Archivi categoria: La bacheca degli orrori

Perdazzurri #22: Edgar Davids

Avete presente quei giocatori che avete sempre sognato vedere coi colori della vostra squadra? Non dico Cristiano Ronaldo o Messi, ma giocatori di calibro inferiore, di cui seguite pedissequamente la crescita e la maturazione, nella costante speranza che la vostra squadra li acquisti prima che siano troppo vecchi o troppo stanchi per dare ancora qualcosa al calcio. Continua a leggere Perdazzurri #22: Edgar Davids

Le Gallianate: 9) Ricardo Oliveira

"Ricardo Oliveira" di Roberto Vicario - milan-fiorentina_del_06_05_07_(11) from Toscanafotonotizie.it. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons - http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Ricardo_Oliveira.jpg#/media/File:Ricardo_Oliveira.jpg
“Ricardo Oliveira” di Roberto Vicario – milan-fiorentina_del_06_05_07_(11) from Toscanafotonotizie.it. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Ricardo_Oliveira.jpg#/media/File:Ricardo_Oliveira.jpg

Era circa la metà di maggio del 2006, e io odiavo con tutto me stesso Kristen Pazik. Il linguaggio del corpo, quando si trasforma in erotismo, non ha bisogno di parole e Kristen e suo marito Andriy Shevchenko non si sa che lingua parlassero, ammesso che parlassero. Non parlavano in ucraino né in russo, e questo è sicuro, non parlavano in inglese in modo da capirsi efficacemente, forse parlicchiavano un po’ in italiano. A me veniva  da piangere durante quella conferenza stampa, ma d’altronde dopo Istanbul si era tutti più sensibili, e Shevchenko era sempre stato il mio giocatore preferito, quello del rigore decisivo di Manchester e di tante altre cose, e il suo posto non era a Londra, ma ad Atene un anno dopo.

Ma Kristen è bella e Abramovich ha tanti soldi, così tanti che convincono pure Berlusconi, ed è solo l’inizio della discesa irrefrenabile e della svendita più totale. 43,30 milioni di euro per un giocatore che di lì a quattro mesi avrebbe compiuto 30 anni: superato lo shock la cosa poteva iniziare ad avere un senso. Continua a leggere Le Gallianate: 9) Ricardo Oliveira

Le Gallianate: 8) Massimo Taibi

Una volta la nostra ildisagio19, brillante narratrice delle vicende partenopee, mi disse che è sempre tempo per una Gallianata. E io allora la prendo alla lettera e ogni tanto decido di scrivere una Gallianata in momenti casuali, senza starci troppo a pensare su. In realtà stavolta c’è un minimo di criterio: il Milan ha appena acquisito le prestazioni sportive di Diego Lopez, un arrivo necessario per coprire le lacune mostrate da tre portieri evidentemente inaffidabili. Ma il rapporto del Milan berlusconiano con gli estremi difensori non è mai stato eccellente: scavo nella mia memoria e trovo Sebastiano Rossi che fa il record di imbattibilità tuttora in vigore in Serie A e intanto non viene mai convocato in Nazionale, ogni tanto ne combina qualcuna, ma alla fine così malvagio non è, non oserei mai dire il contrario, quello viene a prendermi a casa… Mi ricordo di uno Jens Lehmann, che scarso non era neppure lui, che venne a Milano a prendere con le mani un retropassaggio in piena area di rigore, cosa che nemmeno nei pulcini, e poi a saggiare le mine di Batistuta, che con tre gol a San Siro mise praticamente la parola fine all’avventura del tedesco in casacca rossonera. Il portierone di Essen collezionò solo cinque partite in campionato. Continua a leggere Le Gallianate: 8) Massimo Taibi

Perdazzurri: 21) Andy Van der Meyde

E' finito l'Havana 7?! (fonte: haisentito.it)
E’ finito l’Havana 7?! (fonte: haisentito.it)

Siete in discoteca da circa 2-3 ore. Ubriachi dopo il terzo sorso di gin lemon, avete iniziato subito a provarci – con esito positivo – con i peggiori esseri di sesso opposto al vostro. Avete anche adocchiato qualche esponente di qualità superiore, avete anche tentato l’abbordaggio, ma avete ricevuto un 2 di picche più scontato della convocazione in Nazionale di Giaccherini quando ancora giocava sul patrio suolo. Eppure, a fine serata, quando ormai la vista è annebbiata non si sa se più dai litri di havana cola che vi scorrono nel fegato o dalle luci stroboscopiche in modalità epilessia, ecco che arriva lei: senza mezzi termini, è la più figa del locale, il sogno proibito di 3/4 dei maschi senzienti presenti.  Continua a leggere Perdazzurri: 21) Andy Van der Meyde

Le Gallianate: 7) Bakaye Traoré

Ecco Traorè mentre cerca di realizzare cosa ci fa lì (foto di Ytoyoda, wikimedia commons)
Ecco Traorè mentre cerca di realizzare cosa ci fa lì (foto di Ytoyoda, wikimedia commons)

Torna dopo mesi l’appuntamento con le tanto amate Gallianate. Inutile scavare a fondo nella memoria per individuare tra anni Novanta e Duemila uno degli ennesimi giocatori inadeguati acquistati dal geometra/amministratore delegato, questo a scandalizzare i migliori cervelli in fuga laureati in economia. Di secondo lavoro fa invece il direttore sportivo ad interim, carica che però lui ha affermato essere antica e non più utile. Il Milan è l’unica squadra senza ds, e allo stato attuale delle cose la squadra va male (per essere educati). Dunque chi avrà ragione tra Galliani e tutte le altre squadre del mondo sulla figura del ds? Boh, chissà.

