lo ringrazi ma aspetti qualcuno a casa -Salta al punto (15) dici: – No guarda non ho soldi per scommettere, sei gentile a invitarmi, ma sto bene qui -Salta al punto (37), non rispondi a quel cazzo di telefono -Punto (44).

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Il pallone racconta. Finale 1986, Argentina-Germania 3-2

Vi avranno detto che quello del 1986 è stato il Mondiale di Diego Armando Maradona. Vi avranno pure raccontato di come i tedeschi non muoiano mai, portandovi a esempio come risorsero dopo i due conflitti mondiali e paragonando il tutto alla finale germania-argentinadel 1986 e al passivo di due reti recuperato in un solo tempo di gara. Per poi perdere, avranno aggiunto i germanofobi. Come sempre.

Vi avranno raccontato che nei quarti di finale il pibe de oro fece la summa di ottant’anni di storia del calcio in una sola azione. Non si saranno certo dimenticati di parlarvi della mano de Dios con la quale il Diego vendicò la sconfitta argentina nel ben più manotriste scontro di qualche anno prima. E già, perché senza dubbio avranno aggiunto che quella partita, Argentina-Inghilterra, non era una match di calcio, bensì un’estensione della guerra tra le due stesse contendenti per il possesso delle isole Falklands.

Tutto questo lo avete quindi sentito dire più e più volte. Del resto, è sempre bello parlare del giocatore più forte di tutti i tempi nel momento della sua massima ispirazione. Non si può tacere di un appoggio in rete dopo una serie di undici, si: undici, dribbling in sessanta metri di campo. E non si può omettere che nella partita seguente, la semifinale contro il Belgio, Maradona mise a segno un altro goal di quelli che si definiscono da cineteca, un assolo che ha la grande sfortuna di essere stato prodotto pochi giorni dopo il goal definitivo contro l’Inghilterra. Vorremmo poi aggiungere che la Germania si comportò da Germania, ovvero avanzò nel torneo a fari spenti, concedendosi pure una sconfitta con la sorprendente Danimarca dei Laudrup bros. e dimostrando che i calci di rigore sono si una lotteria, ma il biglietto vincente lo si trova solamente nelle ricevitorie tra i fiumi Elba e Reno. Ne sanno qualcosa i francesi, senza dubbio la squadra più forte del torneo (Platini, Tigana, Fernandez, Giresse, Stopyra), ma da sempre destinata alla disfatta ogni qual volta le acque del Reno inizino a ribollire. E così fu anche per la semifinale del 1986: la Francia è più forte, la Germania più solida. 2-0 e tanti omaggi a Monsieur Mitterand. Continua a leggere Il pallone racconta. Finale 1986, Argentina-Germania 3-2

Brillano le stelle: Robben vs. Messi

Questa non è una sfida tra numeri 10. In primis perché Robben  in questo mondiale veste la maglia numero 11, sebbene al Bayern Monaco si fregi del 10. In secondo luogo perché i numeri 10 a sto mondo non esistono più. Certo, Messi si avvicina ad un Baggio, ad un Maradona o ad un Platinì, per certi versi è anche più forte, ma il 10, la fantasia al potere, è un’altra cosa. Detto ciò, Robben e Messi sono i più dotati e rappresentativi giocatori delle due formazioni in campo questa sera. Vediamo un po’ nel dettaglio.

TIRO
Robben 8.5
Messi 9

Robben non ha paura di tirare, su questo non ci sono dubbi. Tira pure forte e se non ci credete, chiedete a quelli che si sono presi una pallonata nella schiena durante i rigidi inverni tedeschi. Il suo pezzo forte è accentrarsi dalla destra e sparare di sinistro. Ogni tanto la va, ogni tanto lasciamo perdere. Messi è il contrario. Non ha un tiro in grado di strappare le reti alla moda del fu Felice Levratto, ma in compenso non c’è birillo che non abbia volutamente districato dalla rete. Mezzo punto in più perché agli squarci di Lucio Fontana preferiamo le pennellate di Antonello da Messina. Continua a leggere Brillano le stelle: Robben vs. Messi

Il pallone racconta: Olanda – Argentina 4-0 (26 giugno 1974)

Comunque quello che avevano da dire già lo hanno detto. Il girone non era granché. Hanno corso troppo, saranno sicuramente in riserva. La Coppa dei Campioni non è il Mondiale, l’Ajax non è l’Olanda. Non sarà un caso se nel dopoguerra l’Olanda non si è mai qualificata. L’esperienza è tutto, vedrai.

