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Tiro Secco/5 Christian Poulsen

Poulsen in un'espressione combattiva e arcigna
Poulsen in un’espressione combattiva e arcigna

Quinto appuntamento con gli orrori della Juve di qualche anno fa, quando il centrocampo non poteva contare su giocatori come Vidal, Marchisio, Pirlo e Pogba, ma (vengono i brividi al solo ricordo) era affidato a gente come Christian Poulsen, mediano tuttofare che finì per fare poco e quel poco farlo pure male.

Christian Bjornshoj Poulsen nasce in un sobborgo di Copenaghen nel 1980 e muove i primi passi da calciatore nell’omonimo club, uno dei più titolati a livello nazionale e noti sul panorama continentale. Con la squadra della capitale vince il campionato e si impone agli occhi degli osservatori europei come uno tra i talenti più promettenti del piccolo Paese scandinavo, da anni fucina di molti giovani destinati a crescere calcisticamente in campionati più competitivi. Agli inizi del Duemila è la Bundesliga ad attingere a piene mani in Danimarca, e anche il giovane Christian nel 2002 passa in Germania e si trasferisce allo Schalke 04, firmando un ricco contratto quadriennale. Grazie all’esperienza tedesca si guadagna un posto fisso in Nazionale, dove ricopre il ruolo di mediano d’interdizione e insieme al mastino Gravesen forma una formidabile coppia, povera tecnicamente ma capace di mettere a dura prova le caviglie e i nervi degli avversari. Ne sa qualcosa Francesco Totti, che durante la partita tra Italia e Danimarca dell’Europeo del 2004 (quello del biscotto, per intenderci), a seguito di una marcatura strettissima approfitta di un momento di distrazione dell’arbitro per regalare uno sputo in faccia al danese, reo di aver maltrattato il Pupone con interventi al limite della regolarità. Totti, inchiodato dalla prova tv, si beccherà tre turni di squalifica; ma anche Poulsen salirà alla ribalta, guadagnandosi la poco invidiabile fama di segaossi. Questa si conferma anche l’anno successivo, in una partita di Champions tra il Milan e lo Schalke decisiva per la qualificazione agli ottavi: durante tutto il match il danese si “prende cura” del povero Kakà (l’unico giocatore in grado di farlo bestemmiare), ma al termine della partita, vinta dal Milan, Gattuso vendica il compagno esultando platealmente in faccia a Poulsen e sfottendolo con gesti eloquenti. Simili prodezze accompagnano Christian anche nella successiva esperienza al Siviglia, con il quale vince una Coppa Uefa, una Coppa del Re e una Supercoppa di Spagna.

Il palmares di tutto rispetto e la stima che riscuote in patria (vince per due volte consecutive il titolo di calciatore danese dell’anno) lo rendono appettito da molti club di prima fascia, ma è la Juventus di Secco che nell’estate del 2008 la spunta per una cifra fin troppo esosa. Il Siviglia del presidente Del Nido è abilissimo a vendere al momento giusto i suoi gioielli e a farseli pagare cari: per aggiudicarsi il danese i bianconeri sborsano ben 9,75 milioni, sollevando i comprensibili mugugni dei tifosi che protestano per un investimento del genere per un taglialegna di centrocampo. L’esperienza alla Juve inizia in maniera confortante e il danese riesce a trovare una buona intesa con Camoranesi e Marchisio, ricoprendo la posizione di interno di centrocampo nel celebre “rombo” di Ranieri. Ma dopo un inizio incoraggiante anche lui si perde tra continui infortuni e prestazioni deludenti, nelle quali si fa notare più per le proteste contro gli arbitri che per le sue (supposte) capacità di visione di gioco. Chiude la prima stagione bianconera con 23 presenze e una rete, peraltro decisiva, siglata in occasione della vittoria della Juve a Catania. Nell’estate 2009 Secco si scatena con i clamorosi “botti” Diego e Felipe Melo, e Poulsen inizia la stagione come riserva, messo dietro pure a gente come Tiago e Sissoko. Sfruttando però i ripetuti infortuni che in quella stagione falcidiano la rosa bianconera, riesce a racimolare un buon gruzzolo di presenze, senza però incidere su un rendimento che appare lontanissimo dai livelli di Siviglia. Il campionato termina malamente sotto la guida del traghettatore Zaccheroni, e per l’anno successivo Poulsen è uno tra i primi a non essere confermato. Il nuovo dg Marotta riesce a piazzarlo addirittura al Liverpool, che lo acquista a titolo definitivo per un prezzo svalutato ma di tutto rispetto se paragonato ad altri investimenti fallimentari. Si chiude qui, senza rimpianti e in maniera ingloriosa, l’esperienza bianconera di uno dei mediani più sopravvalutati degli ultimi anni.

