Archivi categoria: Perdazzurri

Perdazzurri #22: Edgar Davids

Avete presente quei giocatori che avete sempre sognato vedere coi colori della vostra squadra? Non dico Cristiano Ronaldo o Messi, ma giocatori di calibro inferiore, di cui seguite pedissequamente la crescita e la maturazione, nella costante speranza che la vostra squadra li acquisti prima che siano troppo vecchi o troppo stanchi per dare ancora qualcosa al calcio. Continua a leggere Perdazzurri #22: Edgar Davids

Perdazzurri: 21) Andy Van der Meyde

E' finito l'Havana 7?! (fonte: haisentito.it)
E’ finito l’Havana 7?! (fonte: haisentito.it)

Siete in discoteca da circa 2-3 ore. Ubriachi dopo il terzo sorso di gin lemon, avete iniziato subito a provarci – con esito positivo – con i peggiori esseri di sesso opposto al vostro. Avete anche adocchiato qualche esponente di qualità superiore, avete anche tentato l’abbordaggio, ma avete ricevuto un 2 di picche più scontato della convocazione in Nazionale di Giaccherini quando ancora giocava sul patrio suolo. Eppure, a fine serata, quando ormai la vista è annebbiata non si sa se più dai litri di havana cola che vi scorrono nel fegato o dalle luci stroboscopiche in modalità epilessia, ecco che arriva lei: senza mezzi termini, è la più figa del locale, il sogno proibito di 3/4 dei maschi senzienti presenti.  Continua a leggere Perdazzurri: 21) Andy Van der Meyde

Perdazzurri: #21 Sixto Peralta

Il CdA dell'Inter tra il 1999 e il 2002. (fonte: harrypotter.wikia.com)
Il CdA dell’Inter tra il 1999 e il 2002. (fonte: harrypotter.wikia.com)

Stiamo parlando sempre di Inter, e siamo sempre in quel periodo, quel periodo di passaggio tra i due millenni in cui la dirigenza nerazzurra era paragonabile al consiglio direttivo di Hogwarts quanto a competenze calcistiche.
Come ogni estate, un non ben identificato osservatore ha ripreso le raffinate doti atletiche di qualche sconosciuto calciatore sudamericano: in realtà si trattava di qualche turista con un pessimo senso dell’umorismo, che per qualche oscuro motivo individuava pseudo-calciatori in grado di fare 4 palleggi di fila per poi inviare il video a “Paperissima”; rimbalzato da Antonio Ricci, avrà pensato che mandarlo a Moratti&Co. sarebbe stato più remunerativo (come dargli torto).

 

Fonte: fcintermilano.com
Fonte: fcintermilano.com

Nell’estate del 2000, probabilmente ancora in preda ai festeggiamenti per l’inizio del nuovo Millennio, la Premiata Ditta Internazionale si è vista recapitare alcuni video

Continua a leggere Perdazzurri: #21 Sixto Peralta

Perdazzurri: #20 Vampeta

In occasione del suo 40° compleanno – ma vista la sua mobilità in campo 10-15 anni fa, in realtà potrebbe averne compiuti 67 – quale migliore occasione per riprendere la rubrica “Perdazzurri” se non quella di dedicarla a Marcos Andrè Batista Santos, conosciuto come Vampeta? In tempi non sospetti, quando ancora Marco Branca non faceva danni dietro la scrivania, l’Inter aveva già pensato bene di portarsi avanti, e sperperare i suoi soldi per appropiarsi di pippe invereconde e giocatori da oratorio.

Fonte: calcioweb.eu
Fonte: calcioweb.eu

Vampeta (soprannome che indica una via di mezzo tra “vampiro” e “diavolo”) arrivò all’Inter nell’estate 2000, dopo essere stato corteggiato a lungo dalla autolesionista dirigenza nerazzurra, che se lo assicurò per la cifra di 30 miliardi di lire (15 milioni di euro), Continua a leggere Perdazzurri: #20 Vampeta

Perdazzurri: #19 Sergio Conceiçao

Il perdazzurro di oggi potrebbe essere nominato capo-fila di una categoria molto particolare, ossia quei calciatori che per anni, a prescindere dalla maglia avversaria che indossano, sfoggiano prestazioni strabilianti contro l’Inter ma poi, una volta arrivati a Milano, si imbrocchiscono di colpo, come se il prato di Appiano Gentile assorbisse tutto il loro potenziale.
Dopo un’estenuante lotta all’ultimo sangue con Luciano fu Eriberto, il rappresentante supremo di questi fenomeni-brocchi è ufficialmente Sergio Paulo Marceneiro da Conceiçao.

Arrivato in Italia con la maglia della Lazio, e trasferitosi poi al Parma, questa funambolica ala portoghese ha avuto sin da subito lo strano potere di farmi incazzare ogniqualvolta giocasse contro l’Inter. Dotato di una capacità di corsa nella media, i suoi punti forti erano il dribbling e la straordinaria capacità di giocare su entrambe le fasce, essendo ambidestro ed avendo due piedi raffinati, che gli permettevano di sfornare numerosi assist ai compagni, ed essere molto bravo anche sui calci piazzati. Se in 32 partite su 34 queste doti potevano a malapena vedersi, contro di noi emergevano in tutto il loro splendore: negli anni precedenti all’approdo in nerazzurro, ricordo un suo bellissimo gol in una sconfitta interna contro la Lazio (2-5 per loro) – il classico tiro della domenica (sera) che non gli sarebbe mai più riuscito – e una partita con la maglia del Parma (che ovviamente perdemmo) alla fine della quale dovettero farlo esorcizzare: in quell’occasione, infatti, mise a segno almeno 3 assist (2 su calcio d’angolo se non erro) e incendiò letteralmente la (nostra) fascia sinistra, umiliando con suoi dribbling i poveri Macellari e Cirillo, che alla fine capirono come si sente Gascoigne dopo un’after a casa di George Best.

