Archivi categoria: Farafulla (o l’imprevedibile virtù della Dea celtica)

Any given saturday

Quando la dura settimana lavorativa è ormai alle spalle, inizia un’ancor più dura giornata: il sabato, nel villaggio, i celti della Farafulla tornano a indossare le loro divise, e quindi a combattere. Ma è il giorno più bello per noi, in ottica leopardiana. La penultima battaglia amatoriale ci conduce nei terreni impervi degli Scalcinati, misteriosa squadra che all’andata ha strappato un pareggio a Las Lunezia, avvalendosi di strani giochi di mano, abilità ereditata (si suppone) dai villani delle loro terre. Terre confinate ai margini della civiltà, collegate ad essa tramite infiniti tornanti che ritornano e sembrano non avere fine. In sella alle nostre auto, d’improvviso c’imbattiamo in una strana razza d’ominidi, che sostano a bordo della strada con fare minaccioso: tutti vestiti uguali, con una fiamma sempre accesa sul cappello; guardiani di quelle terre desolate. Per fortuna passiamo inosservati. I sospiri di sollievo appannano i vetri delle macchine.

“Abbiamo rischiato di andare a giocare in sei” dice Blisset, il presidente onorario rosso, dopo aver ripreso fiato. “Potevano darci fuoco alla macchina, o chissà cos’altro!”

Poco più di undici su mille ce la fanno, canterebbe il vecchio Gianni. La salita è dura. L’aria rarefatta. Grazie all’indicazione di un autoctono (che ci indica la direzione del campo usando un compasso e descrivendo un’area di 180° su per le montagne), raggiungiamo il campo scalcinato. Il verde circostante e il clima mite favoriscono nella nostra mente nostalgie pasquali di odori su carni grigliate e di birre congelate al sole. Sognanti, ci dirigiamo negli spogliatoi, e incrociamo l’arbitro Chiffon, che indossa una divisa sgargiante e l’aria spavalda di chi, in settimana, ha mostrato il rosso cartellino a Dino de Laurentis, mentre militava nella sezione d’armata amatoriale a sette. Salutiamo con riguardo, come si fa in questi casi, compensando con insulti a bassa voce; tecnica che contraddistingue noi uomini dalle scimmie.

Mentre ci infiliamo i calzettoni spaiati e ci abbottoniamo le scarpe, sentiamo vibrare l’antica struttura che sta sopra di noi. Qualcuno s’affaccia per vedere cosa succede: tifosi scalcinati, d’ogni etnia e forma, giungono a stormi regolari sulle gradinate consumate dal vento e dalla pioggia. Lavezzi, che assiste alla scena, giura d’averne contati quindicimila. In un clima da Westfalenstadion, ci tuffiamo in campo senza paura, all’ombra d’un muro di tifosi incolore, sfilando assieme alla squadra più scalcinata e più supportata della seconda serie. Continua a leggere Any given saturday

Amarcord ‘na merenda

La merenda

Il fotografo Mc Nicholson (National Geographic) ha immortalato un gruppetto di farafullici nel loro habitat naturale, mentre consumano il loro pasto preferito.

Nessun’altra immagine potrebbe raccontare così bene la natura di questa squadra. Guardateci con attenzione:  un gruppo di uomini, intenti a divorare affettati e a bere vino, che se ne infischia dei vegani e dei salutisti; un branco di giocatori che si culla nella loro piacevole stanchezza, che si racconta storie, che brinda ai successi ottenuti e ai progetti futuri di campi sintetici stellari, di gradinate e di panchine all’inglese.

Da una parte ci sono i fondatori, quelli che hanno incontrato la Dea, ormai parecchi anni fa. Loro sono i padri di questa di squadra, e il loro merito non è tanto quello di averla creata, ma di aver reso possibile che questa squadra potesse diventare di tutti, o almeno di tutti quelli capaci di amarla e di tenerla in vita.

“Potevamo fare una squadra fra di noi” recita Blisset, il presidente onorario rosso che vedete in foto, “ma tutto sarebbe finito lì. Abbiamo preferito costruire qualcos’altro, e voi oggi siete il risultato di quello che abbiamo costruito. La prova che ce l’abbiamo fatta.”

Noi abbiamo l’età che avevano questi famigerati fondatori quando hanno conosciuto la Dea. Ciò significa che sono riusciti a passare ad un’altra generazione ciò che loro hanno creato. Ed ora tocca a noi portare avanti questa affascinante eredità. E solo quando anche noi avremo l’età che hanno ora i fondatori, e i fondatori saranno dei vecchietti, e avremo lasciato a nostra volta la squadra in mano ad altri ragazzi come noi, allora potremmo dire di esserci riusciti. Di essere diventati padri, sull’esempio degli antichi fondatori, ormai nonni. Padri della Farafulla.

“Mia moglie mi dice: ma che cazzo ci vai a fare ormai a vedere la partita il sabato…” continua Blisset, pieno di vino.

“È quello che mi dice anche mia moglie…” interviene il generale Chicco, che parla con una fetta di mortadella in bocca.