Christian Poulsen

Presenza con la Juve: 61

Gol con la Juve: 1

Acquistato a: 9,75 milioni

Ceduto a: 6,675 milioni

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Tiro Secco/4 Felipe Melo

Felipe Melo mentre finge di correre
Felipe Melo mentre finge di correre

La corrente sessione di calciomercato ha riportato all’attenzione degli osservatori più attenti un caso, o per meglio dire un vero e proprio incubo, che molti di noi credevano definitivamente archiviato. Sui siti dedicati al mercato della Juve è uscito il temuto nome di Felipe Melo, che dopo cinque anni agita ancora i sonni dei poveri tifosi, mentre per la nostra rubrica rappresenta il simbolo vivente, nonchè la personificazione esatta e sublime del bidone sopravvalutato, sintesi perfetta delle competenze di mercato di Alessio Secco e vertice inarrivabile tra le operazioni più disastrose degli ultimi dieci anni, sia dal punto di vista economico che tecnico.

Il centrocampista brasiliano Felipe Melo Vicente de Carvalho nasce nel 1983 nei pressi di Rio, e inizia la sua carriera da calciatore professionista nei ranghi del Flamengo. In precedenza, come lui stesso ha dichiarato, praticava ju jitsu brasiliano, disciplina in cui era diventato una promessa a livello regionale; peccato abbia deciso di cambiare strada, aggiungiamo noi malignamente, sebbene il giovane Felipe non dimenticherà mai del tutto le “pratiche” di quell’arte marziale, viste le molte “vittime” lasciate sul campo dalle sue intemperanze. Dopo un inizio in cui gira parecchie squadre, nel 2005 sbarca in Spagna dove viene acquistato dal Racing Santander; alle due buone stagioni trascorse in Cantabria ne fa seguito una terza all’Almeria, squadra rivelazione della Liga con la quale Felipe si toglie parecchie soddisfazioni. Il mediano brasiliano gioca un campionato eccellente, condito da ben sette reti (bottino notevole per un centrocampista d’interdizione), imponendosi sotto i riflettori internazionali ed entrando di prepotenza nel giro della Nazionale verdeoro. Nell’estate del 2008 molte squadre europee lo inseguono, ma alla fine è la Fiorentina di Della Valle e Pantaleo Corvino a strapparlo agli spagnoli per una cifra intorno ai 13 milioni. La Fiorentina di Cesare Prandelli è una squadra solida e divertente, che gioca un calcio di ottimo livello e nutre ambizioni europee, contendendo a Roma, Juventus e Milan l’accesso alla Champions: l’ambientamento di Felipe Melo avviene con straordinaria rapidità e il suo rendimento sorprende gli stessi operatori di mercato, solitamente scettici nei confronti dei calciatori provenienti dalla Liga. Il brasiliano gioca una stagione da protagonista, prendendo le chiavi del centrocampo viola e diventando da subito un titolare inamovibile. Beniamino dei tifosi, offre prestazioni di quantità e qualità, compensando talvolta le doti tecniche non eccelse con una grinta e una corsa che gli procurano gli inni della Fiesole.