Nell’estate del 2001 Cuper divenne il nostro allenatore, ed avendo fatto del 4-4-2 e del gioco sulle fasce i suoi dogmi inappellabili, chiese al presidente Moratti due esterni che potessero valorizzare al massimo questa filosofia di gioco: arrivarono Guly dal Milan (scambiato con Brocchi) e Sergio Conceiçao, per il quale furono sborsati ben 36 miliardi di lire. Credo che le mie bestemmie riecheggino ancora tra le mura della casa.
Sin dalla prima partita di quel maledetto campionato, il 27enne Sergio – teoricamente all’apice della carriera – diede l’idea di assomigliare ad un lontano parente di Jonathan (sì, il divino 42) piuttosto che ad un Beckham in salsa lusitana.
Il Van Gogh del dribbling, l’Hemingway del doppio passo inanellava una prestazione più imbarazzante dell’altra, ed ogni volta che pensavo che avesse dato il peggio, che avesse raggiunto il punto di non-ritorno, questo Picasso del cross, il Pirandello del calcio d’angolo calciato basso riusciva a sorprendermi: le partite delle stagioni 2001/02 e 2002/03 le ho viste tutte, e i dribbling riusciti, così come i cross azzecati, si contano sulle dita di una mano. Di quella di un menomato, per la precisione.
Ogni volta che partiva sulla destra con il suo incalzare disinvolto e perennemente stanco (neanche fosse un Alvarez d’antan), dagli spalti partivano già le eresie e gli insulti più fantasiosi: in sole due stagioni non fece nulla di buono in campo, ma in compenso contribuì ad elevare il livello estetico-letterale delle espressioni dei tifosi interisti. Incurante di indossare un numero non indifferente, il 7 dei grandi Jair, Domenghini e chi più ne ha più ne metta, si appropinquava a crossare con la stessa grinta con cui un barista di Coimbra si rassegnava a pulire i bicchieri a fine serata (ed ora che ci penso bene, il suo aspetto non si discostava molto dallo stereotipo che ho usato).

Con la maglia dell’Inter ha giocato 2 stagioni, scendendo in campo 65 volte e segnando solamente 2 (quasi piansi quando segnò la prima rete), realizzando dribbling più ubriacanti di una serata con Bendtner, e collezionando più bestemmie che minuti in campo. Ho esultato come poche altre volte quando ho saputo che sarebbe stato ceduto: non voglio sapere dove sia finito ora, o cos’abbia fatto negli anni successivi alla sua esperienza all’Inter. Spero solo che passi le sue giornate più esaltanti ad ubriacarsi di scadente vino portoghese, vomitando sugli scogli affacciati sull’Atlantico e, nei pochi momenti di lucidità che gli concendo, ripensando a quanto fosse semplice buttare un cross decente in mezzo ad un’area affollata.

Perdazzurri: #18 Gonzalo Sorondo

La passione di Moratti e figli per il Sudamerica dovrebbe essere caso di studio per sociologi e psichiatri. Che siano fenomeni (Ronaldo, Zanetti) o pipponi clamorosi come il protagonista di oggi, in ogni anno della gestione petrolifera almeno un giocatore proveniente dall’America Latina è arrivato all’Inter. Lezioni di tango gratis? Bamba di qualità migliore? Trans superdotati? Tant’è, nel 2001 il buon MM, convinto dal figlio o da Mazzola o da chissà quale altro genio del mercato, investì circa 12 miliardi del vecchio conio per assicurarsi le straordinarie prestazioni di Gonzalo Sorondo.

Questo 22enne difensore uruguaiano arrivò carico di moltissime aspettative, pronto a formare una coppia di splendidi buttafuori insieme a Materazzi, altro acquisto di quell’estate: non erano certo Nesta e Cannavaro, ma almeno avremmo vinto la Coppa Ignoranza.
Oltre al fisico davvero imponente (1,90 di altezza), gli altri segni caratteristici del giovane Gonzalo erano i lunghi capelli unti come quelli dei peggio paninari e lo sguardo sempre attento, brillante come le sinapsi di Pirlo. Già alla prima apparizione con l’Inter mise in luce la sua proverbiale velocità: l’Uomo di Latta arrugginito avrebbe saputo fare meglio.

Non diede mai l’impressione di essere pronto per i grandi palcoscenici del calcio che conta, commettendo una serie colossale di errori difensivi ed indecisioni: all’Inter collezionò 12 presenze, 14 tibie avversarie, 35 coltellate e 27 infarti procurati sugli spalti di San Siro.
Col senno di poi, avevamo avuto un leggero assaggio di ciò che in futuro sarebbe stata Burdisso, ricordato solo per la bellissima corrida improvvisata a Valencia molti anni dopo.

Dopo due stagioni esaltanti quanto un’uscita in presa alta di Mazzantini (ve lo ricordate?), Gonzalo Sorondo (già il nome ricorda un aiuto-meccanio ciccione, impacciato e sempre sudato) venne spedito all’estero a farsi le ossa. Prima in Belgio allo Standard Liegi, poi in Inghilterra a Crystal Palace e Charlton. Nel 2006 tornò indietro ancora integro ma pur sempre scarso, perciò gli venne dato il lasciapassare per andare tranquillamente a fare danni in giro per il mondo (la direzione declina ogni responsabilità). Dopo 4 stagioni di buon livello coi brasiliani dell’Internacional ed essersi frantumato il ginocchio (il suo ingaggio col Gremio saltò per questo), tornò in patria al Defensor Sporting, squadra che l’aveva lanciato ben 15 anni prima. Vorrei conoscere i dirigenti di questo club, e far sapere loro che certa gente è stata uccisa per molto meno.

Nel 2002 raggiunse probabilmente il punto più alto della sua carriera, entuasiasmante ed avvincente come una rimessa laterale di Pancaro: disputò la Coppa del Mondo nippocoreana con la maglia dell’Uruguay. Niente di sorprendente, dato che alcuni anni dopo anche campioni del calibro di Gargano e Pereira l’avrebbero indossata.

Per chiudere il racconto relativo a questo (in)dimenticabile ex nerazzurro, l’autorevole sito transfermarkt, leader in termini di valutazioni economiche di calciatori, ad oggi quantifica il valore di Sorondo in 150.000 €, la cifra media di un’abitazione media in una città media d’Italia. 149.999 euro di troppo, secondo me.

