Bert Trautmann, il portiere col collo spezzato

Fonte: youtube.com
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Quel bel ragazzotto biondo al centro della foto era Bert Trautmann.

Fondendo la fonìa del cognome con la cromìa dei capelli, Bert non poteva che essere tedesco e, oseremmo dire, non poteva che nascere a Brema, uno dei porti più operosi della Germania, e sede di alcuni stabilimenti della Daimler, casa automobilistica inglese che in seguito avrebbe acquisito la Jaguar.

L’Inghilterra. Sin dalla nascita, la vicinanza con la Terra d’Albione è ben radicata nel contesto social di Bert, che presto sarà “costretto” ad intensificare i rapporti con i sudditi della Regina. Presto perché Bert, a Brema, ci nasce nel 1923, ed essendo biondo e in salute – fisico più che possente – passa i migliori anni della sua vita a lanciarsi dagli aerei.

Il paracadutista è un po’ come un portiere, ruolo in cui Bert si divertiva a giocare in gioventù (quando a 18 anni ti trovi in guerra, impari a dare confini diversi alla tua vita): sei parte di una squadra, hai ricevuto indicazioni precise prima di ogni partita/lancio e, per quanto grande sia il campo/cielo, sai che accanto a te ci sono anche i tuoi compagni. Ma quando compi il salto definitivo dal portellone, quando vedi il sottosuolo avvicinarsi come il più spietato degli attaccanti, beh, lì sei da solo, e se non sei bravo a salvarti da solo, è la fine, non si torna indietro, non si può rimediare, non hai un secondo tentativo come gli attaccanti, o un compagno pronto a colmare le tue lacune come i difensori. Forse era questo che pensava Bert a 20 anni, mentre si lanciava da un aereo della Luftwaffe.

Perchè Bert a 20 anni è un parà, anzi già a 18 lo è, e per 3 anni, 3 lunghissimi anni di combattimento e logorio, la sua missione è stanare i nemici sovietici lungo il Fronte Orientale. È un bravo paracadutista Bert, proprio come era bravo quando l’unica cosa che doveva difendere era una porta, e non la patria tedesca. È così bravo che in 3 anni guadagna 5 medaglie, e una di queste è addirittura una Croce di Ferro, la massima onorificenza per un membro dell’esercito di Hitler. All’Inghilterra, ora si è aggiunta un’altra parola-chiave: medaglia. Due capisaldi di questa storia.

È così bravo che, essendo ormai svanite tutte le possibilità di sferrare un attacco decisivo a Stalin, viene spostato sul Fronte Occidentale, dove la Germania aveva messo la partita in ghiaccio sin da subito, dopo la “goleada” iniziale (Belgio e Francia cadute più velocemente di Boateng di fronte a Messi), ma la stanchezza stava comunque iniziando a farsi sentire.

Ed è quando pensi di aver già vinto, che ti rilassi, ti concedi una piccola pausa mentale e non sei più in grado di comprendere l’intensità di ritorno del nemico (chi scrive è interista da 18 anni, ne sa qualcosa). Ed è in questo contesto che Bert viene catturato. In realtà era già stato catturato in Russia ma, esattamente come accade poi in Francia, riuscì a scappare. Proprio come un portiere che dribbla un avversario nella propria area, a poche decine di centimetri dalla linea di porta.

Ma nel 1944 in Francia non ci sono più solo i francesi con la loro Resistenza, ci sono anche gli Americani e gli Inglesi: i primi riescono a catturarlo di nuovo e, secondo la perfetta statistica del “non c’è due senza tre”, Bert scappa di nuovo. Però, alla quarta volta, decide di arrendersi: quando sulla sua strada incontra un soldato inglese, decide di arrendersi. Anzi, è pronto a morire, perché sa che il conto col destino è ormai insolubile.