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Cruijff e Perfumo

E’ comune ad ogni epoca di cambiamento la necessità, forse dovuta alla paura, di stigmatizzare il nuovo che arriva. Si scomodano i luoghi comuni, quelle certezze ormai svalutate e ridotte a simboli di un passato che non può procrastinare le cesure della storia. Ciò che avvenne in Germania nell’estate 1974 sta al calcio come la rivoluzione francese sta alla storia. Se cruijff nessuno, prima che ciò accadesse a fine settecento, aveva considerato realizzabile al di fuori dei libri un governo non legittimato dal volere di Dio, parimenti prima dell’invasione orange sui campi di pallone non si credeva possibile che il terzino potesse spingersi là dove osano le ali e il mediano ergersi a terminale della manovra offensiva.

L’Argentina era una buona squadra: Perfumo, Yazalde, Houseman, Ayala, Kempes, nomi che, a parte l’ultimo, ora non dicono molto, ma ai tempi componevano un undici tra i migliori della competizione. L’inizio non fu dei migliori, ma si poteva sempre migliorare. E poi nella prima fase del torneo si era pur sempre lasciata alle spalle un’altra grande favorita, l’Italia.

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Non è solo una partita di calcio. Quarti di finale: Brasile-Colombia

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Se alla fine del XV secolo non fossero arrivati gli europei con la loro smania di delimitare e nominare ogni porzione di terra emersa, Brasile e Colombia non sarebbero mai esistiti. Del resto la stessa America, il cui nome deriva da Amerigo Vespucci, sarebbe rimasta quell’enorme, anonimo, pezzo di terra che con la deriva dei continenti si staccò dall’Africa, mentre l’Amazzonia, nome di origine greca che gli fu affibbiato a causa di alcune donne guerriere, sarebbe rimasta una foresta di serpenti abnormi e divinità nascoste un po’ ovunque nella vegetazione. Continua a leggere Non è solo una partita di calcio. Quarti di finale: Brasile-Colombia

Non è solo una partita di calcio. Quarti di finale: Francia-Germania

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Si dice che Augusto, quando venne a sapere che le legioni romane al comando del generale Varo erano state sterminate in quel di Teutoburgo (9 d.C.) da parte dei germanici Cherusci di Arminio, con teatralità tutta latina urlò al cielo Vare, Vare, redde mihi legiones (Varo, Varo, rendimi le legioni). In teoria un fatto d’arme di poco conto, una sconfitta romana, non la prima né l’ultima, nel cuore dell’attuale Germania, area periferica dell’Impero. Ma Augusto, a cui l’intelligenza non difettava, deve avere intuito che quella non era una semplice sconfitta, era la fine del tentativo imperiale di espandersi al di là del Reno, il fiume che oggi divide per un tratto Francia e Germania e da allora divise il mondo latino da quello germanico. Un limes, un solco che dividerà due lingue, due culture e in seguito due nazioni. Francia-Germania inizia allora, mentre Gesù si faceva notare in quel di Gerusalemme e Roma aveva raggiunto uno splendore tale che manco gli anni di Bruno Conti, Pruzzo e Falcao poterono avvicinare. La palla non c’era, questo no. Che poi non è manco detto. La testa di Varo fu recisa e che ne fecero i Cherusci, potenziali stopper abilissimi nel contrasto, lo possiamo immaginare. Continua a leggere Non è solo una partita di calcio. Quarti di finale: Francia-Germania

Le pagelle Cesarine: Olanda-Messico 2-1 & Costa Rica-Grecia 6-4 (dcr)

 

OLANDA – MESSICO

OLANDA

Cillessen – 5.5: Il tiro che non ti aspetti e rischia di rovinarti il mondiale. Dos Santos tira, Cillessen si tuffa con la maestria di un ragazzo dinoccolato nella piscina comunale. Rete. Poi il nulla perché il Messico si rivede pochissimo dalle sue parti. I compagni gli regalano (almeno) un’altra partita nella quale potrà rifarsi.

Blind – 6.5: Il calcio totale sulla pelle di un giocatore. Van Gaal lo maltratta facendolo ruotare in tutti i ruoli e rispolverandone, una volta finiti quelli odierni, alcuni ormai estinti come la mezzala e il centromediano metodista. Lui se la cava, sempre. Dopo il novantesimo si occupa della sala massaggi. Continua a leggere Le pagelle Cesarine: Olanda-Messico 2-1 & Costa Rica-Grecia 6-4 (dcr)

Le pagelle Cesarine: Brasile-Camerun & Messico-Croazia

 

BRASILE – CAMERUN

BRASILE

Paulinho – 5: Al fantacalcio costava poco e io, notoriamente spilorcio perfino con la moneta virtuale, mi sono lasciato tentare. Che cavolo, mi sono detto, un centrocampista titolare del Brasile a 12 milioni? Bene, ha giocato così male che rischia il posto. Come riserva avrei un honduregno da 4 milioni già in volo per Tegucigalpa. Maledetto spilorcio.