A fine campionato Felipe Melo torna inevitabilmente al centro di voci di mercato che lo vorrebbero lontano da Firenze, nel mirino dei più importanti club europei. In via cautelativa Corvino, da vecchia volpe del mercato, convince il giocatore a firmare il rinnovo di contratto con l’inserimento di una clausola rescissoria da 25 milioni, cifra ben difficile da spendere per un mediano di contenimento. Ma la Provvidenza non conosce limiti: Secco, invaghitosi del centrocampista e desideroso di regalare a Ferrara un centrocampista di livello mondiale (!) dopo i fallimenti delle stagioni precedenti, si presenta dai Della Valle con in tasca un assegno da 25 milioni, ovvero l’intero importo della clausola. Di solito i non idilliaci rapporti tra le due società fin dai tempi dell’affare Baggio rendono difficili e tormentate le trattative di mercato tra Juve e Fiorentina, ma in questo caso Corvino, non credendo forse ai propri occhi, impacchetta il brasiliano e lo spedisce senza fiatare a Torino, incassando dalla sua cessione una plusvalenza di 12 milioni a solo un anno dall’acquisto. Nella Juve Felipe Melo parte forte, con Diego c’è subito intesa e dà alla dirigenza bianconera l’illusione di aver compiuto un investimento di valore. Ma le speranze svaniscono presto: la parabola discendente di Ferrara, esonerato dopo pochi mesi, trascina nel baratro anche Felipe, che appare sempre di più lento e spaesato, un autentico paletto piantato in mezzo al campo, le cui prestazioni al di sotto delle aspettative sono aggravate da un comportamento indisciplinato e spesso sopra le righe, con una pioggia di cartellini gialli e conseguenti squalifiche. Si crea inoltre un rapporto turbolento con stampa e tifosi, con il giocatore messo sul banco degli imputati per la scarsa qualità delle prestazioni e spesso beccato dalla curva con fischi e insulti verso le sue maldestre giocate.

Durante l’estate del 2010 in casa Juve avviene una mezza rivoluzione, con l’ingresso in società di Agnelli e Marotta e l’incarico di allenatore affidato all’esperto Luigi Delneri; in questo continuo andirivieni, però, il brasiliano viene confermato dal nuovo coach, che intende dargli una seconda possibilità dopo il primo, traumatico impatto con la realtà juventina. Le avvisaglie sono tutt’altro che buone: al mondiale sudafricano di quell’estate, durante il quarto di finale tra Olanda e Brasile, Felipe Melo prima inizia bene fornendo a Robinho l’assist per l’uno a zero, poi nella ripresa propizia il pareggio arancione e si fa espellare dopo aver rifilato un pestone a Snejider. Il Brasile perde la partita e viene eliminato; Felipe, subissato di critiche in patria, viene cacciato dalla Nazionale a furor di popolo e da quel momento non vestirà più la maglia verdeoro. Con la Juve le cose non vanno meglio, Delneri riesce a fare anche peggio di Ferrara escludendo i bianconeri dalle coppe europee, nonostante la stagione tutto sommato discreta di Felipe Melo che riesce a giocare anche più del previsto. Con la nuova rivoluzione a fine stagione e l’arrivo di Antonio Conte, per il brasiliano a Torino non c’è più spazio e la Juve cerca in tutti i modi di disfarsi di un ingaggio eccessivo per un ex fenomeno diventato riserva. Si fanno avanti i turchi del Galatasaray, che per tre anni porteranno avanti il solito giochino di non riscattare sistematicamente il giocatore, peraltro sotto contratto con la Juve fino al 2014, per ottenere dei prestiti onerosi e riavere puntualmente il brasiliano all’inizio della stagione successiva senza spendere un euro per il cartellino; la prima volta lo prendono a 1,5 milioni con riscatto a 13, la seconda a 1,75 con riscatto a 6,5, la terza (cioè poche settimane fa) ottengono dall’esasperato Marotta un mega-sconto sul prezzo di cartellino, prendendo a 3,75 milioni un giocatore che la Juve aveva pagato 25. Proprio vero che nel calcio tutto è possibile.