Perdazzurri: #17 Antonio Pacheco

Oltre a Jonathan, Gresko e il 5 maggio, la lunga storia dell’Internazionale Football Club di Milano nasconde un altro scempio, una disgrazia che la famiglia Moratti tenta di tenere nascosta al pubblico da decenni: il figlio Angelo Mario, per gli amici Mao, nutre una sconfinata passione per il maschio sudamericano, possibilmente imberbe, con particolari doti funamboliche sul campo da calcio, e con un nome che funga da anteprima inequivocabile alla pippa clamorosa che si rivelerà (ogni riferimento anche a Ricky Alvarez è puramente voluto).

Negli anni abbiamo dovuto pagare dazio numerose volte per soddisfare l’ossessione dell’erede della famiglia Moratti: in primis fu l’Avioncito Rambert, poi seguirono i vari Peralta, Sorondo, Rivas e many others. Il più celebre fu sicuramente Alvaro El Chino Recoba, acquistato dopo interminabili rotture di coglioni da parte di Mao al padre Massimo: il pargoletto (Iddio lo strafulmini) se ne innamorò dopo aver visto una videocassetta con alcuni colpi dell’uruguaiano. 10 anni di stipendio regalato basati su pochi minuti di videocassetta: manco un attore porno.
Il protagonista di oggi rispecchia in pieno le caratteristiche preferite dalla dirigenza dell’epoca: stiamo parlando di Antonio Pacheco. Suvvia, non siate timidi. Ve lo ricordate, sì. Non sono l’unico stronzo che lo conosce. Ammettetelo!

Il Van Basten delle Ande in azione
Il Van Basten delle Ande in azione

Questo sconosciuto attaccante uruguagio fu prelevato direttamente dal peggiore bar di Montevideo, mentre lottava in una rissa con 4 muratori strafatti di coca delle Ande per un debito a briscola: pagato poco più di 5 miliardi di lire nel 2000, arrivò dal Penarol a 25 anni, firmando un contratto triennale in cui il gol non era previsto. Secondo alcune indiscrezioni (confermate anche da wikipedia, andate a dare un occhio alla sua pagina se non ci credete), il suo ingaggio fu imposto alla società dal procuratore di Recoba, sottoforma di un’infamissima clausola in uno dei 1547 rinnovi ultramilionari che il Chino riuscì a strappare per anni alle tasche del Presidente.
Pacheco rimase un solo anno all’Inter, trascorrendo l’intera stagione al di sotto della soglia d’ignoranza: agile come Carrozzieri dopo un festino sobrio a casa di Flachi, e letale come un contropiede del Pescara, scese in campo solo 2 volte, accumulando più bestemmie che minuti.

Esaltato dai dirigenti dell’epoca (tra cui le vecchie glorie Suarez e Mazzola) come il nuovo fenomeno dell’America Latina, una via di mezzo tra Ramon Diaz e Ruben Sosa, si rivelò invece scarso come l’ossigeno in cima all’Everest.

Perdazzurri: #16 Umit Davala

Nel giorno in cui la Guardia di Finanza, in un’operazione concordata con la Rotoloni Regina, ha deciso di far cagare sotto il sistema calcistico italiano, ci sembra doveroso riprendere le fila di questa rubrica, dedicando il post a una delle innumerevoli operazioni di mercato dell’Internazionale Fc, classificabili sotto la voce “ma che cazz…?!”.

Nell’estate del 2002, non contenti di aver scambiato uno dei centrocampisti più forti d’Europa (Seedorf) con un tamarro siciliano che si spacciava per terzino (Coco), i dirigenti interisti pianificarono un altro straordinario scambio con gli odiati cugini milanisti: Dario Simic, onestissimo difensore centrale nonchè capitano della Croazia, passa in rossonero, mentre da noi arriva nientepopodimenoche Umit Davala. Se non vi ricordate il passaggio in nerazzurro di questo celeberrimo fenomeno, tranquilli…rientrate nella normalità, a differenza mia.

Un breve excursus sulla storia di questo giocatore: nato in Germania da genitori turchi, il buon Umit Davala (nome perfetto per una marca di detervisi kazaki) si afferma calcisticamente nella terra d’origine. A 23 anni è già nella nazionale maggiore turca, e in 5 stagioni col Galatasaray vince la bellezza di 8 trofei, tra cui la Coppa Uefa del 2000. Il pubblico italiano lo vede all’opera per la prima volta in occasione degli Europei del 2000, gli stessi che convinsero la dirigenza interista a comprare Hakan Sukur: come vedete, noi dagli errori non impariamo mai.
Come già nei precedenti anni al Gala, Umit (che non si è mai capito se fosse il nome o il cognome) dimostra di essere un discreto terzino: ottima corsa, notevole senso della posizione e incisivo anche in attacco. Il Maldini del Bosforo era pronto a sbarcare in Italia.

Nell’estate del 2001 si trasferisce al Milan per seguire il guru Fatih Terim, e con lui in panchina le gioca tutte. A novembre arriva Ancelotti, e Umit non vedrà più il campo. A fine anno conta la miseria di 10 presenze, nessuna delle quali entrata negli annali.
Dopo un solo anno, arriva l’Inter che, per compiere l’ennesima azione di beneficenza, decide di dare una possibilità di riscatto al Roberto Carlos dell’Anatolia: peccato che si riveli invece l’antesignano turco di un Brechet qualsiasi. Cuper non lo può vedere già dal ritiro, dove lo posiziona a preparare i kebab per Vieri e Almeyda: pochi mesi, e il 29enne turco viene rispedito in patria, al Galatasaray, e poi andrà a terminare la sua carriera nel Werder Brema, dove riuscirà pure a vincere un campionato e una coppa di Germania.

Il suo segno nella storia dell’Inter è così indelebile che non esistono foto ufficiali e/o ufficiose di lui con la maglia nerazzurra. Addio Umit, resta in Turchia e insegna ai borseggiatori come dribblare la pula meglio di Hasan Sas.

Perdazzurri: #15 Nwankwo Kanu

Questa rubrica nasce in risposta alle Gallianate dei cugini milanisti: d’altronde siamo in par condicio, poteva mancare la controparte nerazzurra?
Per miei evidenti limiti anagrafici analizzerò solo ed esclusivamente bidoni arrivati nell’era Moratti (dal 1995 ad oggi), e questi geni incompresi dell’arte pedatoria verranno definiti Perdazzurri, uno dei peggiori soprannomi mai coniati dalla fantasia delle tifoserie avversarie; tuttavia i giocatori che avranno l’ambìto onore di entrare a far parte di questa rubrica non si meritano nulla di meglio.