Fernandinho – 7: Entra e da un po’ di lustro ad un centrocampo che fatica a meritare l’appellativo di brasiliano. E timbra pure con un puntone da calcio a 5. Quanto sarà costato al Fantacalcio? Vabbé, ormai è tardi.

Fred – 6.5: Chi Adriano, chi Bebeto, chi addirittura riesumerebbe Ademir, mitico attaccante verdeoro del mondiale 1950, piuttosto che vedere quel ceffo di Fred latitare nell’area di rigore avversaria. Lui minaccia di tagliare le gomme a tutti, quindi si ricorda di essere, tra l’altro, anche un calciatore e si degna di combinare qualcosa. Ma, con quello che costano le gomme di sti tempi, vi sconsiglio di dirgli che era fuorigioco.

Neymar Jr – 8: Il ct Scolari sta pensando di privarsi di un centrocampista, comunque inutile visti i risultati, e adibire un giocatore alla difesa dei peroni di Neymar. Una specie di gregario, un angelo custode che abbia come unico fine preservare le terga del numero 10 carioca e, quindi, le speranze di questo Brasile di alzare la coppa.

Scolari – 6: La difesa ha più nomi che sostanza, il centrocampo fa vergogna ai nomi di Didì, Falcao e Dunga, l’attacco è tutto sulle spalle di Neymar. Il buon Felipao non se la prende, questo gli ha dato il buon Dio e questo, sostiene, porterà il 13 luglio al Maracanà. Sperando che Germania, Colombia, Francia, Olanda e Argentina si suicidino strada facendo. Continua a leggere Le pagelle Cesarine: Brasile-Camerun & Messico-Croazia

Le pagelle Cesarine: Croazia-Camerun

CROAZIA 

Srna – 6.5: Dove lo mettiamo l’accento Sig. Srna? Non era meglio comprare una vocale, magari una E? Ecco, guardi come suona bene: Serna! Niente? E allora dove lo mettiamo quest’accento? Sulla R dice? Lei quindi pretende che nazioni di vocalisti incalliti come sono gli europei occidentali pronuncino una roba come SRRRRRna? Non mi stupisce, Sig. SRRRRna, che un discreto giocatore come lei, e lo ha dimostrato anche ieri, non abbia mai giocato che in campionati dell’est.

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Ciò che ricorderemo della prima giornata mundial

La protesta Il primo avvenimento che riportiamo non è sportivo. Quando il mondiale si disputa in un paese povero dove la ricchezza (tanta) è in mano a pochi, le distanze si acuiscono maggiormente. Il Brasile è un paese con molti problemi e disputare un mondiale e un’olimpiade nel giro di due anni è una scelta dovuta alla geopolitica e al businness, non certo al buon senso. Tuttavia, e qui vorremmo legare il lato sportivo a quello sociale, il mondiale non è solo sponsor e soldi che circolano. Vorremmo ricordare l’esempio del mondiale argentino del 1978. Prima dell’avvenimento qualcuno parlò di dittatura spietata, ci fu anche chi ipotizzò un boicottaggio, ma di preciso non si sapeva cosa avvenisse nelle carceri dell’ESMA, non si era a conoscenza del fenomeno dei “desaparecidos”. C’era poi chi, come il prezzolato Pelè, affermava che se i problemi non si vedevano (e in effetti gli squadroni della morte avevano fatto un ottimo lavoro) era perché non esistevano. Poi arrivarono i giornalisti sportivi e si imbatterono in madri piangenti in Plaza de Mayo. Dicevano che i loro figli, oppositori del regime, erano scomparsi, “desaparecidi”. E allora si iniziò a parlare dei crimini della Junta militar, oltre che di calcio. Il nostro augurio è che i mondiali di calcio assolvano anche questa funzione di informazione e portino agli occhi di europei e americani i problemi che non sono solamente brasiliani, ma anche nostri.