Felipe Melo

Presenze con la Juve: 78

Gol con la Juve: 4

Acquistato a: 25 milioni

Ceduto a: 3,75 milioni

Tiro Secco/3 Dario Knezevic

Eccoci arrivati al terzo appuntamento con i più inutili, rovinosi e insensati colpi di mercato concepiti dalla mente perversa di Alessio Secco durante la sua militanza bianconera. Oggi, complice l’imminente maratona elettorale, lo spazio che occuperemo sarà molto breve: breve come l’esperienza alla Juve del giocatore in questione, autentica meteora passata a Vinovo senza lasciare traccia. Perchè per i difensori scarsi e propensi all’infortunio il Nostro ha una predilezione particolare.

Dario Knezevic inizia a giocare a vent’anni nel Rijeka, la squadra della sua città natale, conquistando per ben due volte con il piccolo club la Coppa di Croazia, vinta consecutivamente nel 2005 e nel 2006. Entrato nel giro della nazionale, dopo aver disputato un’eccellente amichevole contro l’Italia giocata a Livorno viene notato dal presidente labronico Spinelli che nell’estate del 2006 lo porta in Toscana. Difensore rapido e agile, dotato di buona corsa e propositivo in fase offensiva, gioca due buone stagioni, impreziosite da quattro reti, diventando il perno centrale della difesa livornese e contribuendo a costruire due tranquille salvezze per la squadra di Lucarelli e soci. L’ottimo rendimento nell’ultima stagione attira su di lui le attenzioni molti club italiani ed esteri, ma è da Torino che piovono le offerte più allettanti e concrete. Sia la Juve che il Toro sono decise ad accaparrarsi le prestazioni sportive di Knezevic, che nell’estate del 2008 è al centro di un durissimo derby di mercato tra le due compagini piemontesi, con Spinelli ad aizzare i contendenti per spillare un prezzo più alto. Pare infatti che il giocatore avesse firmato un pre-contratto con il Toro, per poi essere di colpo ceduto alla Juve dopo il rilancio di Secco, che riesce a prendere Knezevic in prestito oneroso a 700mila euro con diritto di riscatto fissato a 1 milione e mezzo. Il Nostro gongola, sicuro di aver fatto un affare low-cost con un difensore già ambentato nel campionato italiano, mentre sulla sponda opposta Cairo sbraita a non finire, minaccia di fare ricorso in Lega e accusa Spinelli di aver venduto due volte lo stesso giocatore. Un colpo “di rapina” antesignano del caso-Berbatov. Ma evidentemente le maledizioni e i riti voodoo fatti dai granata sortiscono il loro effetto: già nel precampionato Knezevic deve sottoporsi a numerose visite mediche per via di un ginocchio che gli procura fastidio. Il fresco ricordo della pietosa e sfortunata esperienza di Andrade fa tremare i polsi al Nostro, che tuttavia decide di trattenere a Torino il difensore acciaccato e ordina ai medici di rimetterlo in sesto per l’inizio del campionato.

L’esordio è da brividi: a Minsk in una partita di Champions contro il Bate Borisov, con la Juve che riesce a pareggiare in maniera fortunosa dopo essere stata sotto 2-0 e aver rischiato la figuraccia mondiale contro i modesti bielorussi. Fenomeni del calibro di Volodko e Rodionov fanno girare la testa al malcapitato Dario, che si fa trovare quasi sempre fuori posizione e manifesta un’evidente insicurezza nei movimenti. Le successive prove di appello in campionato, dove gioca solo spezzoni di partita, fanno intendere che al massimo il buon Dario potrà solo ricoprire il ruolo di riserva, sebbene in quella Juve i bidoni si sprechino. Il 29 ottobre nella gara contro il Bologna anche il ginocchio lo abbandona e arriva il crack tanto temuto: rottura del frammento cartilagineo e operazione eseguita il 2 novembre (non c’erano altri giorni liberi?) con relativa pietra tombale sull’avventura del croato in bianconero. Fino a giugno resterà fermo nell’infermeria di Vinovo, poi tornerà al Livorno in un bis senza gloria (i toscani retrocederanno in serie B) fino a ritornare, con il classico e inglorioso salto del gambero, nella natia Rijeka. Per Secco un’altro trofeo da aggiungere alla sua personalissima collezione.