“E spesso me lo chiedo pure io” si risponde, ridendo, il presidente onorario. “E quello che posso dire è che si tratta di una passione. La Farafulla è una passione, ed è grazie a tutti voi che continua ad esistere.“

È la giornata degli amarcord. Dal centro della tavola si alza Carlino, un tipo silenzioso, che quando parla riesce sempre a stupire. Se ne viene fuori con qualche domanda impossibile.

“Chi è stato il primo giocatore che ha segnato all’esordio?”

Nessuno dei presenti risponde, nemmeno i fondatori. Capiamo che solo Carlino ha un database cerebrale contenente questo tipo di informazioni.

“Gullit!”

“Di Biagio!”

“Fausto Coppi!”

Dopo qualche tentativo maldestro di rispondere, Carlino svela: Savani. Nello scorso racconto abbiamo citato Savani, detto “Il Vince”, nell’elenco dei triplettisti. Si tratta di uno dei giocatori che hanno fatto la storia del nostro club. Un tipo tignoso, fuori e dentro al campo.

“Tre di noi, presenti qui oggi, hanno giocato la prima partita della Farafulla, sapete dirmi chi sono?”

Silenzio di trattoria. Rumore di mandibole che masticano e di bocche che succhiano il vino dal bicchiere. Solo Carlino sa la risposta. Uno dei tre era lui. Gli altri due, che sono il generale Mc Nicholson e Sghernio, astuta penna e punta farafullica, non si ricordano. Qui Carlino parte ad elencare gli 11 della prima partita, ma gliene sfugge uno, e non si da pace. Va fuori a fumare per recuperare il dato smarrito. Non ci dormirà la notte.

I fondatori ci raccontano che un tempo, al termine d’ogni partita, si faceva una merenda. In casa e in trasferta, sui prati e nelle trattorie, si festeggiava la fine d’ogni partita con una robusta merenda. Ed è qui che sta il senso di questo nostro racconto settimanale, proprio nell’importanza, spesso troppo sottovalutata, della merenda.

dal latino merĕnda, ovvero “cose da meritarsi”

La merenda è il terzo tempo del calcio farafullico. È il rito che sviscera la nostra umanità dalle nostra interiora, che ci fa essere qualcosa in più, oltre che dei semplici calciatori amatoriali, o di quello che siamo nella vita di tutti i giorni. La merenda ci unisce tramite il cibo e il vino, ci da una gioia che non ha bisogno d’esser spiegata perché può essere capita solo quando la si prova.

La merenda è meritata dopo aver giocato a pallone, anche fra di noi, anche per un’amichevole. Si sa, che le amichevoli non esistono, e che tutte le partite, anche le più inutili, fa piacere portarle a casa.

Farafulla A, con polloFarafulla B, senza pollo

Farafulla con pollo vs Farafulla senza pollo

Il campionato è fermo perché la federazione è troppo impegnata a scartare uova di pasqua per organizzare la giornata. Noi facciamo un’amichevole. Lottiamo come fossimo in partita. Più sorridenti forse, meno aggressivi, ma la voglia di vincere, di spiccare, di segnare o di far segnare, c’è sempre i noi. Si tratta di quella forma d’agonismo necessaria per giocare al gioco del calcio.

Il primo tempo dura circa 33 minuti. L’arbitro improvvisato Carlino, è rimasto ai tempi da 30’ di dieci anni prima, e ne ha dati tre di recupero. Il secondo tempo dura 53’. Il triplice fiscio arriva a 45’, ma nessuno ha sentito i fischi ripetuti di Carlino, e così abbiamo giocato finché le gambe e i polmoni non ci hanno abbandonato.

Ed è così bello, dirigersi tutti insieme, stanchi eppure felici, a condividere una semplice merenda. A sentire le storie dei vecchi fondatori, dei progetti futuristici di uno stadio di proprietà, dei lavori per costruire delle gradinate in grado di ospitare una cinquantina di tifosi, e giù, più in basso, all’inglese, noi giocatori, incastrati al caldo dei gradini foderati in pelle, massaggiati da massaggiatrici professioniste, con gli scarpini firmati da noi e il porsche parcheggiato fuori dallo stadio che ci aspetta.

Ma questi non sono che sogni da ubriachi. Lasciamo al calcio imperiale questo tipo di vita. Loro, le loro merende nei Grand hotel, noi le nostre: nei prati, nelle trattorie, un po’ come viene, un po’ come va, va.

L’armata farafullica

Affamati e Assetati vs Farafulla 

A tre battaglie dalla fine della lunga guerra amatoriale, la Farafulla invade i selvaggi della Selva, i pericolosi affamati e assetati, che nella battaglia d’andata uscirono vincenti in casa nostra. Guidati dai Generali Mc Nicholson e Chicco, e dal tiranno Riccardo II (Re, eppure soldato), i legionari biancoverdi hanno conquistato l’arduo terreno selvaggio.