Questa volta abbiamo deciso di anticipare tutti gli altri siti internet d’Italia che parlano di meteore e bidoni di tanti anni fa, per narrare le vicende di un uomo che entrerà un giorno negli annali. Le cose devono essersi svolte più o meno in questo modo: metti una sera a cena in un noto ristorante del centro di Milano (vabbè, da Giannino), al tavolo del geometra e di Allegri e di Braida e di Preziosi e di Raiola – e di chiunque abbia parametri zero da proporre – si presenta un uomo noto alle cronache calciomercatistiche, un procuratore non più giovanissimo, ma di spessore, sempre ben vestito, abile venditore. Costui chiede al geometra/a.d./ds ad interim se gli interessa prendere a parametro zero un potentissimo calciatore africano che gioca in Francia, uno che con i piedi ti stira dieci camicie contemporaneamente, uno che nello spogliatoio ti rivoluziona la leadership fallica, che con l’attrezzo ci scava i tunnel (cit.). Continua a leggere Le Gallianate: 7) Bakaye Traoré

Perdazzurri: #21 Sixto Peralta

Il CdA dell'Inter tra il 1999 e il 2002. (fonte: harrypotter.wikia.com)
Il CdA dell’Inter tra il 1999 e il 2002. (fonte: harrypotter.wikia.com)

Stiamo parlando sempre di Inter, e siamo sempre in quel periodo, quel periodo di passaggio tra i due millenni in cui la dirigenza nerazzurra era paragonabile al consiglio direttivo di Hogwarts quanto a competenze calcistiche.
Come ogni estate, un non ben identificato osservatore ha ripreso le raffinate doti atletiche di qualche sconosciuto calciatore sudamericano: in realtà si trattava di qualche turista con un pessimo senso dell’umorismo, che per qualche oscuro motivo individuava pseudo-calciatori in grado di fare 4 palleggi di fila per poi inviare il video a “Paperissima”; rimbalzato da Antonio Ricci, avrà pensato che mandarlo a Moratti&Co. sarebbe stato più remunerativo (come dargli torto).

 

Fonte: fcintermilano.com
Fonte: fcintermilano.com

Nell’estate del 2000, probabilmente ancora in preda ai festeggiamenti per l’inizio del nuovo Millennio, la Premiata Ditta Internazionale si è vista recapitare alcuni video

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Perdazzurri: #20 Vampeta

In occasione del suo 40° compleanno – ma vista la sua mobilità in campo 10-15 anni fa, in realtà potrebbe averne compiuti 67 – quale migliore occasione per riprendere la rubrica “Perdazzurri” se non quella di dedicarla a Marcos Andrè Batista Santos, conosciuto come Vampeta? In tempi non sospetti, quando ancora Marco Branca non faceva danni dietro la scrivania, l’Inter aveva già pensato bene di portarsi avanti, e sperperare i suoi soldi per appropiarsi di pippe invereconde e giocatori da oratorio.

Fonte: calcioweb.eu
Fonte: calcioweb.eu

Vampeta (soprannome che indica una via di mezzo tra “vampiro” e “diavolo”) arrivò all’Inter nell’estate 2000, dopo essere stato corteggiato a lungo dalla autolesionista dirigenza nerazzurra, che se lo assicurò per la cifra di 30 miliardi di lire (15 milioni di euro), Continua a leggere Perdazzurri: #20 Vampeta

Le Gallianate: 6) Michael Reiziger e Winston Bogarde

Questa è una Gallianata a due, impossibile scindere questi importantissimi protagonisti del Milan anni ’90, che in realtà arrivarono in due stagioni differenti (il primo nel 1996/97, il secondo nel 1997/98), eppure non riesco a non considerarli come un unico grande episodio:

Michael Reiziger & Winston Bogarde

Correva l’anno 1996. Per il geometra i tempi erano felici: non c’era nessun bisogno di elemosinare giocatori a Preziosi, di chiamare tutti i giorni Raiola e di mettere le tende da Giannino con Bronzetti. Silvio sganciava, e tutto era più semplice, valigette piene alla mano.