Dario Knezevic

Partite con la Juve: 4

Gol con la Juve: 0

Acquistato a: 0,7 milioni

Ceduto a: 0 milioni

Tiro Secco/1 Tiago

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Tiago si dispera dopo aver sbagliato il trentesimo passaggio consecutivo

Anche la Juve ha avuto, in epoche abbastanza recenti, la sua bella carrellata di bidoni. Ma a differenza di Moratti o Galliani, che hanno spalmato i propri fallimenti su una gestione di lungo corso, noi bianconeri abbiamo preferito concentrare le nostre pippe peggiori nell’infausto quadriennio in cui l’indimenticato Alessio Secco ha ricoperto la carica di direttore sportivo, prima della sua cacciata a furor di popolo. A lui solo è dedicata questa speciale rubrica, che condurrà il lettore attraverso una serie di imprese al limite del ridicolo, tra acquisti sbagliati, cessioni inopinate, ingaggi faraonici, milioni buttati al vento e voragini di bilancio. Benvenuti dunque in questa autentica galleria degli orrori, una versione moderna del circo Barnum, creata da un personaggio al quale, credo, non affidereste neppure le banconote del Monopoli. Ma non perdiamo tempo, e iniziamo subito con un boccone prelibato. Parliamo di centrocampo, reparto in cui il Nostro ha sempre offerto il meglio di sé.

Tiago Cardoso Mendes, o più semplicemente Tiago, muove i primi passi nel calcio professionistico con il Braga, diventando ben presto uno dei giovani più interessanti del campionato portoghese. Ma è con la gloriosa maglia del Benfica, dove si trasferisce nel 2002, che comincia ad acquistare visibilità internazionale e a ricevere le prime convocazioni con la Nazionale lusitana. La sua partecipazione agli Europei del 2004 che il Portogallo gioca in casa, sfiorando il trionfo, lo fanno diventare oggetto del desiderio dei più importanti club europei. Alla fine la spunta il Chelsea di Mourinho, che lo porta a Londra insieme alla colonia lusitana dei suoi fedelissimi già allenati al Porto. Tiago gioca quasi sempre titolare ed è autore di prestazioni molto buone; tuttavia al termine della stagione, quando per il Chelsea si prospetta la possibilità di acquistare il forte Essien dal Lione, il patron Abramovich non ci pensa due volte e spedisce in Francia Tiago più un ricco conguaglio in cambio del ghanese. Sbolognato in fretta e furia dai londinesi, il giocatore si rifà alla grande nel Lione, diventando titolare inamovibile e perno centrale di una squadra che in quel periodo domina in lungo e in largo il campionato francese. Proprio il livello modesto e la scarsa competitività della Ligue 1 dovrebbero gettare alcune ombre sul reale valore del portoghese, quando, nell’estate del 2007, Secco si fionda a capofitto sul centrocampista. La Juve è appena risalita nella massima serie dopo la retrocessione di Calciopoli, e nella fretta di costruire subito una squadra competitiva il Nostro ha messo gli occhi sul portoghese, considerato l’uomo giusto per distribuire i palloni in mediana e dettare i tempi di gioco ai compagni. Il Lione del furbo presidente Aulas è una miniera di ottimi giocatori ma anche di abbagli clamorosi (un giorno il collega delle Gallianate dovrà per forza occuparsi di un certo Vikash Dhorasoo…), che la dirigenza francese è abilissima a rinfilare ai direttori sportivi più incauti. Per loro Secco è il classico pollo da spennare, disposto a prendersi Tiago per una cifra intorno ai 15 milioni e a offrire al portoghese un ricco contratto quinquennale fino al 2102.