E’ risaputo che lo staff di osservatori dell’Inter è uno dei migliori in tutta Europa, avendo l’invidiabile abilità di girare il mondo in cerca di casi umani da spacciare, poi, per giocatori di calcio. Anche il protagonista di questa puntata rientra in questa categoria, e già il nome dice tutto: Nwankwo Kanu.

L’Inter lo acquistò nell’estate del 1996 per circa 8 miliardi di lire, e Moratti si fece abilmente convincere dai propri osservatori che notarono le sue prestazioni nella Nazionale nigeriana Under 21, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta, che gli valsero anche il titolo di Calciatore Africano dell’Anno (premio poi bissato nel 1999). A convincerli furono anche i 25 gol messi a segno in tre anni con la maglia dell’Ajax, con cui aveva vinto tutto nella splendida annata 1994/95 (Eredivisie, Champions, Supercoppa UEFA ed Intercontinentale).

Sembrava finalmente che la società avesse trovato il tanto agognato toppleie (all’epoca il termine non era ancora così inflazionato), il bomber da 20 reti a stagione, la punta alta e dinoccolata pronta a raccogliere cross e insaccare palloni con estrema facilità. Sembrava tutto perfetto, ma noi siamo l’Inter, non dimentichiamocelo mai.

Appena giunto a Milano si sottopose alle visite mediche di rito, e l’esito fu estremamente negativo: il 20enne nigeriano soffriva di una strana disfunzione cardiaca, impossibile erogargli l’idoneità.
Moratti andò su tutte le furie e subito minacciò i dirigenti olandesi di far loro causa, non avendolo avvisato dei problemi fisici del giovane Nwankwo. Attraverso la mediazione dei suoi dirigenti più fidati depose subito l’ascia di guerra, preferendo dimostrare già a quel tempo la sua proverbiale generosità: pagò di tasca sua il delicato intervento chirurgico necessario per far guarire Kanu, promettendo di aspettare il suo ritorno.

Nwankwo (come li sceglie l’Inter i nomi, nessuno mai) saltò tutta la prima stagione, e tornò arruolabile nel 1997/98, alla guida di Gigi Simoni. Quell’anno scese in campo ben 18 volte complessive, e nell’aprile ’98 siglò la sua prima rete in nerazzurro in un rotondo 4-0 contro l’Atalanta. Fu sicuramente il suo miglior momento all’Inter, con tutta la squadra, comprese le riserve, i magazzinieri, i medici, i fisioterapisti e anche qualche bagarino, che corsero ad abbracciarlo. Ovviamente nel post-partita il gol venne dedicato al presidente e al suo fondamentale aiuto per il ritorno in campo di Kanu.

Nel 1998 aveva appena 22 anni, quindi c’erano tutti i presupposti perché il futuro fosse suo. Ma l’anno successivo rimase vittima anche lui del valzer degli allenatori, e giocò solamente 2 partite, venendo (prematuramente) ceduto all’Arsenal nell’estate successiva per 13 miliardi.
Andatosene da Milano, ebbe una gloriosa carriera in Inghilterra, dove segnò 56 reti in 305 partite di Premier League, giocando con le maglie di Arsenal (vincendo 6 trofei), West Bromwich e Portsmouth (con cui segnò il gol decisivo per la vittoria dell’FA Cup).

Grazie di tutto Nwankwo, e scusa se ti ho inserito in questa categoria ma, viste le aspettative e le statistiche, non potevo fare altrimenti. La tua è comunque stata una bella storia, e solo in una società come l’FC Internazionale avremmo potuto viverla.

Perdazzurri: #14 Lampros Choutos

Questa rubrica nasce in risposta alle Gallianate dei cugini milanisti: d’altronde siamo in par condicio, poteva mancare la controparte nerazzurra?
Per miei evidenti limiti anagrafici analizzerò solo ed esclusivamente bidoni arrivati nell’era Moratti (dal 1995 ad oggi), e questi geni incompresi dell’arte pedatoria verranno definiti Perdazzurri, uno dei peggiori soprannomi mai coniati dalla fantasia delle tifoserie avversarie; tuttavia i giocatori che avranno l’ambìto onore di entrare a far parte di questa rubrica non si meritano nulla di meglio.

Alcuni osservatori romani, dopo una serata a base di Ouzo e prostitute greche travestite da Penelope, in una ricostruzione eroto-storica del ritorno di Ulisse, notarono questo sconosciuto ragazzino greco mentre tirava quattro calci ad un pallone nel polveroso campetto situato dietro il Partenone.
Affascinato dalle storiche rovine romane, tanto simili a quelle dorico-corinzie, accettò l’offerta giallorossa, e dopo alcuni anni trascorsi nelle giovanili, esordì in Serie A a soli 16 anni e mezzo, giocando la bellezza di 4 partite tra il 1995 e il 1999.
Non avete ancora capito di chi stiamo parlando? Del famosissimo e fortissimo Lampros Choutos, ovvio!

Dopo l’esaltante esperienza romana, in cui le offese rivoltegli da Totti furono inversamente proporzionali ai minuti giocati, ritornò in madrepatria all’Olympiakos, ennesimo giocatore vittima della saudade in salsa ellenica; l’aria del Peloponneso ebbe straordinari effetti balsamici, e segnò 22 gol in 47 partite, in 5 stagioni.

Nell’estate del 2004, dopo la genialata in uscita (Cannavaro alla Juve in cambio di Carini), arrivò il contrappasso in entrata: la dirigenza nerazzurra acquistò questo 25enne attaccante greco dalle fattezze di uno spacciatore macedone a parametro zero.
Come numero di maglia scelse il simbolo dei veri Bomber, coloro che passano più tempo in panchina/tribuna che a casa, coloro che sono impegnati di più a riempire donne che porte…il 99!
Non scese mai in campo, e a gennaio venne spedito all’Atalanta, dove giocò una sola gara.