Non si può dire non abbia colto i lati positivi della carriera da calciatore: giocare poco, guadagnare tanto. Chissà se questa macchina gliel'ha pagata l'Ac Milan (foto da wallywithabrolly.blogspot.com)
Non si può dire non abbia colto i lati positivi della carriera da calciatore: giocare poco, guadagnare tanto. Chissà se questa macchina gliel’ha pagata l’Ac Milan (foto da wallywithabrolly.blogspot.com)

Fu tutta colpa di Gullit, Rijkaard e Van Basten. Sì, perché il successo dei tre tulipani mise evidentemente strane idee nella mente del geometra di Monza: olandesi = bene, più olandesi = molto bene. Continua a leggere Le Gallianate: 6) Michael Reiziger e Winston Bogarde

Tiro Secco/5 Christian Poulsen

Poulsen in un'espressione combattiva e arcigna
Poulsen in un’espressione combattiva e arcigna

Quinto appuntamento con gli orrori della Juve di qualche anno fa, quando il centrocampo non poteva contare su giocatori come Vidal, Marchisio, Pirlo e Pogba, ma (vengono i brividi al solo ricordo) era affidato a gente come Christian Poulsen, mediano tuttofare che finì per fare poco e quel poco farlo pure male.

Christian Bjornshoj Poulsen nasce in un sobborgo di Copenaghen nel 1980 e muove i primi passi da calciatore nell’omonimo club, uno dei più titolati a livello nazionale e noti sul panorama continentale. Con la squadra della capitale vince il campionato e si impone agli occhi degli osservatori europei come uno tra i talenti più promettenti del piccolo Paese scandinavo, da anni fucina di molti giovani destinati a crescere calcisticamente in campionati più competitivi. Agli inizi del Duemila è la Bundesliga ad attingere a piene mani in Danimarca, e anche il giovane Christian nel 2002 passa in Germania e si trasferisce allo Schalke 04, firmando un ricco contratto quadriennale. Grazie all’esperienza tedesca si guadagna un posto fisso in Nazionale, dove ricopre il ruolo di mediano d’interdizione e insieme al mastino Gravesen forma una formidabile coppia, povera tecnicamente ma capace di mettere a dura prova le caviglie e i nervi degli avversari. Ne sa qualcosa Francesco Totti, che durante la partita tra Italia e Danimarca dell’Europeo del 2004 (quello del biscotto, per intenderci), a seguito di una marcatura strettissima approfitta di un momento di distrazione dell’arbitro per regalare uno sputo in faccia al danese, reo di aver maltrattato il Pupone con interventi al limite della regolarità. Totti, inchiodato dalla prova tv, si beccherà tre turni di squalifica; ma anche Poulsen salirà alla ribalta, guadagnandosi la poco invidiabile fama di segaossi. Questa si conferma anche l’anno successivo, in una partita di Champions tra il Milan e lo Schalke decisiva per la qualificazione agli ottavi: durante tutto il match il danese si “prende cura” del povero Kakà (l’unico giocatore in grado di farlo bestemmiare), ma al termine della partita, vinta dal Milan, Gattuso vendica il compagno esultando platealmente in faccia a Poulsen e sfottendolo con gesti eloquenti. Simili prodezze accompagnano Christian anche nella successiva esperienza al Siviglia, con il quale vince una Coppa Uefa, una Coppa del Re e una Supercoppa di Spagna.

Il palmares di tutto rispetto e la stima che riscuote in patria (vince per due volte consecutive il titolo di calciatore danese dell’anno) lo rendono appettito da molti club di prima fascia, ma è la Juventus di Secco che nell’estate del 2008 la spunta per una cifra fin troppo esosa. Il Siviglia del presidente Del Nido è abilissimo a vendere al momento giusto i suoi gioielli e a farseli pagare cari: per aggiudicarsi il danese i bianconeri sborsano ben 9,75 milioni, sollevando i comprensibili mugugni dei tifosi che protestano per un investimento del genere per un taglialegna di centrocampo. L’esperienza alla Juve inizia in maniera confortante e il danese riesce a trovare una buona intesa con Camoranesi e Marchisio, ricoprendo la posizione di interno di centrocampo nel celebre “rombo” di Ranieri. Ma dopo un inizio incoraggiante anche lui si perde tra continui infortuni e prestazioni deludenti, nelle quali si fa notare più per le proteste contro gli arbitri che per le sue (supposte) capacità di visione di gioco. Chiude la prima stagione bianconera con 23 presenze e una rete, peraltro decisiva, siglata in occasione della vittoria della Juve a Catania. Nell’estate 2009 Secco si scatena con i clamorosi “botti” Diego e Felipe Melo, e Poulsen inizia la stagione come riserva, messo dietro pure a gente come Tiago e Sissoko. Sfruttando però i ripetuti infortuni che in quella stagione falcidiano la rosa bianconera, riesce a racimolare un buon gruzzolo di presenze, senza però incidere su un rendimento che appare lontanissimo dai livelli di Siviglia. Il campionato termina malamente sotto la guida del traghettatore Zaccheroni, e per l’anno successivo Poulsen è uno tra i primi a non essere confermato. Il nuovo dg Marotta riesce a piazzarlo addirittura al Liverpool, che lo acquista a titolo definitivo per un prezzo svalutato ma di tutto rispetto se paragonato ad altri investimenti fallimentari. Si chiude qui, senza rimpianti e in maniera ingloriosa, l’esperienza bianconera di uno dei mediani più sopravvalutati degli ultimi anni.