Ben presto quello che doveva essere il fiore all’occhiello della campagna estiva di rafforzamento si rivela un flop clamoroso. Quasi mai decisivo, il portoghese ha difficoltà a trovare la posizione migliore in campo, soffre i ritmi alti e la fisicità del campionato italiano e tende spesso a eclissarsi dal gioco, tanto che Ranieri, fiutata l’aria, lo relega in panchina per buona parte della stagione, preferendogli addirittura il modesto ma combattivo Cristiano Zanetti. Tiago conclude la sua prima stagione in bianconero con un bilancio deprimente fatto di 20 presenze, molte da subentrato, e zero gol. Già nell’estate del 2008 Ranieri ammette candidamente il fallimento di Tiago e incarica Secco di trovare una sistemazione per il portoghese. Il Nostro setaccia tutti i mercati europei, tenta improbabili abboccamenti con squadre russe e turche, spera invano di rifilarlo in prestito al Monaco, ma, ostaggio di un contratto a lungo termine, alla fine è costretto ad assecondare la volontà di rimanere e di riscattarsi di Tiago, che rifiuta con decisione ogni possibile trasferimento. Il portoghese rimane a Torino per fare la riserva, ma, complice una serie di infortuni a catena che falcidiano il centrocampo bianconero, dopo un avvio in sordina è schierato titolare per tutta la seconda parte della stagione. Contro il Bologna sfodera una prestazione eccellente: corre in aiuto dei compagni, illumina il gioco con lanci millimetrici, si propone in avanti e sfiora più volte la rete. Convinto di averlo rigenerato, Ranieri lo loda paragonandolo a una lavatrice per la sua capacità di ripulire e riciclare i palloni sporchi da servire ai compagni. Ma l’ardita e un po’ triste metafora finisce lì. Della lavatrice Tiago ha solo la capacità di rompersi facendo acqua da tutte le parti. Nonostante questo, nell’estate del 2009 il nuovo mister Ferrara decide di confermare il portoghese, sicuro dell’apporto che il centrocampista pèotrà dare con il nuovo modulo impostato dall’allenatore napoletano. Ma Tiago inizia la stagione con una serie di prestazioni orripilanti condite da errori grossolani che fanno finalmente capire a Secco che per lui il tempo a Torino ormai è finito. D’altronde è riuscito a resistere per ben due anni e mezzo, un record se paragonato alla permanenza media dei bidoni e delle meteore di quegli anni.

L’ultima parte della parabola discendente del Tiago bianconero esula dall’ambito sportivo per investire quello economico, a testimonianza dell’abilità del Nostro di ottenere una perdita costante da ogni affare. Nel gennaio 2010 riesce finalmente a spedire il giocatore a Madrid, sponda Atletico, unica squadra disposta a prendersi il portoghese e gradita a quest’ultimo. Ma la dirigenza spagnola non vuole farsi fregare, e accetta solo un trasferimento in prestito gratuito con diritto di riscatto al termine della stagione. Con la maglia dei colchoneros Tiago ritrova la brillantezza dei bei tempi e torna addirittura a segnare dopo tre anni di digiuno. Il riscatto sembra scontato, e il Nostro già pregusta i 10 milioni che presto entreranno nelle casse bianconere, subito da investire per l’acquisto di nuovi fenomeni. Ma l’Atletico con una mossa astuta, e confidando nella volontà di Tiago di rimanere a Madrid, non riscatta il giocatore e mette alle strette il Nostro, che pur di togliersi il portoghese dalle scatole è disposto, udite udite, a ricederlo all’Atletico in prestito oneroso per la ridicola somma di un milione di euro. Nella stagione 2010-2011 con i colchoneros alza al cielo la Supercoppa Europea e gioca quasi sempre titolare, fornendo tra l’altro ottime prestazioni che gli valgono il ritorno in Nazionale, ma la     dirigenza spagnola è decisa a non pagare la cifra del riscatto, ora abbassatasi a 8 milioni, e a mandare in scadenza il giocatore. Nell’estate del 2011 il portoghese fa dunque ritorno per la seconda volta a Torino, dove non sanno più cosa inventarsi per mandarlo via una volta per tutte. Secco nel frattempo è stato rimosso e la patata bollente passa nelle sapienti mani di Marotta, il quale non trova altra soluzione che incontrare l’agente del giocatore per la rescissione consensuale del contratto. Il giorno dopo Tiago è già a Madrid per firmare il nuovo contratto con l’Atletico, che dopo esserselo goduto per un anno e mezzo quasi a gratis, adesso può tesserarlo senza spesa.