Diario d’un legionario

Sopra le casacche biancoverdi, pesanti e scintillanti armature ci distinguono dai selvaggi che stiamo per affrontare, barbari che abitano le uggiose colline di Filattiera. Nascosto dietro le sbarre della grigia gabbia di ferro, scambio per un attimo la figura del Saraceno Moed, per quella del quasi omonimo Mohamed: berbero e tosto difensore, graffiante come la sabbia del deserto nel quale si allenava da bambino. Procediamo compatti, le armature suonano al ritmo dei passi. In testa, al comando, la triade – non si tratta di Moggi, Giraudo e Bettega, ma di una triade ben più pericolosa – formata da Mc Nicholson, il generale Chicco, e il presidente rosso Blisset, quest’ultimo spodestato dal trono di San Pietro per questioni politiche. Il mio umore è vacillante, le provviste sono scarse e non so se sopravviverò alla battaglia. A confortare il mio animo turbato, l’entusiasmo dei compagni, che mi riconduce a ricordi di battaglie passate, vittoriose conquiste d’un territorio che infondo è sempre stato nostro, racconti di gesta epiche sulle quali sono state scritte righe e righe di storia, contenute nel piccolo libro della Dea – ‘na specie di Bignami che contiene la nostra storia – che un giorno diventerà un vero e proprio libro sacro, tipo la Bibbia.

Superato il Ponticello, qualcuno sente la nostalgia delle merende nei prati della Logarghena, delle cacce al cinghiale, dei calumet al fuoco delle tende indiane. Proseguiamo a passo svelto, sotto l’influsso d’una magia nemica: la strada che porta al campo di battaglia è una discesa, ma è faticosa come una salita. Questo antico stratagemma fu studiato dai Selvaggi per stancare le legioni avversarie che miravano alla conquista dei loro territori. In quest’anno amatoriale, ancora nessuno è riuscito ad uscire vittorioso dal territorio nemico, in cui, ormai molti anni fa, nacque la Dea Farafulla.

Giungiamo al campo, stanchi ma rabbiosi, decisi a riprenderci un territorio che un tempo ci apparteneva. Ad aspettarci sugli spalti una folta macchia biancoverde, arrivata fin qui per sostenerci. Si gioca undici contro undici, ed io mi accomodo in seconda linea, pronto ad intervenire se lo scontro si mettesse male, al fianco degli altri guerrieri di scorta. Uno speciale grog, preparato da Budrusix per combattere il caldo, ci tiene le budella fresche e i muscoli sempre pronti. Il sole è spettatore dello scontro che potrebbe decidere le sorti dell’intera guerra.

Il furetto Manuel s’infila fra le linee nemiche e lancia dardi velenosi, che pur non bucando la difesa avversaria, ne scalfiscono il morale. La nostra legione è più determinata, lo si nota dalla forza con cui vengono respinti i massi provenienti  dalle rozze catapulte costruite dai Selvaggi. Il nostro guerriero col Baffo viene atterrato appena fuori l’area di rigore. È per lui (e per il suo Baffo) una grande occasione. Dopo essersi pettinato per bene la chioma baffuta, calcia il pallone in maniera divina. In quell’istante cade il codino a Baggio, la lingua a Del Piero, e Platinì inciampa sulla via Francigena. I tre ex guerrieri del calcio imperiale, si sarebbero inchinati ad una prodezza tanto maestosa. La palla, mi spiace essere retorico, toglie una fitta ragnatela che un ragno costruì molti anni prima fra il palo e la traversa. Il portiere vola talmente in alto che il pallone carico di forza se lo trascina dentro la rete.

Punizione Bimbo 1

Punizione Bimbo 2

Punizione bimbo 3

Trittico del gol, che non ha bisogno d’alcuna spiegazione.

I selvaggi reagiscono come tali: mirano alle caviglie e giocano sporco. Il difensore centrale intrappola il Cholo in una resina appiccicosa. L’arbitro della gara, un giullare senza capelli e senza sorriso, se ne accorge e decide per il calcio di rigore, la massima punizione che può essere inflitta durante una battaglia a chi non gioca secondo le regole. È ancora il Baffo a prendersi l’incarico dal dischetto. Si tratta di un duello ad armi (quasi) pari: il Baffo ha la palla fra i piedi e deve bucare il rettangolo difeso dall’estremo legionario selvaggio. Sotto i nostri occhi imbevuti di grog alcolico, la palla finisce in rete. Ci abbracciamo e le nostre armature fanno scintille. Proviamo pura gioia, che solo una battaglia del genere può scatenare.

Visto il doppio vantaggio, anche a noi riserve tocca un po’ di gloria. Non è ancora arrivato il mio turno però, attendo quindi  in panchina, con due cineprese al posto degli occhi, che seguono fedelmente la battaglia. Solo grandi emozioni posso filmare: il Baffo cattura una palla volante e batte per la terza volta il portiere, con un pallonetto di testa. Tutti i legionari biancoverdi gli saltano addosso. Un fuoco di scintille nel campo di battaglia. Dino de Laurentis lo stende facendogli prendere un cragnata per terra, lo ripagherà più tardi finanziando un cinepanettone dedicato al suo baffo miracoloso. Già con la testa alla merenda fra i prati, senza le ingombranti armature, i nostri legionari s’addormentano e i selvaggi bucano le nostre difese. Siamo alla fine, si tratta solo di resistere. I nostri legionari inventano strane tecniche per contenere gli avversari.

selva_cholo_trappolaRete

Il Cholo intrappola un avversario per rallentarne la corsa.

selva_Mohammed

Mohamed cerca di spiegare al cupo Giullare, triste arbitro in una giornata di sole, che non è stato lui a trafiggere l’avversario con quell’ascia!