Christian Poulsen

Presenza con la Juve: 61

Gol con la Juve: 1

Acquistato a: 9,75 milioni

Ceduto a: 6,675 milioni

Tiro Secco/4 Felipe Melo

Felipe Melo mentre finge di correre
Felipe Melo mentre finge di correre

La corrente sessione di calciomercato ha riportato all’attenzione degli osservatori più attenti un caso, o per meglio dire un vero e proprio incubo, che molti di noi credevano definitivamente archiviato. Sui siti dedicati al mercato della Juve è uscito il temuto nome di Felipe Melo, che dopo cinque anni agita ancora i sonni dei poveri tifosi, mentre per la nostra rubrica rappresenta il simbolo vivente, nonchè la personificazione esatta e sublime del bidone sopravvalutato, sintesi perfetta delle competenze di mercato di Alessio Secco e vertice inarrivabile tra le operazioni più disastrose degli ultimi dieci anni, sia dal punto di vista economico che tecnico.

Il centrocampista brasiliano Felipe Melo Vicente de Carvalho nasce nel 1983 nei pressi di Rio, e inizia la sua carriera da calciatore professionista nei ranghi del Flamengo. In precedenza, come lui stesso ha dichiarato, praticava ju jitsu brasiliano, disciplina in cui era diventato una promessa a livello regionale; peccato abbia deciso di cambiare strada, aggiungiamo noi malignamente, sebbene il giovane Felipe non dimenticherà mai del tutto le “pratiche” di quell’arte marziale, viste le molte “vittime” lasciate sul campo dalle sue intemperanze. Dopo un inizio in cui gira parecchie squadre, nel 2005 sbarca in Spagna dove viene acquistato dal Racing Santander; alle due buone stagioni trascorse in Cantabria ne fa seguito una terza all’Almeria, squadra rivelazione della Liga con la quale Felipe si toglie parecchie soddisfazioni. Il mediano brasiliano gioca un campionato eccellente, condito da ben sette reti (bottino notevole per un centrocampista d’interdizione), imponendosi sotto i riflettori internazionali ed entrando di prepotenza nel giro della Nazionale verdeoro. Nell’estate del 2008 molte squadre europee lo inseguono, ma alla fine è la Fiorentina di Della Valle e Pantaleo Corvino a strapparlo agli spagnoli per una cifra intorno ai 13 milioni. La Fiorentina di Cesare Prandelli è una squadra solida e divertente, che gioca un calcio di ottimo livello e nutre ambizioni europee, contendendo a Roma, Juventus e Milan l’accesso alla Champions: l’ambientamento di Felipe Melo avviene con straordinaria rapidità e il suo rendimento sorprende gli stessi operatori di mercato, solitamente scettici nei confronti dei calciatori provenienti dalla Liga. Il brasiliano gioca una stagione da protagonista, prendendo le chiavi del centrocampo viola e diventando da subito un titolare inamovibile. Beniamino dei tifosi, offre prestazioni di quantità e qualità, compensando talvolta le doti tecniche non eccelse con una grinta e una corsa che gli procurano gli inni della Fiesole.

A fine campionato Felipe Melo torna inevitabilmente al centro di voci di mercato che lo vorrebbero lontano da Firenze, nel mirino dei più importanti club europei. In via cautelativa Corvino, da vecchia volpe del mercato, convince il giocatore a firmare il rinnovo di contratto con l’inserimento di una clausola rescissoria da 25 milioni, cifra ben difficile da spendere per un mediano di contenimento. Ma la Provvidenza non conosce limiti: Secco, invaghitosi del centrocampista e desideroso di regalare a Ferrara un centrocampista di livello mondiale (!) dopo i fallimenti delle stagioni precedenti, si presenta dai Della Valle con in tasca un assegno da 25 milioni, ovvero l’intero importo della clausola. Di solito i non idilliaci rapporti tra le due società fin dai tempi dell’affare Baggio rendono difficili e tormentate le trattative di mercato tra Juve e Fiorentina, ma in questo caso Corvino, non credendo forse ai propri occhi, impacchetta il brasiliano e lo spedisce senza fiatare a Torino, incassando dalla sua cessione una plusvalenza di 12 milioni a solo un anno dall’acquisto. Nella Juve Felipe Melo parte forte, con Diego c’è subito intesa e dà alla dirigenza bianconera l’illusione di aver compiuto un investimento di valore. Ma le speranze svaniscono presto: la parabola discendente di Ferrara, esonerato dopo pochi mesi, trascina nel baratro anche Felipe, che appare sempre di più lento e spaesato, un autentico paletto piantato in mezzo al campo, le cui prestazioni al di sotto delle aspettative sono aggravate da un comportamento indisciplinato e spesso sopra le righe, con una pioggia di cartellini gialli e conseguenti squalifiche. Si crea inoltre un rapporto turbolento con stampa e tifosi, con il giocatore messo sul banco degli imputati per la scarsa qualità delle prestazioni e spesso beccato dalla curva con fischi e insulti verso le sue maldestre giocate.