Tiago Cardoso Mendes

Presenze con la Juve: 53

Gol con la Juve: 0

Acquistato a: 15 milioni

Ceduto a: 0 milioni

Tiro Secco/2 Jorge Andrade

Secondo appuntamento con la rubrica dedicata ai disastri di mercato provocati da Alessio Secco nel corso della sua breve ma catastrofica esperienza. Oggi ci occuperemo di un caso un po’ particolare, dove il Nostro magari non ha tutte le colpe, ma dove un’attenta valutazione e una maggiore esperienza avrebbero sicuramente evitato un caso tanto sfortunato. A dimostrazione che sfiga e incapacità, molto spesso, si accompagnano a braccetto.

Una rarissima foto di Andrade con la divisa della Juve da trasferta, che già prefigura i bianchi camici del personale ospedaliero
Una rarissima foto di Andrade con la divisa della Juve da trasferta, che già prefigura i bianchi camici del personale ospedaliero

Jorge Manuel Gomes de Andrade, nato a Lisbona nel 1978, esordisce nel calcio professionistico con il piccolo club portoghese dell’Estrela Amadora, facendosi subito apprezzare per la solidità difensiva e per l’agilità negli anticipi e nei disimpegni. Difensore centrale roccioso e imponente, ma al tempo stesso estremamente rapido nei movimenti, viene ben presto notato dal Porto che lo acquista nell’estate del 2000; nei due anni trascorsi con la maglia dei Dragoni vincerà coppa e supercoppa nazionale. Nel 2002, dopo aver partecipato al Mondiale come titolare fisso della difesa lusitana, si trasferisce in Spagna nel forte Deportivo La Coruna, squadra che in quegli anni lotta alla pari con Barca e Real e inanella prestazioni eccellenti anche in campo europeo. Con i galiziani Andrade si renderà protagonista di un’appassionante cavalcata fino alle semifinali di Champions, dopo aver superato il Milan in una rocambolesca rimonta che ancora oggi i tifosi rossoneri ricordano con autentico terrore. Ma proprio quando, con il Mondiale tedesco ormai alle porte, Andrade sembra davvero pronto alla consacrazione definitiva, la sfortuna inizia ad accanirsi contro il povero portoghese. Il 5 marzo 2006, in una gara contro il Barcellona, si procura la rottura del tendine rotuleo del ginocchio sinistro, infortunio che lo costringe a dire addio al Mondiale e a stare fermo per ben nove mesi, tornando in campo, in una forma fisica ancora precaria, solo nel gennaio del 2007.