Finalmente arriva il mio turno. Stringo per bene l’armatura, bevo un altro po’ di grog e mi porto sulla linea del fallo laterale. Entro al posto del Baffo. Il guerriero esce fra gli applausi. Entro in campo rubandone alcuni e facendoli miei, per caricarmi. Dopo un paio d’azioni, sfrutto l’incertezza d’un difensore e m’avvio in solitaria verso la porta. Davanti a me trenta metri di campo. Già m’immagino come batterò il portiere: con uno scavetto, oppure fintando di tirare da una parte facendolo cadere, o tirando forte sotto la traversa. Mentre i miei sogni accelerano, il peso dell’armatura si fa sentire. Arrivato a soli dieci metri dalla porta, le forze mi abbandonano, le gambe smettono di girare, non ho neppure la forza per calciare. La palla mi viene sottratta, mentre cerco di radunare il fiato. Arriva il triplice fischio. Forse quattro gol erano troppi, penso felice, mentre mi tolgo l’armatura, contento d’esser uscito vivo anche da questa battaglia.

La Selva, oltre ad essere il luogo in cui è avvenuto l’incontro con la Dea, è stata casa della Farafulla per quattro stagioni (olive, carciofi, prosciutto cotto e funghi). Ne siamo sempre usciti imbattuti, fra battaglie epiche ed emozioni indimenticabili.

Della battaglia rimane questa breve cronaca, un centinaio di birre bevute per festeggiare, ma soprattutto i punti in classifica, che confermano la nostra armata come una delle candidate alla vittoria della guerra amatoriale. Perdonateci, se potete, le continue metafore: è proprio grazie alle metafore che nascono i nostri racconti. Senza le metafore non potremmo raccontarvi niente. Non siamo giornalisti, ma scrittori amatoriali.

 

I triplettisti  Farafullici

Calypso Boys (ovvero Ito il folletto e Vincenzo il cannibale) – Con i loro gol hanno trascinato la Farafulla dalla prima alla terza categoria, portando in bacheca anche una coppa primavera (la coppa UEFA amatoriale). Memorabile l’incornata del cannibile su assist del folletto, nella finale del 13 maggio 2000. Farafulla 1 – Regina di cuori 0.

Dezza (ovvero l’uomo che imparò ad amare la palla) – Idolo dei compagni e dei tifosi, giocava con una tranquillità assoluta, tanto che durante alcune partite raccoglieva margherite mentre attendeva di ricevere palla. Ora si è smarrito: gioca con T.M.P.D.M., tutti i farafullici aspettano il suo ritorno.

Tanke (ovvero il bisonte di Teglia) – Ultimo esemplare della sua specie, sotto il protettorato del WWF, è capace di lottare come una belva e di sradicare i difensori come alberi. Il suo destro viaggia ben più veloce di quello di Tevez e quando centra la porta per il portiere non c’è nulla da fare.

Il Bimbo (ovvero colui che possiede il Baffo) – Mente e gol. Fanno 13 quest’anno per lui, a sole due reti dal suo record personale in campionato. La sua statura è simile a quella degli argentini Messi e Maradona. La sua classe conferma che spesso nella botte piccola c’è il vino buono. A quota 88 reti in biancoverde, s’avvicina al primo marcatore farafullico, Black.

Black (ovvero l’uomo che possiede la Tirannia) – L’unico attaccante capace di picchiare i difensori. Detiene il record di gol nella Farafulla, 95. Chissà se il prossimo anno sarà costretto a stendere pure il Baffo per non farsi scappare il traguardo dei cento gol. Staremo a vedere.

Classifica

Fegato & Milza 29

TresAnal 29

Farafulla 28

Poeti Maledetti 27

Fame & Sete 25

Ragazzi azzurri 25

Scalcinati 23

Cavatori 22

Culatello 22

T.M.P.D.M. 22

Portuali 16

Copecazzi 14

Coltivatori Diretti 6
 

 

La grande abbuffata

È sabato mattina e nello stato libero di San Pietro i sudditi dormono ancora nei loro comodi fienili. È il giorno della Dea, il giorno in cui i suoi aromi vengono risvegliati, le sue fragranze resuscitate. E mentre Mc Nicholson, ipnotizzato dal debole profumo del sugo che si alza incerto nell’aria deserta, si sveglia dal comodo giaciglio di paglia; la sua ancella, la Jumma, fa stretching con le sue sei braccia (che usa per sminuzzare, affettare, friggere, mescolare e bere gotti di vino), il druido Budrusix si accorcia la barba per l’occasione, il portiere Argo si affretta a salire sulla sua vespa, che una volta apparteneva al fratello maggiore, un uomo con cui è meglio non avere a che fare dopo le cinque del mattino. Quando i quattro braccianti giungono alla tana segreta della Farafulla, la debole Dea che abita il barattolo è già spazientita per il ritardo. Ordina all’ancella Jumma di essere riempita alla svelta, con verdure, ingredienti segreti e aromi del tutto innaturali. Lo ordina con autorità gentile, tirannica eppure magnanima, usando le poche forze a sua disposizione. Bisogna andarci cauti ma non troppo con la Dea. Perché infondo,come ogni Dio, anche lei ha bisogno di noi uomini per sopravvivere. Continua a leggere La grande abbuffata