Durante l’estate del 2010 in casa Juve avviene una mezza rivoluzione, con l’ingresso in società di Agnelli e Marotta e l’incarico di allenatore affidato all’esperto Luigi Delneri; in questo continuo andirivieni, però, il brasiliano viene confermato dal nuovo coach, che intende dargli una seconda possibilità dopo il primo, traumatico impatto con la realtà juventina. Le avvisaglie sono tutt’altro che buone: al mondiale sudafricano di quell’estate, durante il quarto di finale tra Olanda e Brasile, Felipe Melo prima inizia bene fornendo a Robinho l’assist per l’uno a zero, poi nella ripresa propizia il pareggio arancione e si fa espellare dopo aver rifilato un pestone a Snejider. Il Brasile perde la partita e viene eliminato; Felipe, subissato di critiche in patria, viene cacciato dalla Nazionale a furor di popolo e da quel momento non vestirà più la maglia verdeoro. Con la Juve le cose non vanno meglio, Delneri riesce a fare anche peggio di Ferrara escludendo i bianconeri dalle coppe europee, nonostante la stagione tutto sommato discreta di Felipe Melo che riesce a giocare anche più del previsto. Con la nuova rivoluzione a fine stagione e l’arrivo di Antonio Conte, per il brasiliano a Torino non c’è più spazio e la Juve cerca in tutti i modi di disfarsi di un ingaggio eccessivo per un ex fenomeno diventato riserva. Si fanno avanti i turchi del Galatasaray, che per tre anni porteranno avanti il solito giochino di non riscattare sistematicamente il giocatore, peraltro sotto contratto con la Juve fino al 2014, per ottenere dei prestiti onerosi e riavere puntualmente il brasiliano all’inizio della stagione successiva senza spendere un euro per il cartellino; la prima volta lo prendono a 1,5 milioni con riscatto a 13, la seconda a 1,75 con riscatto a 6,5, la terza (cioè poche settimane fa) ottengono dall’esasperato Marotta un mega-sconto sul prezzo di cartellino, prendendo a 3,75 milioni un giocatore che la Juve aveva pagato 25. Proprio vero che nel calcio tutto è possibile.

Felipe Melo

Presenze con la Juve: 78

Gol con la Juve: 4

Acquistato a: 25 milioni

Ceduto a: 3,75 milioni

Perdazzurri: #19 Sergio Conceiçao

Il perdazzurro di oggi potrebbe essere nominato capo-fila di una categoria molto particolare, ossia quei calciatori che per anni, a prescindere dalla maglia avversaria che indossano, sfoggiano prestazioni strabilianti contro l’Inter ma poi, una volta arrivati a Milano, si imbrocchiscono di colpo, come se il prato di Appiano Gentile assorbisse tutto il loro potenziale.
Dopo un’estenuante lotta all’ultimo sangue con Luciano fu Eriberto, il rappresentante supremo di questi fenomeni-brocchi è ufficialmente Sergio Paulo Marceneiro da Conceiçao.

Arrivato in Italia con la maglia della Lazio, e trasferitosi poi al Parma, questa funambolica ala portoghese ha avuto sin da subito lo strano potere di farmi incazzare ogniqualvolta giocasse contro l’Inter. Dotato di una capacità di corsa nella media, i suoi punti forti erano il dribbling e la straordinaria capacità di giocare su entrambe le fasce, essendo ambidestro ed avendo due piedi raffinati, che gli permettevano di sfornare numerosi assist ai compagni, ed essere molto bravo anche sui calci piazzati. Se in 32 partite su 34 queste doti potevano a malapena vedersi, contro di noi emergevano in tutto il loro splendore: negli anni precedenti all’approdo in nerazzurro, ricordo un suo bellissimo gol in una sconfitta interna contro la Lazio (2-5 per loro) – il classico tiro della domenica (sera) che non gli sarebbe mai più riuscito – e una partita con la maglia del Parma (che ovviamente perdemmo) alla fine della quale dovettero farlo esorcizzare: in quell’occasione, infatti, mise a segno almeno 3 assist (2 su calcio d’angolo se non erro) e incendiò letteralmente la (nostra) fascia sinistra, umiliando con suoi dribbling i poveri Macellari e Cirillo, che alla fine capirono come si sente Gascoigne dopo un’after a casa di George Best.

Nell’estate del 2001 Cuper divenne il nostro allenatore, ed avendo fatto del 4-4-2 e del gioco sulle fasce i suoi dogmi inappellabili, chiese al presidente Moratti due esterni che potessero valorizzare al massimo questa filosofia di gioco: arrivarono Guly dal Milan (scambiato con Brocchi) e Sergio Conceiçao, per il quale furono sborsati ben 36 miliardi di lire. Credo che le mie bestemmie riecheggino ancora tra le mura della casa.
Sin dalla prima partita di quel maledetto campionato, il 27enne Sergio – teoricamente all’apice della carriera – diede l’idea di assomigliare ad un lontano parente di Jonathan (sì, il divino 42) piuttosto che ad un Beckham in salsa lusitana.
Il Van Gogh del dribbling, l’Hemingway del doppio passo inanellava una prestazione più imbarazzante dell’altra, ed ogni volta che pensavo che avesse dato il peggio, che avesse raggiunto il punto di non-ritorno, questo Picasso del cross, il Pirandello del calcio d’angolo calciato basso riusciva a sorprendermi: le partite delle stagioni 2001/02 e 2002/03 le ho viste tutte, e i dribbling riusciti, così come i cross azzecati, si contano sulle dita di una mano. Di quella di un menomato, per la precisione.
Ogni volta che partiva sulla destra con il suo incalzare disinvolto e perennemente stanco (neanche fosse un Alvarez d’antan), dagli spalti partivano già le eresie e gli insulti più fantasiosi: in sole due stagioni non fece nulla di buono in campo, ma in compenso contribuì ad elevare il livello estetico-letterale delle espressioni dei tifosi interisti. Incurante di indossare un numero non indifferente, il 7 dei grandi Jair, Domenghini e chi più ne ha più ne metta, si appropinquava a crossare con la stessa grinta con cui un barista di Coimbra si rassegnava a pulire i bicchieri a fine serata (ed ora che ci penso bene, il suo aspetto non si discostava molto dallo stereotipo che ho usato).