25′ di cerimonia Si parla di Amazzonia, di acqua, di popolo brasiliano, della musica e dei balli di quella splendida terra. Poi da un enorme ovetto Kinder multicolor posizionato in mezzo al campo esce Claudia Leite giusto quel po’ ignuda da attirare l’occhio dei cinque continenti. La bionda brazileira viene poi raggiunta da Jennifer Lopez, ancora più ignuda e da un tamarrissimo Pitbull. La canzone è quella che è, lo spettacolo, natiche a parte, pure. Il tutto per soli venticinque minuti che costringono i telecronisti Rai a occupare l’oretta che manca all’incontro con improvvisazioni più o meno riuscite. E dire che lo spettacolo all’inizio era carino. Magari un paio di natiche o, meglio, un tamarro in meno…

Inno nazionale brasiliano: Ad un certo punto la musica si ferma, ma il pubblico nello stadio continua a cantare. David Luiz urla a squarcia gola, Felipao Scolari mantiene l’aplomb, ma non si tira indietro. Alle sue spalle si notano steward e inservienti con la mano sul petto e la bocca spalancata. Un grido di battaglia, una haka della palla rotonda. Momenti meravigliosi.

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Maracanazo Marcelo infila la propria porta: Ecco il fantasma del maracanazo, la sconfitta casalinga contro l’Uruguay nel mondiale 1950 (esatto, 1950..). Neymar sbaglia uno stop? E’ Maracanazo. Un piccione defeca in testa a uno spettatore? L’ombra del Maracanazo. La canzone dei mondiali fa pena? Colpa del Maracanazo. Noi italiani fatichiamo a elaborare il passato, ma pure sti brasiliani…

 

Le pagelle Cesarine. Girone A: Brasile-Croazia

BRASILE 

Pubblico 9: Dalle nostre latitudini l’inno nazionale è poco più che un proposito per il futuro. Domani lo imparo va per la maggiore, ma si difende bene anche “io già un po’ lo so: Frateeelli d’Italiaaa nannaaaa nannaaaa”. In attesa che aprano corsi serali di sano (di quello becero ne abbiamo anche troppo) nazionalismo, prendiamo spunto dai brasiliani: stadio completamente giallo e inno cantato a squarciagola. Da brividi.

Oscar 8: I bei tempi del futbol bailado a centrocampo sono finiti e il Brasile si ritrova il centrocampo più scarso dal 1938 ad oggi. Le idee latitano, il possesso palla è sterile. Oscar è l’unico che sembra avere un nervo che collega il piede alla mente. Se non fosse stato per lui e Nishimura, saremmo a commentare uno striminzito pareggio.

Neymar Jr. 7: Gli si chiedeva il goal e lui ne ha fatti due. La buona stella lo assiste: sul primo vuole malignità che più che il colpo di biliardo poté Pletikosa. Il calcio di rigore è quasi sbagliato. A San Paolo diranno che ha piegato le mani al portiere, a Zagabria si chiederanno se Pletikosa è anche una marca di burro. Per il resto tanta abnegazione alla causa e pochi guizzi. Ma segna e per ora può bastare.

Dani Alves 5: La squadra è contratta, le geometrie di centrocampo sono affidate alla 4°B della scuola geometri “Falcao” di Rio e Neymar deve scendere nella propria metà campo per giocare palloni. Ci si aspetterebbe, quindi, una maggiore spinta offensiva dei terzini. Manco per le palle, dice il buon Dani. Per chi mi hanno preso, aggiunge, mica sono Cafù, io.

Nishimura 4: Che non è naturalizzato brasiliano, ma giapponese al 100%. Però lo mettiamo tra i verdeoro perché siamo convinti che la svolta della partita è stata il suo gesto di indicare il dischetto dopo il mancamento di Fred in area di rigore. Se il buongiorno si vede dal mattino…

CROAZIA 

Modric 7: L’unico brasiliano sulla mediana è il centrocampista croato del Real Madrid. Un giocatore fantastico, personalità, tecnica, fondo, idee. Si dice che a fine primo tempo i brasiliani abbiano tentato di corromperlo per fargli giocare il secondo tempo in maglia verdeoro. Dopo il suo niet hanno quindi puntato sul più malleabile Nishimura.

Rakitic 7: Se Modric è brasiliano Rakitic è l’erede del calcio totale olandese. Uomo ovunque, perfino nella capigliatura ricorda gli assi orange degli anni settanta.

Vrsaljko 6.5: Piedi grami, tanta corsa e botte da orbi. C’è poco da fare, noi italiani abbiamo un debole per i fabbri prestati alla fascia.