Viaggi e Miraggi (dietro un miraggio c’è sempre un miraggio da desiderare)

osteria della passera

Farafulla vs TresAnal

“Un’estate al mare, voglia di segnare” canta Babele dall’altezza della sua torre, comodamente seduto in panchina, con i suoi occhialoni da sole e una caipiriña per rinfrescarsi, in questo sabato dalle tinte estive. Ci troviamo a Barbarasco, localita´ nota per trovarsi nei pressi dell’osteria della passera (vedi dipinto), e per poco altro. I nostri boýs scambiano in segno di fair play le creme abbronzanti con gli avversari del TresAnal (amatori infiltrati, provenienti dai bassifondi di categoria del calcio che conta). Mentre il venditore di cocco si aggira per gli spalti, questi cominciano a riempirsi di persone; fra loro una figura barbara e barbarasca, rovente, piu` per il vino che per il sole, che sventola un bandierone bianco sgualcito e stringe un preoccupante megafono nella mano destra, rugosa e tremolante.

Dopo l’ennesima spruzzatina d’olio Bilbao, l’arbitro decide di fischiare l’inizio. Le squadre si studiano, le gocce di sudore disegnano le facce dei giocatori, rendendole sfuocate. L’hooligan solitario ne canta di tutti i colori all’arbitro, che ti tanto in tanto gli mostra le chiappe bianche, per fargli capire che non ha fatto lampade quest’inverno. Il venditore di braccialetti e di parei si arrichisce alle spalle del portiere; quest’ultimo, distratto da un paio di infradito che gli piacevano tanto, lascia la porta scoperta, fornendo la possibilita´ al Bimbo col Baffo di mettere in pratica la catapulta infernale, farafullica rivisitazione di quella giapponese, brevettata dai fratelli Derrik. Il tempo s’arresta. Una slow motion di mezz’ora mostra il Bimbo saltare a piedi uniti sulle spalle di Dino de Laurentis, chinatosi per accoglierlo; Dino si alza in piedi come una molla e fa volare il leggiadro Bimbo in aria, che colpisce una palla col contagiri, ricevuta da un compagno la cui identita´ deve rimanere segreta, e la scaraventa addosso al malcapitato portiere girato di schiena, buttandolo in rete assieme da essa.

Un'estate al mare

(Tipica spiaggetta di bordo campo. Quello in piedi appoggiato alla panchina e` il druido Budrusix. Accanto a lui la pancia di Billo. Gli altri panchinari fanno castelli in aria per le belle gambe della ragazza di fronte).

Non passa nemmeno mezz’ora dall’azione precedente: AndriSani, arcigno difensore il cui DNA porta i geni di Montero e di Cantona, galoppa per il campo saltando e buttando giu´ gli ostacoli che si trova di fronte, compreso il portiere; il poveretto stava provando le infradito e si e´ ritrovato nuovamente sbattuto in rete assieme al pallone. I tifosi farafullici cantano Surfin ‘ Barbarasco. L’hooligan si innervosisce ringhiando ingiustamente alla ringhiera, incolpevole pezzo di ferro, che tra l’altro sopporta a fatica il peso del suo sederone da poltronaro. La partita e´saldamente in mano ai nostri. A centrocampo, alcuni giocatori farafullici, stanno costruendo una pista per le biglie. L’allenatore avversario si e`dimenticato il ghiaccio per il gin lemon, che il druido Budrusix distribuisce al posto del suo classico the´ al rum, ed e` molto nervoso per il fatto di non essere ancora abbastanza ubriaco per vedere la sua squadra perdere.

Nell’intervallo, i panchinari si scaldano facendo i tuffi nella piscina portatile costruita dal Bomber e ricavata dall’unione di tutti i parastinchi che si e´ comprato in carriera, ma che non mette mai, perche`, come ha dichiarato piu´ volte, proprio non li digerisce. Il Bomber e´un funambolo biondo, innamorato del pallone, delle finte infinite e del doppio carpiato. I giocatori si fanno massaggiare le cosce da coreane cieche, con oli ed essenze al sandalo. In tribuna, per ammazzare la noia, c’è` chi pratica della pesca subterrea e chi mette i piedi a mollo nella bagnola che si e` portato da casa. L’unico che sembra non divertirsi e` l’hooligan, che si rifiuta di fare castelli di sabbia insieme a Mohed il saraceno, diamante grezzo della Farafulla, tenuto lontano dal campo da molto tempo da un infortunio non grave. Ha dipinto la sua cameretta di giallo per sentirsi piu` vicino al colore del cartellino che e` solito guadagnarsi in campo per le educate e pacate proteste verso l’arbitro.