Con la maglia dell’Inter ha giocato 2 stagioni, scendendo in campo 65 volte e segnando solamente 2 (quasi piansi quando segnò la prima rete), realizzando dribbling più ubriacanti di una serata con Bendtner, e collezionando più bestemmie che minuti in campo. Ho esultato come poche altre volte quando ho saputo che sarebbe stato ceduto: non voglio sapere dove sia finito ora, o cos’abbia fatto negli anni successivi alla sua esperienza all’Inter. Spero solo che passi le sue giornate più esaltanti ad ubriacarsi di scadente vino portoghese, vomitando sugli scogli affacciati sull’Atlantico e, nei pochi momenti di lucidità che gli concendo, ripensando a quanto fosse semplice buttare un cross decente in mezzo ad un’area affollata.

Perdazzurri: #18 Gonzalo Sorondo

La passione di Moratti e figli per il Sudamerica dovrebbe essere caso di studio per sociologi e psichiatri. Che siano fenomeni (Ronaldo, Zanetti) o pipponi clamorosi come il protagonista di oggi, in ogni anno della gestione petrolifera almeno un giocatore proveniente dall’America Latina è arrivato all’Inter. Lezioni di tango gratis? Bamba di qualità migliore? Trans superdotati? Tant’è, nel 2001 il buon MM, convinto dal figlio o da Mazzola o da chissà quale altro genio del mercato, investì circa 12 miliardi del vecchio conio per assicurarsi le straordinarie prestazioni di Gonzalo Sorondo.

Questo 22enne difensore uruguaiano arrivò carico di moltissime aspettative, pronto a formare una coppia di splendidi buttafuori insieme a Materazzi, altro acquisto di quell’estate: non erano certo Nesta e Cannavaro, ma almeno avremmo vinto la Coppa Ignoranza.
Oltre al fisico davvero imponente (1,90 di altezza), gli altri segni caratteristici del giovane Gonzalo erano i lunghi capelli unti come quelli dei peggio paninari e lo sguardo sempre attento, brillante come le sinapsi di Pirlo. Già alla prima apparizione con l’Inter mise in luce la sua proverbiale velocità: l’Uomo di Latta arrugginito avrebbe saputo fare meglio.

Non diede mai l’impressione di essere pronto per i grandi palcoscenici del calcio che conta, commettendo una serie colossale di errori difensivi ed indecisioni: all’Inter collezionò 12 presenze, 14 tibie avversarie, 35 coltellate e 27 infarti procurati sugli spalti di San Siro.
Col senno di poi, avevamo avuto un leggero assaggio di ciò che in futuro sarebbe stata Burdisso, ricordato solo per la bellissima corrida improvvisata a Valencia molti anni dopo.

Dopo due stagioni esaltanti quanto un’uscita in presa alta di Mazzantini (ve lo ricordate?), Gonzalo Sorondo (già il nome ricorda un aiuto-meccanio ciccione, impacciato e sempre sudato) venne spedito all’estero a farsi le ossa. Prima in Belgio allo Standard Liegi, poi in Inghilterra a Crystal Palace e Charlton. Nel 2006 tornò indietro ancora integro ma pur sempre scarso, perciò gli venne dato il lasciapassare per andare tranquillamente a fare danni in giro per il mondo (la direzione declina ogni responsabilità). Dopo 4 stagioni di buon livello coi brasiliani dell’Internacional ed essersi frantumato il ginocchio (il suo ingaggio col Gremio saltò per questo), tornò in patria al Defensor Sporting, squadra che l’aveva lanciato ben 15 anni prima. Vorrei conoscere i dirigenti di questo club, e far sapere loro che certa gente è stata uccisa per molto meno.

Nel 2002 raggiunse probabilmente il punto più alto della sua carriera, entuasiasmante ed avvincente come una rimessa laterale di Pancaro: disputò la Coppa del Mondo nippocoreana con la maglia dell’Uruguay. Niente di sorprendente, dato che alcuni anni dopo anche campioni del calibro di Gargano e Pereira l’avrebbero indossata.

Per chiudere il racconto relativo a questo (in)dimenticabile ex nerazzurro, l’autorevole sito transfermarkt, leader in termini di valutazioni economiche di calciatori, ad oggi quantifica il valore di Sorondo in 150.000 €, la cifra media di un’abitazione media in una città media d’Italia. 149.999 euro di troppo, secondo me.