La stagione successiva Moratti & Co. ci riprovarono: prestito annuale alla Reggina, 9 presenze 0 gol.
Dopo 5 anni e mezzo anni sembrava non essersi ancora ambientato nel calcio italiano, perciò il prestito venne girato agli spagnoli del Maiorca a gennaio 2006: 2 reti in 9 presenze, di bene in meglio.
Rientrato, Mancini decise di dargli definitivamente una chance. Esordì in nerazzurro a novembre, in una vittoria esterna di Coppa Italia contro il Messina. Poco dopo si infortunò, e il destino fu conciliante con noi tifosi: stagione finita.

A giugno Moratti terminò la sua proverbiale infinita pazienza e, dopo essersi liberato di Recoba (stipendiato per 10 anni in cui ne giocò bene 2 e mezzo, forse), scaricò anche il prestante Lampros (che nome soave).
Si accasò al Panionios, e l’aria di casa funzionò ancora: 12 reti stagionali, che stimolarono il PAOK ad acquistarne il cartellino. Coi bianconeri visse l’ennesima stagione esaltante (3 presenze e 0 reti), incentivo giusto per credere di aver ancora qualcosa da dimostrare, riprovando l’esperienza italiana: fu ingaggiato dal Pescina VG, società abruzzese militante in Serie C1. A fine stagione, nonostante i 3 gol messi a segno da Choutos, la squadra decise di sciogliersi.
Il nostro eroe rimase svincolato, e i migliori dirigenti europei si dimostrarono scarsamente lungimiranti.

Come potete vedere, è stata appena descritta una delle più fortunate carriere nella storia del calcio, la storia di un ragazzo che con impegno e sacrificio costanti è riuscito a raggiungere il nulla, e le cui gesta meriterebbero di essere descritte in un poema epico omerico. In confronto a lui, Patroclo assomiglia a Gastone, cugino di Paperino.
Tuttora è svincolato, e secondo fonti inattendibili passa il tempo a tentare di vendere birre d’importazione asiatica ai compaesani, per contrastare il nemico “tedesco”, raccontando di quando vinse 1 Coppa Italia e 1 scudetto con l’Inter.
Ah caro Lampros Choutos…non devo aggiungere nulla, volevo solo scrivere nuovamente questo nome dal suono celestiale.

Perdazzurri: #13) Marko Arnautovic

Questa rubrica nasce in risposta alle Gallianate dei cugini milanisti: d’altronde siamo in par condicio, poteva mancare la controparte nerazzurra?
Per miei evidenti limiti anagrafici analizzerò solo ed esclusivamente bidoni arrivati nell’era Moratti (dal 1995 ad oggi), e questi geni incompresi dell’arte pedatoria verranno definiti Perdazzurri, uno dei peggiori soprannomi mai coniati dalla fantasia delle tifoserie avversarie; tuttavia i giocatori che avranno l’ambìto onore di entrare a far parte di questa rubrica non si meritano nulla di meglio.

E’ un dispiacere inserire questo straordinario giocatore in questa degradante rubrica, ma il suo trascorso nell’Inter lo qualifica così. L’estate del 2009 è ancora fresca nella memoria di noi interisti: oltre agli arrivi di Sneijder, Lucio, Thiago Motta, Milito e Thiago Motta, Moratti riuscirono a piazzare il miglior colpo della storia interista (105 anni oggi, nda), vendendo Ibrahimovic al Barcellona in cambio di Eto’o più 50 milioni.
In 3 anni le cose sono cambiate in fretta, e se in estate dovessimo vendere Ricky Alvarez in cambio di Raffaele Palladino più 3 milioni di marchi tedeschi, potrei comunque piangere di gioia.

Tornando a noi, in quella magica estate Oriali, Branca e soci scelsero di orientarsi verso la tanto decantata linea giovane, ingaggiando in prestito Marko Arnautovic. Questo ragazzotto austriaco di origine serbe arrivò a Milano a 20 anni, dopo aver segnato 12 reti nell’Eredivise con la maglia del Twente, con la reputazione di “nuovo Ibrahimovic”. Oltre alla stazza fisica, gli osservatori nerazzurri avevano notato in lui le stesse movenze e lo stesso stile di gioco dello svedese neo-blaugrana. Evidentemente, avevano frainteso il termine “coffee-shop” mentre si recavano a vedere una partita del Twente in Olanda.

Appena sbarcato scelse subito la maglia n° 89 come il suo anno di nascita, e già questa decisone lasciava poco spazio ai dubbi riguardo le sue potenzialità. Mourinho lo fece esordire contro il Chievo nella partita dell’Epifania, e in seguito gli lasciò solcare il campo solo in altre due occasioni. Giocò solo pochi scampoli di gara, senza riuscire a mettere in mostra tutto il suo potenziale e la sua abilità col pallone.
Tuttavia è riuscito ad entrare ugualmente nei nostri cuori grazie ai sobri festeggiamenti che seguirono alla conquista della Champions, di cui lui fu indiscusso protagonista.
Palesemente ubriaco (forse già durante l’intervallo), prima ha disturbato l’intervista di Balotelli ridendo in faccia a lui e al giornalista, poi si è improvvisato capo-ultras quando la squadra è arrivata a San Siro per festeggiare coi tifosi. Erano le 6 di mattina circa, eppure il suo tasso alcolico era pari (se non superiore) a quello di poche ore prima. Pare che sull’aereo del ritorno abbia vomitato nelle borse dei compagni, salvo tornare ad ubriacarsi nuovamente una volta finito l’effetto del rigetto. Idolo indiscusso.

Addio Marko, ora vai e insegna ai tedeschi di Brema come ubriacarsi mmerda in soli 3 minuti di recupero.

Perdazzurri: #12) Martin Rivas

Questa rubrica nasce in risposta alle Gallianate dei cugini milanisti: d’altronde siamo in par condicio, poteva mancare la controparte nerazzurra?

Per miei evidenti limiti anagrafici analizzerò solo ed esclusivamente bidoni arrivati nell’era Moratti (dal 1995 ad oggi), e questi geni incompresi dell’arte pedatoria verranno definiti Perdazzurri, uno dei peggiori soprannomi mai coniati dalla fantasia delle tifoserie avversarie; tuttavia i giocatori che avranno l’ambìto onore di entrare a far parte di questa rubrica non si meritano nulla di meglio.