Nel secondo tempo il caldo torrido produce viaggi e miraggi. Riccardo II, stimato tiranno dello stato libero di San Pietro, boccoli neri e tanta energia, corridore fascio di destra, si tuffa nella terra perche` crede che ci sia una pozza di Oasis (la bevanda tropicale che quando la bevi ti illudi essere ai Caraibi). Il nostro portiere di ricambio, il Boxeur, prende a pugni pesci tropicali che si immagina stiano nuotando sulla linea di porta. Nic Rent, sopravissuto all’ennesima dose di eroina, corre instancabile con il pesce palla fra i piedi e lo scarica sul Bomber, appena entrato per asciugarsi meglio il costume. Il Bomber stoppa di pinna e in sella ad un delfino colorato, pesca il potiere avversario nuovamente distratto dal miraggio d’un venditore di cibatte, e la rete da pesca si gonfia di nuovo. Sugli spalti Il cristiano – che come ricorderete ha rimediato un sospetto giallo la partita precedente, e per questo ha dovuto esprimere le sue doti canore fuori dal campo – sugli spalti, Il Cristiano supera di decine e decine di decibel la voce dell’hooligan truccata dal megafono, megafono che lui ha furbamente  ingoiato da piccolo.

In panchina c’e` Lavezzi che beve birra e frigge calamari alla romana. Babele e` costretto a scendere dalla sua torre perche` viene chiamato ad entrare. Fa in tempo a dare qualche testata, che la partita finisce. Protesta con l’arbitro perche` la sua torre non viene inserita nelle sette meraviglie del mondo. Meraviglie al pari di queste sette magnifiche vittorie della Farafulla, che sale a +3 sugli avversari del Tresana, rafforzando il suo secondo posto, e dimostrando che si possono vincere le partite in qualsiasi condizione climatica.

Tresana 1 - Fara 0

Farafulla prima della gara (foto LaPressing)

In verita`, abbiamo perso uno a zero, al termine d’una partita noiosa e piatta. Siamo stati colpiti al noventesimo minuto, appena prima della trasmissione, da una palla infame. Ci siamo dovuti mettere d’impegno per inventarci una partita (in)credibile. Noi farafullici viviamo di miraggi. Possiamo accettare di perdere, ma non di annoiarci.

p.s. Non ditelo al presidente Blisset, altrimenti diventa ancora piu` rosso. E nemmeno al sergente Chicco, e neanche a Pier Nicholson, i nostri due allenatori. Sono ancora a ballare la samba nel miraggio da noi costruito. Non vorremmo rovinargli la festa.

p.p.s. Ci scusiamo per gli accenti sbagliati ma avevamo a disposizione solo una tastiera spagnola. Solo ora abbiamo capito come si fanno:  á é í ó ú

Classifica aggiornata

Fegato e milza  29

Affamati e assetati  25

Poeti maledetti  25

Tres Anal  25

Farafulla  24

Culatello  21

Cavatori  21

Ragazzi azzurri  21

TMPDM  20

Scalcinati  20

Portuali 15

Copecazzi  10

Coltivatori diretti  6

https://www.youtube.com/watch?v=HOBCZ3VhEdw

Paura e delirio a Las Lunezia

Premessa storica

C’era una volta il Copelandia (o Fen erba c’è). C’erano funghi allucinogeni, un viaggio ad Amsterdam, una banda di ragazzi che amavano giocare a pallone. C’era un allenatore dal motto “chi si allena non gioca”. C’erano viaggi a Monaco in dieci su pullman da mille. C’era tutto questo. Ora restano i ricordi, i colori, i sorrisi sinceri di chi racconta un passato che non c’è più.

C’era una volta Il derby, ora è una partita come le altre.

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(Nel dipinto in alto, Sghernio, mentre guida per venire alla partita. L’altro non si sa bene se sia un prodotto della sua fantasia oppure il prossimo acquisto della Farafulla) Continua a leggere Paura e delirio a Las Lunezia

Vizio intrinseco delle mani

Sintesi della partita: Farafulla vs Boh, poco importa

“Non siamo mica a giocare a pallavolo” urla un giocatore avversario, dopo un’entrata dura subita da un suo compagno. Come per dirgli: il calcio è uno sport da maschio, rialzati, non ti lamentare. Questo individuo non sapeva che le Mani e le Braccia, arti fondamentali nella pallavolo, sarebbero state altrettanto importanti  nella partita che stava disputando, in casa di una Farafulla che veniva da quattro vittorie consecutive.

Il fantasista coi baffi

Questo baffo appartiene al “capocannoniere” della squadra. Lui, il baffo, gode di vita propria, e cresce come gli pare e piace; l’altro, il proprietario del baffo, non si sogna nemmeno di tagliarselo. Il Sansone sa bene che quello è la fonte della sua forza. Velocità di pensiero e di azione durante la gara, tanta malizia e faccia tostata: è il baffo che forma il carattere calcistico di questo fantasista. Continua a leggere Vizio intrinseco delle mani

FARAFULLA (o l’imprevedibile virtù della Dea celtica)

paolinof

“Nasce, vive e si ubriaca a Pontremoli. Da sempre si riproduce in pub, osterie e amenicoli. Ci davano per spacciati, ci dicevano: ‘il calcio non fà per voi’. Il terrore delle mamme e delle figlie. Ma la lungim(i)eranza del presidente Blisset, il gemellaggio con Glasgow, il vino, le Guiness e quant’altro, ci hanno portato alla conquista del campionato…”

Walter  (Il Nano)

IMG_2542 Continua a leggere FARAFULLA (o l’imprevedibile virtù della Dea celtica)

L’armata Farafullica

Affamati e Assetati vs Farafulla 

A tre battaglie dalla fine della lunga guerra amatoriale, la Farafulla invade i selvaggi della Selva, i pericolosi affamati e assetati, che nella battaglia d’andata uscirono vincenti in casa nostra. Guidati dai Generali Mc Nicholson e Chicco, e dal tiranno Riccardo II (Re, eppure soldato), i legionari biancoverdi hanno conquistato l’arduo terreno selvaggio.