Perdazzurri: #17 Antonio Pacheco

Oltre a Jonathan, Gresko e il 5 maggio, la lunga storia dell’Internazionale Football Club di Milano nasconde un altro scempio, una disgrazia che la famiglia Moratti tenta di tenere nascosta al pubblico da decenni: il figlio Angelo Mario, per gli amici Mao, nutre una sconfinata passione per il maschio sudamericano, possibilmente imberbe, con particolari doti funamboliche sul campo da calcio, e con un nome che funga da anteprima inequivocabile alla pippa clamorosa che si rivelerà (ogni riferimento anche a Ricky Alvarez è puramente voluto).

Negli anni abbiamo dovuto pagare dazio numerose volte per soddisfare l’ossessione dell’erede della famiglia Moratti: in primis fu l’Avioncito Rambert, poi seguirono i vari Peralta, Sorondo, Rivas e many others. Il più celebre fu sicuramente Alvaro El Chino Recoba, acquistato dopo interminabili rotture di coglioni da parte di Mao al padre Massimo: il pargoletto (Iddio lo strafulmini) se ne innamorò dopo aver visto una videocassetta con alcuni colpi dell’uruguaiano. 10 anni di stipendio regalato basati su pochi minuti di videocassetta: manco un attore porno.
Il protagonista di oggi rispecchia in pieno le caratteristiche preferite dalla dirigenza dell’epoca: stiamo parlando di Antonio Pacheco. Suvvia, non siate timidi. Ve lo ricordate, sì. Non sono l’unico stronzo che lo conosce. Ammettetelo!

Il Van Basten delle Ande in azione
Il Van Basten delle Ande in azione

Questo sconosciuto attaccante uruguagio fu prelevato direttamente dal peggiore bar di Montevideo, mentre lottava in una rissa con 4 muratori strafatti di coca delle Ande per un debito a briscola: pagato poco più di 5 miliardi di lire nel 2000, arrivò dal Penarol a 25 anni, firmando un contratto triennale in cui il gol non era previsto. Secondo alcune indiscrezioni (confermate anche da wikipedia, andate a dare un occhio alla sua pagina se non ci credete), il suo ingaggio fu imposto alla società dal procuratore di Recoba, sottoforma di un’infamissima clausola in uno dei 1547 rinnovi ultramilionari che il Chino riuscì a strappare per anni alle tasche del Presidente.
Pacheco rimase un solo anno all’Inter, trascorrendo l’intera stagione al di sotto della soglia d’ignoranza: agile come Carrozzieri dopo un festino sobrio a casa di Flachi, e letale come un contropiede del Pescara, scese in campo solo 2 volte, accumulando più bestemmie che minuti.

Esaltato dai dirigenti dell’epoca (tra cui le vecchie glorie Suarez e Mazzola) come il nuovo fenomeno dell’America Latina, una via di mezzo tra Ramon Diaz e Ruben Sosa, si rivelò invece scarso come l’ossigeno in cima all’Everest.

Perdazzurri: #16 Umit Davala

Nel giorno in cui la Guardia di Finanza, in un’operazione concordata con la Rotoloni Regina, ha deciso di far cagare sotto il sistema calcistico italiano, ci sembra doveroso riprendere le fila di questa rubrica, dedicando il post a una delle innumerevoli operazioni di mercato dell’Internazionale Fc, classificabili sotto la voce “ma che cazz…?!”.

Nell’estate del 2002, non contenti di aver scambiato uno dei centrocampisti più forti d’Europa (Seedorf) con un tamarro siciliano che si spacciava per terzino (Coco), i dirigenti interisti pianificarono un altro straordinario scambio con gli odiati cugini milanisti: Dario Simic, onestissimo difensore centrale nonchè capitano della Croazia, passa in rossonero, mentre da noi arriva nientepopodimenoche Umit Davala. Se non vi ricordate il passaggio in nerazzurro di questo celeberrimo fenomeno, tranquilli…rientrate nella normalità, a differenza mia.

Un breve excursus sulla storia di questo giocatore: nato in Germania da genitori turchi, il buon Umit Davala (nome perfetto per una marca di detervisi kazaki) si afferma calcisticamente nella terra d’origine. A 23 anni è già nella nazionale maggiore turca, e in 5 stagioni col Galatasaray vince la bellezza di 8 trofei, tra cui la Coppa Uefa del 2000. Il pubblico italiano lo vede all’opera per la prima volta in occasione degli Europei del 2000, gli stessi che convinsero la dirigenza interista a comprare Hakan Sukur: come vedete, noi dagli errori non impariamo mai.
Come già nei precedenti anni al Gala, Umit (che non si è mai capito se fosse il nome o il cognome) dimostra di essere un discreto terzino: ottima corsa, notevole senso della posizione e incisivo anche in attacco. Il Maldini del Bosforo era pronto a sbarcare in Italia.