La puntata di oggi è per gli interisti veri, per quelli che ogni anno si imparano a memoria titolari, riserve e aggregati dalla Primavera per poi vantarsi con gli amici al bar di sapere vita, morte e miracoli dei vari Nicola Beati, Carlo Trezzi, Sixto Peralta, Antonio Pacheco e compagnia bella. Grazie società Inter, per aver contribuito ad aumentare la nostra sociopatia.
Il protagonista di oggi assomiglia più ad un ologramma che ad un calciatore, tanto che tutt’ora la sua militanza in nerazzurro è offuscata dal mistero, non fosse per i dati ufficiali reperibili online.

rivas

Oggi parleremo di Martin Sebastian Fernandez Rivas, difensore uruguaiano nato a Montevideo (dopo 16 di tifo, sono arrivato alla conclusione che tutti gli uruguaiani nascano lì) nel 1977 e arrivato nelle fila nerazzurra nell’inverno del 1998, giusto in tempo per vincere una Coppa Uefa.

Quest’incrocio sudamericano tra Telespalla Bob ed Evaristo Beccalossi (da un punto di vista puramente estetico) si presentò come un modesto difensore dal buon fisico (183 cm), dalle movenze e dalla confusione tipiche dei difensori della scuola latina e dalla capigliatura degna dei peggiori parrucchieri delle Ande. Probabilmente colpì i dirigenti nerazzurri durante la Confederations Cup del 1997, manifestazione in cui la nazionale uruguaiana aveva portato diverse conoscenze (presenti e/o future) del calcio italiano, tra cui Montero, Dario Silva, Pacheco, Recoba, Zalayeta e lo stesso Rivas.
Il suo acquisto non fece grande scalpore, così come la sua presenza in squadra. Rimane tutt’ora un mistero il perché la società gli abbia fatto sottoscrivere un contratto fino al 2002.
Onestamente non ricordo una singola partita con lui in campo, ma in quella stagione non avevamo ancora la pay-tv in casa, perciò era difficile.

Con la maglia nerazzurra (n° 35, classico riconoscimento che giochi solo per grazia divina) scese in campo 3 volte nei primi sei mesi, timbrando il cartellino in ogni competizione: esordì in un derby di Coppa Italia vinto 1-0, giocò pure in Coppa Uefa e, infine, esordì anche in campionato, giocando contro l’Empoli all’ultima giornata. Io me lo ricordo solo esultare ad un gol di Ronaldo contro il Bari, mentre si trovava in panchina con i compagni, tutti collegati alla radiolina per sentire i risultati dagli altri campi: forse, la cosa più utile che fece nel periodo all’Inter.

Nonostante lo scarso minutaggio accumulato, la dirigenza rimase così impressa da questo giovanotto che lo mandò in provincia (Perugia) a farsi le ossa e, tornato dopo 25 presenze in A, trascorse tutta l’annata 1999/2000 a Milano. Non si sa di preciso dove, ma comunque visse lì. Giocò anche, forse le partitelle del venerdì, ma non esistono fonti che sostengano quest’affermazione.

Dopo un’intera stagione passata in tribuna, e forse neppure lì, venne nuovamente prestato, questa volta al Malaga. Tornato per la seconda volta, venne definitivamente ceduto al Penarol, e tornando in patria si costruì una carriera tutto sommato dignitosa, mantenendo benissimo l’anonimato, come già fatto in Italia.

Non saprei nemmeno come salutarlo, come ringraziarlo questo giocatore così (poco) significativo per la nostra ultracentenaria storia. Ho solo una domanda: perché, Presidente?

Perdazzurri: #11) Ousmane Dabo

Questa rubrica nasce in risposta alle Gallianate dei cugini milanisti: d’altronde siamo in par condicio, poteva mancare la controparte nerazzurra?
Per miei evidenti limiti anagrafici analizzerò solo ed esclusivamente bidoni arrivati nell’era Moratti (dal 1995 ad oggi), e questi geni incompresi dell’arte pedatoria verranno definiti Perdazzurri, uno dei peggiori soprannomi mai coniati dalla fantasia delle tifoserie avversarie; tuttavia i giocatori che avranno l’ambìto onore di entrare a far parte di questa rubrica non si meritano nulla di meglio.

Nella puntata di oggi va in onda uno degli innumerevoli esempi di giocatori che, a inizio carriera, sono stati soprannominati “Il nuovo …”. Nell’estate del 1998, dalla Francia arrivò all’Inter uno dei tanti “nuovi Vieira” sfornati dalle scuole calcio d’Oltralpe: Ousmane Dabo.

dabo

Questo centrocampista, dal fisico roccioso (185 cm per 84 kg) e dal nome buono per un mega-bonus a Ruzzle, aveva esordito in Ligue 1, col Rennes, a soli 18 anni, e in 3 anni da professionista si era già imposto come uno dei prospetti più brillanti di tutta Francia.
Dotato di due piedi su cui è meglio sorvolare, la sua posizione ideale in campo è quella del mediano davanti alla difesa, il classico giocatore con due polmoni inesauribili, bravo a recuperar palloni e scaricare subito sui compagni per far ripartire l’azione.
Nel 1998 gli uomini di mercato dell’Inter (in primis Sandro Mazzola) ricevettero carta bianca dal Presidente, fecero una bella scampagnata per tutta la Francia e tornarono a casa con un pacchetto che ancora mi fa rabbrividire: Dabo-Camara-Domoraud-Silvestre, roba che in confronto Maniche-Jimenez-Suazo-Pelè sembrano Didì-Vavà-Garrincha-Pelè (quello vero).

Ousmane (notare la straordinaria poeticità del nome) non trovò subito spazio, bloccato da senatori quali Simeone, Djorkaeff, Winter e Cauet, e nella prima metà di stagione accumulò a malapena 8 presenze (di cui 3 in Coppa Italia). Considerato ancora troppo giovane e non in sintonia col calcio italiano, a dicembre venne mandato a Vicenza a farsi le ossa. La sua infinita classe non bastò per evitare la retrocessione ai biancorossi veneti, indi per cui tornò alla casa madre, giusto per scendere in campo altre 10 volte, salvo poi passare al Parma a metà stagione.