Diario d’un legionario

Sopra le casacche biancoverdi, pesanti e scintillanti armature ci distinguono dai selvaggi che stiamo per affrontare, barbari che abitano le uggiose colline di Filattiera. Nascosto dietro le sbarre della grigia gabbia di ferro, scambio per un attimo la figura del Saraceno Moed, per quella del quasi omonimo Mohamed: berbero e tosto difensore, graffiante come la sabbia del deserto nel quale si allenava da bambino. Procediamo compatti, le armature suonano al ritmo dei passi. In testa, al comando, la triade – non si tratta di Moggi, Giraudo e Bettega, ma di una triade ben più pericolosa – formata da Mc Nicholson, il generale Chicco, e il presidente rosso Blisset, quest’ultimo spodestato dal trono di San Pietro per questioni politiche. Il mio umore è vacillante, le provviste sono scarse e non so se sopravviverò alla battaglia. A confortare il mio animo turbato, l’entusiasmo dei compagni, che mi riconduce a ricordi di battaglie passate, vittoriose conquiste d’un territorio che infondo è sempre stato nostro, racconti di gesta epiche sulle quali sono state scritte righe e righe di storia, contenute nel piccolo libro della Dea – ‘na specie di Bignami che contiene la nostra storia – che un giorno diventerà un vero e proprio libro sacro, tipo la Bibbia.

Superato il Ponticello, qualcuno sente la nostalgia delle merende nei prati della Logarghena, delle cacce al cinghiale, dei calumet al fuoco delle tende indiane. Proseguiamo a passo svelto, sotto l’influsso d’una magia nemica: la strada che porta al campo di battaglia è una discesa, ma è faticosa come una salita. Questo antico stratagemma fu studiato dai Selvaggi per stancare le legioni avversarie che miravano alla conquista dei loro territori. In quest’anno amatoriale, ancora nessuno è riuscito ad uscire vittorioso dal territorio nemico, in cui, ormai molti anni fa, naque la Dea Farafulla.

Giungiamo al campo, stanchi ma rabbiosi, decisi a riprenderci un territorio che un tempo ci apparteneva. Ad aspettarci sugli spalti una folta macchia biancoverde, arrivata fin qui per sostenerci. Si gioca undici contro undici, ed io mi accomodo in seconda linea, pronto ad intervenire se lo scontro si mettesse male, al fianco degli altri guerrieri di scorta. Uno speciale grog, preparato da Budrusix per combattere il caldo, ci tiene le budella fresche e i muscoli sempre pronti. Il sole è spettatore dello scontro che potrebbe decidere le sorti dell’intera guerra.

Il furetto Manuel s’infila fra le linee nemiche e lancia dardi velenosi, che pur non bucando la difesa avversaria, ne scalfiscono il morale. La nostra legione è più determinata, lo si nota dalla forza con cui vengono respinti i massi provenienti  dalle rozze catapulte costruite dai Selvaggi. Il nostro guerriero col Baffo viene atterrato appena fuori l’area di rigore. È per lui (e per il suo Baffo) una grande occasione. Dopo essersi pettinato per bene la chioma baffuta, calcia il pallone in maniera divina. In quell’istante cade il codino a Baggio, la lingua a Del Piero, e Platinì inciampa sulla via francigena. I tre ex guerrieri del calcio imperiale, si sarebbero inchinati ad una prodezza tanto maestosa. La palla, mi spiace essere retorico, toglie una fitta ragnatela che un ragno costruì molti anni prima fra il palo e la traversa. Il portiere vola talmente in alto che il pallone carico di forza se lo trascina dentro la rete.

Punizione Bimbo 1

Punizione Bimbo 2

Punizione bimbo 3

(Trittico del gol, che non ha bisogno d’alcuna spiegazione).

I selvaggi reagiscono come tali: mirano alle caviglie e giocano sporco. Il difensore centrale intrappola il Cholo in una resina appiccicosa. L’arbitro della gara, un giullare senza capelli e senza sorriso, se ne accorge e decide per il calcio di rigore, la massima punizione che può essere inflitta durante una battaglia a chi non gioca secondo le regole. È ancora il Baffo a prendersi l’incarico dal dischetto. Si tratta di un duello ad armi (quasi) pari: il Baffo ha la palla fra i piedi e deve bucare il rettangolo difeso dall’estermo legionario selvaggio. Sotto i nostri occhi imbevuti di grog alcolico, la palla finisce in rete. Ci abbracciamo e le nostre armature fanno scintille. Proviamo pura gioia, che solo una battaglia del genere può scatenare.