Nico Kovac 6: Antico proverbio croato dice: capello ordinato, squadra ordinata. Boiate a parte, il brillantinato Ct croato disegna un perfetto 11 anti-Brasile. Il suo errore è non mettere nessuno a guardia di Nishimura. Gli costa la partita.

Pletikosa 4: Anni fa, quando raccoglievo le patate con mia nonna se mostravo una qualche ritrosia a chinare la schiena solertemente ella mi apostrofava così: “A te ti hanno fatto la schiena di legno che ti ci vuole mezzora a chinarti?” Mi sono sempre chiesto come si potesse avere una schiena di legno. Poi ho conosciuto Pletikosa e tutto mi è chiaro.

 

Top & Flop 18° tappa – Belluno – Rif. Panarotta (Valsugana)

TOP

Julian Arredondo (foto di Martin Mystère, wikimedia commons)
Julian Arredondo (foto di Martin Mystère, wikimedia commons)

Julian Arredondo – con quel fisico che ricorda José Rujano va a timbrare i Gran Premi della Montagna con la stessa regolarità con cui mia madre fa i punti del supermercato per prendere il cinquantunesimo servizio di piatti da tenere inutilizzato a casa. Si mette in saccoccia una vittoria che si aggiunge al trionfo colombiano in questo Giro d’Italia, per di più col secondo posto di Duarte.

Pierre Rolland – un francese non si aggiunge mai tra i top a cuor leggero, ma non la smette mai di fare bagarre per smuovere la classifica generale, a voler proprio turbare i nostri pomeriggi sul divano. Nemmeno Piepoli ai tempi dei Pirenei è mai scattato così tanto. Meriterebbe una vittoria di tappa, manca alla fine un po’ di concretezza.

Fabio Aru – lascia Rolland a fare il fumo e lui fa l’arrosto. Scatto bruciante per il terzo posto nella generale, e quasi lo agguanta. Predestinato. Continua a leggere Top & Flop 18° tappa – Belluno – Rif. Panarotta (Valsugana)

Top & Flop 5° tappa Giro d’Italia: Taranto-Viggiano

TOP

– Diego Ulissi Vincere da favoriti è più difficile di risolvere il problema della disoccupazione giovanile in Italia. No, non linciatemi, è solamente un’iperbole un po’ eccessiva. Però il nostro Diego ha fatto davvero qualcosa di eccezionale. Sornione e invisibile fino a cinquanta metri dal traguardo e poi zac! la zampata al momento giusto, in stile Freire Gomez dei tempi migliori. Ulissi premier subito.

– Cadel Evans Cadel Evans è l’unico a credere che Cadel Evans sia in grado di vincere questo Giro e gliene va dato merito. E forse, ma questo è presto per dirlo, è l’unico ad avere le gambe e, soprattutto, la fantasia per impensierire Quintana. Intanto oggi si è preso qualche secondo di abbuono e se non era per Ulissi si portava in Australia anche un bel successo di tappa. Il canguro perde il pelo ma non il vizio.

– Gianluca Brambilla Caro Gianluca, spero per il suo bene che tua madre oggi abbia avuto altro da fare che guardare in diretta TV il proprio figlio scendere da Viggiano col piglio di un pazzo suicida. Ma non ti sei accorto che pioveva e l’asfalto era “una saponetta”? Ma non potevi chiedere un “time-out”? Ad ogni modo peccato. Dopo la fifa generale di ieri un gesto così coraggioso meritava il successo.

FLOP

Purito Rodriguez e Katusha Il cronoprologo è andato male e tant’è, succede. Ma oggi tutti aspettavano voi, tutti aspettavano un tuo cenno, Purito. E invece nulla, l’azione dei Katusha si è risolta in una rincorsa al kamikaze Brambilla e niente più. Ci devi scusare se siamo un po’ cattivi con te, Purito, se esigiamo tanto e forse troppo, ma noi italiani ti vogliamo bene e da te gradiremmo qualcosa di più. C’è ancora tempo. Daje Purito, facce sognà.

– Astana Sempre in terra voialtri. Ma in Kazakhstan la legge di gravità non ve la insegnano a scuola? Oggi pure Landa ha voluto assaggiare l’asfalto. Ogni giorno un paio di pantaloncini sono da buttare via. Quanto gli venite a costare allo sponsor tecnico?

Telecronisti Rai In principio era “uno della Lampre”, poi forse si trattava di Cunego (a proposito, è al Giro?), quindi finalmente è venuto fuori il nome di Ulissi, ma ormai il bravo Diego stava riabbassando le braccia dopo il traguardo. Un paio d’occhiali modello Alessandra De Stefano anche per voi.