In sintesi, in nerazzurro giocò 18 partite, non segnò nessun gol, e diede sempre l’impressione di essere troppo spaventato, troppo intimidito da un calcio più tattico di quello francese, e da tifosi troppo esigenti. Si sa che San Siro non è mai troppo benevolo con i nuovi arrivati, soprattutto se questi sono (semi)sconosciuti pipponi.
Arrivato da noi dietro il pagamento di 18 miliardi del vecchio conio (bestemmia libera: modalità ON), se ne andò per pochi bruscolini. Dopo la parentesi milanese, trovò la sua dimensione in provincia, all’Atalanta, e grazie alle prestazioni coi bergamaschi venne pure convocato coi Bleus per la Confederations Cup 2003, poi vinta.
In seguito si trasferì alla Lazio, dove restò 7 anni (esclusi 2 anni al Manchester City) e dove esplose definitivamente, affermandosi come uno dei migliori mediani della A, classico giocatore né carne né pesce, che però farebbe comodo a molti allenatori.

Adieu cher Ousmane (ah che melodia…), non dimenticheremo mai le tue treccine che danzavano per il campo, solleticando i nostri peggiori istinti nei tuoi confronti.

Perdazzurri: 10) Domenico Morfeo

Questa rubrica nasce in risposta alle Gallianate dei cugini milanisti: d’altronde siamo in par condicio, poteva mancare la controparte nerazzurra?
Per miei evidenti limiti anagrafici analizzerò solo ed esclusivamente bidoni arrivati nell’era Moratti (dal 1995 ad oggi), e questi geni incompresi dell’arte pedatoria verranno definiti Perdazzurri, uno dei peggiori soprannomi mai coniati dalla fantasia delle tifoserie avversarie; tuttavia i giocatori che avranno l’ambìto onore di entrare a far parte di questa rubrica non si meritano nulla di meglio.

La puntata odierna è severamente vietata a tifosi/lettori deboli di cuore.
Questo credo che sia uno dei giocatori che più ho odiato in 16 anni di interismo, forse addirittura più di Gresko, sebbene il protagonista di oggi non ci abbia fatto perdere uno scudetto.
Oggi parliamo di Domenico Morfeo fu Mimmo, la classica eterna promessa del calcio italiano, che in carriera ha al massimo raggiunto lo status di “buon giocatore”.

In maglia nerazzurra è arrivato nell’estate del 2002, e come se già il giorno dopo il 4 maggio non fosse bastato a rovinarci quell’anno, come se già il suo acquisto non fosse bastato a spingerci allo sciopero della fame e della benzina (rigorosamente raffinata dalla Saras), a questo fantomatico trequartista fu pure assegnata la Maglia con la M maiuscola, la n° 10, lasciata libera pochi giorni prima dal passaggio di Seedorf al Milan (scambio già trattato nella puntata dedicata a Coco). Capirete come anche la numerologia abbia influito sulla mia più totale e profonda avversione per Mimmo Morfeo, un nome una garanzia, come capirete a breve.

All’Inter arrivò a 26 anni, in quel periodo della carriera in cui un calciatore deve capire definitivamente di che pasta è fatto, non avendo più la giovane età a giustificare eventuali errori. Esploso nell’Atalanta (11 reti al secondo anno in A, quand’era a malapena 20enne), si confermò alla Fiorentina e già a 22 anni approdò a Milano, sulla sponda sbagliata dei Navigli, “contribuendo” (neanche poi tanto) alla vittoria dello scudetto dei cugini nel 1999. Negli anni seguenti girò a più riprese l’Italia, passando da Cagliari, a Firenze, a Verona e a Bergamo, per poi arrivare anche da noi.

Complici anche le orgogliose quanto statiche e ottuse convinzioni tattiche di Cuper, che giocava con il più classico dei 4-4-2, l’acquisto di un trequartista era pienamente insensato, e a dimostrarlo bastava già l’annata appena vissuta da Seedorf, costretto a violentarsi giocando in fascia. Anche a Mimmo toccò la stessa sorte, adattandosi a giocare esterno sinistro di centrocampo.
Sin dall’esordio nello 0-0 di Lisbona valevole per la qualificazione in Champions, si capì che il nostro diez era uno dei tanti casi di nomen omen, avendo per cognome il nome del Dio del Sonno: dal tocco di palla alla capacità di corsa, tutto ciò che riguardava Mimmo Morfeo era altamente soporifero.
Del suo (fortunatamente) breve cammino in nerazzurro, ricordo solo un gol al Newcastle in Champions League e un rigore clamorosamente fallito contro il Bayer Leverkusen, nella stessa partita in cui Martins segnò il primo gol con la nostra maglia.

Dopo appena un anno (2 gol in 27 presenze) fu ceduto all’ennesima squadra di provincia, forse la sua reale dimensione, e trascorse 5 anni al Parma, vivendo (pochi) alti e (tanti) bassi: la discontinuità sarà il marchio di fabbrica della sua carriera, falcidiata anche da diversi infortuni e conclusa mestamente alla Cremonese (Prima Divisione) nel 2009, a soli 33 anni. Per un anno giocò in Seconda Categoria in Abruzzo, per la squadra del suo Paese d’origine, ma a febbraio 2011 si ritirò definitivamente, preferendo aprire un ristorante a Parma, dove tutt’ora vive con la famiglia.

Grazie Mimmo per tutte le emozioni che non ci hai regalato. Ricordati sempre di ringraziare Moratti, Oriali, Cuper e soci per averti permesso di indossare la maglia che fu di Meazza, Suarez, Beccalossi, Matthaeus, Ronaldo e Baggio.

Perdazzurri: 9) Amantino Mancini

Questa rubrica nasce in risposta alle Gallianate dei cugini milanisti: d’altronde siamo in par condicio, poteva mancare la controparte nerazzurra?
Per miei evidenti limiti anagrafici analizzerò solo ed esclusivamente bidoni arrivati nell’era Moratti (dal 1995 ad oggi), e questi geni incompresi dell’arte pedatoria verranno definiti Perdazzurri, uno dei peggiori soprannomi mai coniati dalla fantasia delle tifoserie avversarie; tuttavia i giocatori che avranno l’ambìto onore di entrare a far parte di questa rubrica non si meritano nulla di meglio.