A questo punto le molte big europee che mesi prima avevano fatto un pensierino su di lui si defilano rapidamente. Il giocatore è ormai guarito, ma a molti osservatori non ispira più la fiducia di un tempo. I suoi movimenti in campo appaiono più lenti e impacciati, segno di un lento appannamento e della paura di ricadute dopo un infortunio così lungo e traumatico. Ma il Nostro, confidando con spirito positivista nei traguardi della Scienza e della Medicina e tentando la Sorte con un gesto di ribellione titanica e quasi nietzschiana, se ne infischia dei consigli dello staff sanitario e intavola una trattativa con il Depor, pure convinto, dato che si tratta di un giocatore mezzo rotto, di ottenere uno sconto robusto sul costo del cartellino. Mica tanto: gli spagnoli rifilano il pacco e se lo fanno pagare la bellezza di 10 milioni di euro, mica noccioline. Sbarca così a Torino, nell’agosto del 2007, un difensore tutto da valutare e sulla cui tenuta fisica in pochi sono disposti a scommettere una cicca. Tuttavia le prime uscite in amichevole sembrano dare ragione al Nostro, convinto di aver fatto un affarone e di aver dato alla Juve appena tornata in A un rinforzo di livello mondiale. Andrade prende per mano la difesa bianconera e, in barba agli scettici, sfodera delle buone prestazioni che gli valgono la conferma come titolare all’inizio del campionato. Ma dopo tre partite giocate senza infamia e senza lode, alla quarta avviene il patatrac. Le Moire hanno deciso che la carriera del portoghese deve finire qui: nella sfida contro la Roma del 23 settembre 2007, dopo essersi reso protagonista di alcune buche clamorose insieme al compare Criscito, il portoghese subisce una pesante ricaduta e si infortuna allo stesso ginocchio sinistro, stavolta rompendosi completamente la rotula.

La mazzata è di quelle capaci di stendere un elefante, ma il Nostro promette che Andrade ritornerà in campo entro gennaio. Un’altra previsione degna di Otelma. Il recupero è lento e faticoso, posticipato mese dopo mese, e il giocatore non rivedrà più il campo fino al termine della stagione. Per lo sfortunato difensore si apre un lungo calvario, che lo condurrà di clinica in clinica, prima a Marsiglia e poi a Lisbona, nella speranza di rimettere a posto il ginocchio maledetto. Il tunnel sembra finire nell’estate del 2008, quando Andrade torna ad allenarsi con i compagni di squadra nel ritiro precampionato di Pinzolo. Il Nostro già pregusta il ritorno del portoghese, tirato a lucido e con la rotula in titanio: non ci sarà bisogno di spendere altri soldi per un nuovo difensore e anche i gufi e gli scettici dovranno ricredersi sul suo investimento. L’illusione dura tre giorni: al quarto, in un normale contrasto di allenamento, si rompe di nuovo il ginocchio con una diagnosi di recidività della frattura della rotula sinistra. Il nuovo, devastante infortunio, che fanno di Andrade un martire degno precursore di Pato, mette la parola “amen” alla carriera da professionista del giocatore, costretto al ritiro a soli trent’anni. Secco organizza consulenze di esperti medici in tutta Europa, setaccia cliniche e ospedali, va dalla Madonna di Fatima a implorare la grazia per il suo connazionale. Nulla da fare. Lasciata ogni speranza, il Nostro tenta allora di arginare il danno economico, puntando a disfarsi il prima possibile di un giocatore divenuto solamente un peso per le casse della società. La dirigenza e il difensore arrivano ai ferri corti, tanto che nel novembre del 2008 Andrade chiede addirittura la messa in mora della squadra, dal momento che da mesi non percepisce più lo stipendio. Per il Nostro è un’altra figura barbina. La querelle si conclude con una mestissima risoluzione del contratto, datata 8 aprile 2009. Diciotto mesi sono passati dallo sbarco del portoghese a Torino, e i conti sono presto fatti. Sedici milioni spesi, tra acquisto e ingaggio lordo, per vederlo giocare 4 partite: la matematica suggerisce un costo medio di 4 milioni a presenza. Che dire, un ottimo affare.

Jorge Andrade

Partite con la Juve: 4

Gol con la Juve: 0

Acquistato a: 10 milioni

Ceduto a: 0 milioni