Nell’estate del 2001 si trasferisce al Milan per seguire il guru Fatih Terim, e con lui in panchina le gioca tutte. A novembre arriva Ancelotti, e Umit non vedrà più il campo. A fine anno conta la miseria di 10 presenze, nessuna delle quali entrata negli annali.
Dopo un solo anno, arriva l’Inter che, per compiere l’ennesima azione di beneficenza, decide di dare una possibilità di riscatto al Roberto Carlos dell’Anatolia: peccato che si riveli invece l’antesignano turco di un Brechet qualsiasi. Cuper non lo può vedere già dal ritiro, dove lo posiziona a preparare i kebab per Vieri e Almeyda: pochi mesi, e il 29enne turco viene rispedito in patria, al Galatasaray, e poi andrà a terminare la sua carriera nel Werder Brema, dove riuscirà pure a vincere un campionato e una coppa di Germania.

Il suo segno nella storia dell’Inter è così indelebile che non esistono foto ufficiali e/o ufficiose di lui con la maglia nerazzurra. Addio Umit, resta in Turchia e insegna ai borseggiatori come dribblare la pula meglio di Hasan Sas.

Perdazzurri: #15 Nwankwo Kanu

Questa rubrica nasce in risposta alle Gallianate dei cugini milanisti: d’altronde siamo in par condicio, poteva mancare la controparte nerazzurra?
Per miei evidenti limiti anagrafici analizzerò solo ed esclusivamente bidoni arrivati nell’era Moratti (dal 1995 ad oggi), e questi geni incompresi dell’arte pedatoria verranno definiti Perdazzurri, uno dei peggiori soprannomi mai coniati dalla fantasia delle tifoserie avversarie; tuttavia i giocatori che avranno l’ambìto onore di entrare a far parte di questa rubrica non si meritano nulla di meglio.

E’ risaputo che lo staff di osservatori dell’Inter è uno dei migliori in tutta Europa, avendo l’invidiabile abilità di girare il mondo in cerca di casi umani da spacciare, poi, per giocatori di calcio. Anche il protagonista di questa puntata rientra in questa categoria, e già il nome dice tutto: Nwankwo Kanu.

L’Inter lo acquistò nell’estate del 1996 per circa 8 miliardi di lire, e Moratti si fece abilmente convincere dai propri osservatori che notarono le sue prestazioni nella Nazionale nigeriana Under 21, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta, che gli valsero anche il titolo di Calciatore Africano dell’Anno (premio poi bissato nel 1999). A convincerli furono anche i 25 gol messi a segno in tre anni con la maglia dell’Ajax, con cui aveva vinto tutto nella splendida annata 1994/95 (Eredivisie, Champions, Supercoppa UEFA ed Intercontinentale).

Sembrava finalmente che la società avesse trovato il tanto agognato toppleie (all’epoca il termine non era ancora così inflazionato), il bomber da 20 reti a stagione, la punta alta e dinoccolata pronta a raccogliere cross e insaccare palloni con estrema facilità. Sembrava tutto perfetto, ma noi siamo l’Inter, non dimentichiamocelo mai.

Appena giunto a Milano si sottopose alle visite mediche di rito, e l’esito fu estremamente negativo: il 20enne nigeriano soffriva di una strana disfunzione cardiaca, impossibile erogargli l’idoneità.
Moratti andò su tutte le furie e subito minacciò i dirigenti olandesi di far loro causa, non avendolo avvisato dei problemi fisici del giovane Nwankwo. Attraverso la mediazione dei suoi dirigenti più fidati depose subito l’ascia di guerra, preferendo dimostrare già a quel tempo la sua proverbiale generosità: pagò di tasca sua il delicato intervento chirurgico necessario per far guarire Kanu, promettendo di aspettare il suo ritorno.

Nwankwo (come li sceglie l’Inter i nomi, nessuno mai) saltò tutta la prima stagione, e tornò arruolabile nel 1997/98, alla guida di Gigi Simoni. Quell’anno scese in campo ben 18 volte complessive, e nell’aprile ’98 siglò la sua prima rete in nerazzurro in un rotondo 4-0 contro l’Atalanta. Fu sicuramente il suo miglior momento all’Inter, con tutta la squadra, comprese le riserve, i magazzinieri, i medici, i fisioterapisti e anche qualche bagarino, che corsero ad abbracciarlo. Ovviamente nel post-partita il gol venne dedicato al presidente e al suo fondamentale aiuto per il ritorno in campo di Kanu.

Nel 1998 aveva appena 22 anni, quindi c’erano tutti i presupposti perché il futuro fosse suo. Ma l’anno successivo rimase vittima anche lui del valzer degli allenatori, e giocò solamente 2 partite, venendo (prematuramente) ceduto all’Arsenal nell’estate successiva per 13 miliardi.
Andatosene da Milano, ebbe una gloriosa carriera in Inghilterra, dove segnò 56 reti in 305 partite di Premier League, giocando con le maglie di Arsenal (vincendo 6 trofei), West Bromwich e Portsmouth (con cui segnò il gol decisivo per la vittoria dell’FA Cup).

Grazie di tutto Nwankwo, e scusa se ti ho inserito in questa categoria ma, viste le aspettative e le statistiche, non potevo fare altrimenti. La tua è comunque stata una bella storia, e solo in una società come l’FC Internazionale avremmo potuto viverla.