Visto il doppio vantaggio, anche a noi riserve tocca un po’ di gloria. Non è ancora arrivato il mio turno però, attendo quindi  in panchina, con due cineprese al posto degli occhi, che seguono fedelmente la battaglia. Solo grandi emozioni posso filmare: il Baffo cattura una palla volante e batte per la terza volta il portiere, con un pallonetto di testa. Tutti i legionari biancoverdi gli saltano addosso. Un fuoco di scintille nel campo di battaglia. Dino de Laurentis lo stende facendogli prendere un cragnata per terra, lo ripagherà più tardi finanaziando un cinepanettone dedicato al suo baffo miracoloso. Già con la testa alla merenda fra i prati, senza le ingrombranti armature, i nostri legionari s’addormentano e i selvaggi bucano le nostre difese. Siamo alla fine, si tratta solo di resistere. I nostri legionari inventano strane tecniche per contenere gli avversari.

selva_cholo_trappolaRete

(Il Cholo intrappola un avversario per rallentarne la corsa.)

selva_Mohammed

(Mohamed cerca di spiegare al cupo Giullare, triste arbitro in una giornata di sole, che non è stato lui a trafiggere l’avversario con quell’ascia!)

Finalmente arriva il mio turno. Stringo per bene l’armatura, bevo un altro po’ di grog e mi porto sulla linea del fallo laterale. Entro al posto del Baffo. Il guerriero esce fra gli applausi. Entro in campo rubandone alcuni e facendoli miei, per caricarmi. Dopo un paio d’azioni, sfrutto l’incertezza d’un difensore e m’avvio in solitaria verso la porta. Davanti a me trenta metri di campo. Già m’immagino come batterò il portiere: con uno scavetto, oppure fintando di tirare da una parte facendolo cadere, o tirando forte sotto la traversa. Mentre i miei sogni accelerano, il peso dell’armatura si fa sentire. Arrivato a soli dieci metri dalla porta, le forze mi abbandonano, le gambe smettono di girare, non ho neppure la forza per calciare. La palla mi viene sottratta, mentre cerco di radunare il fiato. Arriva il triplice fischio. Forse quattro gol erano troppi, penso felice, mentre mi tolgo l’armatura, contento d’esser uscito vivo anche da questa battaglia.

La Selva, oltre ad essere il luogo in cui è avvenuto l’incontro con la Dea, è stata casa della Farafulla per quattro stagioni (olive, carciofi, prosciutto cotto e funghi). Ne siamo sempre usciti imbatuti, fra battaglie epiche ed emozioni indimenticabili.

Della battaglia rimane questa breve cronaca, un centinaio di birre bevute per festeggiare, ma soprattutto i punti in classifica, che confermano la nostra armata come una delle candidate alla vittoria della guerra amatoriale. Perdonateci, se potete, le continue metafore: è proprio grazie alle metafore che nascono i nostri racconti. Senza le metafore non potremmo raccontarvi niente. Non siamo giornalisti, ma scrittori amatoriali.

 

I triplettisti  Farafullici

Calypso Boys (ovvero Ito il folletto e Vincenzo il cannibale) – Con i loro gol hanno trascinato la Farafulla dalla prima alla terza categoria, portando in bacheca anche una coppa primavera (la coppa UEFA amatoriale). Memorabile l’incornata del cannibile su assist del folletto, nella finale del 13 maggio 2000. Farafulla 1 – Regina di cuori 0.

Dezza (ovvero l’uomo che imparò ad amare la palla) – Idolo dei compagni e dei tifosi, giocava con una tranquillità assoluta, tanto che durante alcune partite raccoglieva margherite mentre attendeva di ricevere palla. Ora si è smarrito: gioca con T.M.P.D.M., tutti i farafullici aspettano il suo ritorno.

Tanke (ovvero il bisonte di Teglia) – Ultimo esemplare della sua specie, sotto il protettorato del WWF, è capace di lottare come una belva e di sradicare i difensori come alberi. Il suo destro viaggia ben più veloce di quello di Tevez e quando centra la porta per il portiere non c’è nulla da fare.

Il Bimbo (ovvero colui che possiede il Baffo) – Mente e gol. Fanno 13 quest’anno per lui, a sole due reti dal suo record personale in campionato. La sua statura è simile a quella degli argentini Messi e Maradona. La sua classe conferma che spesso nella botte piccola c’è il vino buono. A quota 88 reti in biancoverde, s’avvicina al primo marcatore farafullico, Black.

Black (ovvero l’uomo che possiede la Tirannia) – L’unico attaccante capace di picchiare i difensori. Detiene il record di gol nella Farafulla, 95. Chissà se il prossimo anno sarà costretto a stendere pure il Baffo per non farsi scappare il traguardo dei cento gol. Staremo a vedere.

Classifica

Fegato & Milza 29

TresAnal 29

Farafulla 28

Poeti Maledetti 27

Fame & Sete 25

Ragazzi azzurri 25

Scalcinati 23

Cavatori 22

Culatello 22

T.M.P.D.M. 22

Portuali 16

Copecazzi 14

Coltivatori Diretti 6