Continuiamo con la serie dei giocatori che per anni stuzzicano le fantasie (e il portafoglio) di Moratti, e che puntualmente arrivano in nerazzurro nella fase calante della loro carriera.
Il protagonista della puntata di oggi è Alessandro Faiolhe Amantino, per gli amici semplicemente Mancini.
Ala brasiliana classe 1980, arriva in Italia a 23 anni, e si mette in mostra nel Venezia prima di approdare a Roma, sponda giallorossa. E’ l’apoteosi, la summa completa del classico giocatore brasiliana, anzi, della classica ala brasileira: ad un’innata classe e a colpi di genio che strappano applausi scroscianti si uniscono un’altrettanta innata insofferenza al sacrificio e una discontinuità cronica. Per dirla breve: gioca bene 2 partite, resta anonimo per le successive 6-7.

Arriva nell’ultima Roma di Capello nel 2003, e al primo anno sorprende tutti: 33 presenze e 8 gol complessivi, di cui uno superbo di tacco in un derby, che gli valsero subito il soprannome di “Tacco di Dio” da parte dei modesti e poco ossessivi tifosi romanisti. L’anno dopo, con l’arrivo di Spalletti, giocherà sempre tanto (34 gare), titolare inamovibile nel tridente d’attacco alle spalle di Totti, dimezzando però il proprio score: solo 4 reti in A. Nel 2005/06 l’esplosione definitiva: 12 reti in 27 presenze, cui si sommano 6 reti tra Coppa Uefa e Coppa Italia: complessivamente 18 gol in 41 gare.
Nei due anni successivi, complice anche lo scandalo Calciopoli, la Roma diventerà la principale antagonista dell’Inter, contendendosi scudetti, Coppe Italia e Supercoppe Italiane: Mancini è ormai un senatore della Lupa, e sovente non disprezza di segnare anche ai rivali nerazzurri: chiuderà la parentesi giallorossa con 16 reti in A negli ultimi due anni, in totale sono 40 in 154 presenze spalmate su 5 anni in giallorosso.

Poteva il nostro Presidentissimo non perdere la testa per un giocatore così spettacoloso? Un’ala che a lui avrà sicuramente (e inspiegabilmente) ricordato l’idolo d’infanzia Jair?
Nel giugno 2008, dopo aver giustamente allontanato Mancini e ingaggiato (finalmente) l’oggetto del desiderio Mourinho, tra le principali richieste dello Special One c’era innanzitutto un esterno di centrocampo che sapesse giostrare anche da ala nel tridente d’attacco: nel giro di due mesi arriveranno proprio Mancini e Quaresma, che a breve raggiungerà l’ex compagno in questa prestigiosa rubrica.

A luglio il Mancini versione verdeoro arrivò in nerazzurro per una cifra vicina ai 15 milioni di euro (bonus compresi), firmando per 4 anni a 3,5 milioni di euro annui d’ingaggio: la lungimiranza e l’oculatezza non hanno mai assistito i nostri dirigenti nella redazione dei contratti, come potete ben vedere.
Nella prima Inter di Mou, caratterizzata da un offensivo 4-3-3, Mancini e Quaresma avrebbero dovuto (condizionale passato d’obbligo) essere i supporti ideali per le giocate di Ibra. Nei primi due mesi della stagione il brasiliano mise in mostra il 20% di tutte le sue potenzialità e quasi tutta la sua abilità nel giocare bene circa una partita al mese. Ciononostante, segnò un quasi gol nella vittoria per 4-1 a Torino contro i granata (in realtà si trattò di autogol di un avversario) e segnò anche all’esordio in Champions col Panathinaikos, mettendo in piedi uno stucchevole balletto coi conterranei Maicon e Adriano.
A proposito, secondo voci di corridoio che girano tra chi frequenta Milano di notte, pare che il trio Brasil interista non fosse affiatato solo in campo, bensì anche fuori, dove la loro amicizia li univa nella passione per altre cose oltre al calcio, in particolare una bevanda alcolica dal caratteristico colorito biondo e schiumoso.

Dopo un primo anno chiuso con appena 1 rete in 27 presenze, abbastanza deludente date le aspettative e la cifra investita, nella magica estate del 2009, quella in cui Moratti si rifece di 14 anni di mercato pazzo e sconsiderato cedendo Ibra in cambio di Eto’o più 50 milioni…ok, lo ridico: Ibrahimovic va al Barcellona, Eto’o viene da noi accompagnato da 50 bellissimi milioni! Ehm dicevamo, in quell’estate lì, quando arrivarono anche Lucio, Thiago Motta, Milito e Sneijder (piccola lacrimuccia che scende), Mancini finì ai margini del progetto che ci avrebbe portato, appena 12 mesi, a compiere lo storico Triplete.
Nei primi sei mesi della stagione scese in campo 6 volte in campionato e appena 1 in Champions e, se non ricordo male, in tutti i casi si trattò di scampoli di partita, la classica sostituzione effettuata a 2-3 minuti dalla fine per perdere tempo o allungare il recupero. A gennaio 2010 viene ceduto in prestito al Milan, e questo fu uno dei pochi casi in cui il passaggio da Appiano Gentile a Milanello non trasformò il giocatore in un fuoriclasse incompreso. Coi rossoneri giocherà 7 partite, tornerà da noi a giugno, giocherà altre 2 volte, per poi andarsene definitivamente e tornare in Brasile all’Atletico Mineiro, squadra in cui era cresciuto, lasciandosi dietro anni mirabolanti ma anche annate oltremodo deludenti. Come ciliegina sulla torta, un’accusa di stupro ad una ragazza brasiliana. Totale, 36 presenze e 1 gol in nerazzurro.

Personalmente non ho mai amato questo giocatore, così come non ho mai amato i giocatori tanto talentuosi quanto discontinui: nell’ultimo anno a Roma mise in luce tutta la sua indisponenza ed insofferenza, certificandosi come giocatore totalmente inaffidabile. All’Inter ha confermato ciò.
Sarà stato vittima anche lui della celeberrima saudade che colpisce tutti i giocatori brasiliani, rovinandone le prestazioni dopo un tot di anni di lontananza dal Brasile? Chissà.
C’è una linea sottile che demarca la differenza tra un campione ed una pippa colossale: lui non l’ha mai superata, è sempre rimasto solo da una parte e lascio a voi definire quale.