Tuttavia, come detto all’inizio, l’Inghilterra conta molto in questa storia. Il soldato che incontra Bert preferisce offrirgli una tazza di thè piuttosto che uno shottino di piombo, e mi piace immaginare che lo catturi quasi a malincuore. Catturato per la quarta volta, e stavolta rinchiuso nelle prigioni di Sua Maestà. Non è proprio questo il modo con cui il Fuhrer aveva previsto di veder entrare i suoi soldati sul suolo anglosassone, ma tant’è: su 1.000 uomini che compongono il suo reggimento, Bert fa parte di quei 90 che si salvano, e dopo essere sopravvissuto 3 anni al gelo della steppa russa, non si demoralizza (licenza dell’autore) ne sopravvive altri 3 alle carceri d’Oltremanica.

Nonostante la galera, la Britannia l’ha trattato così bene che, forse memore della cortesia mostrata da quell’ufficiale al momento dell’arresto (al contrario del Piero di De Andrè), decide ugualmente di restare nel Lancashire. Per tirare a campare si butta sull’agricoltura e, per trovare uno svago in un momento storico (e personale) di incertezza ma grande speranza allo stesso tempo, torna alla sua vera grande passione: buttarsi, anziché da un aereo, da un palo all’altro per impedire al pallone di avanzare oltre la linea, che non è come il Fronte Orientale ma ci siamo capiti.

Anche qui, come quand’era parà (a proposito, non si sono registrati movimenti tipo “Ridateci i Parà” da parte dei tedeschi), si rivela la sua innata bravura, tanto che le sue prestazioni tra i pali del St Helens Town gli valgono l’interesse di diversi club dell’allora First Division. Tra questi, la spunta il Manchester City, che riesce a mettere a tacere sia le avversarie, sia i proprio tifosi, non esattamente entusiasti di avere un ex membro della Luftwaffe a difenderli. Bert si lascia scorrere tutto addosso, tanto la guerra è finita, e lui vuole solo giocare. Coi Citizens conferma quanto di buono aveva fatto vedere in precedenza, e presto diventa una pedina inamovibile.

Vi ricordate le parole-chiave di questa storia? Assodata la funzione svolta dall’Inghilterra, ora manca la seconda.

Nel 1955, alla quinta stagione da professionista, Bert riesce finalmente a disputare una finale che vale una medaglia, la potenziale sesta medaglia per lui, sebbene la prima per motivi calcistici. Quella stagione il City si gioca la FA Cup contro il Newcastle, ma saranno i Magpies a ricevere la medaglia più ambita: Bert dovrà accontentarsi di quella d’argento, e hai voglia a spiegargli che l’argento è comunque più prezioso del ferro della sua croce.

La statua di Trautmann al Museo del Manchester City. Di Oldelpaso (Opera propria) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) o GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], attraverso Wikimedia Commons
La statua di Trautmann al Museo del Manchester City. Di Oldelpaso (Opera propria) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) o GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)%5D, attraverso Wikimedia Commons
Bert, i suoi compagni, il mister McDowall non ci stanno, e l’anno successivo riescono a ripresentarsi all’appuntamento. Sempre a Wembley, ma stavolta contro il Birmingham, che ha appena concluso la stagione da neo-promossa dopo aver vinto la Second Division. Il 5 maggio 1956, Bert entra nel Tempio del calcio inglese potendo vantare un’ulteriore onorificenza: è appena stato nominato Giocatore dell’anno dalla Football Association, e non vede l’ora di suffragare quel titolo con il trofeo più prestigioso del Regno Unito.

Stavolta, come nel 1944 quando incontrò quel soldato sulla sua via, la fortuna gli arride, e al 65’, a meno di mezzora dal termine, può già iniziare a pregustare la sensazione della Coppa tra le mani, forte del 3-1 con cui la sua squadra sta surclassando i rivali. Il tempo passa, forse meno velocemente del dovuto, ma in fondo è così che ci si gode di più le vittorie.

A un quarto d’ora dalla fine, il punteggio non è cambiato, e la vis del Birmingham non si è certo placata: un gol in questa fase della partita potrebbe avere conseguenze devastanti, in entrambi i sensi, perciò gli uomini di Turner spingono senza soluzione di continuità, sputando sangue su ogni pallone.

Ed è su uno di questi palloni, che Bert arriva all’appuntamento col destino: Peter Murphy, centravanti del Birmingham, ci crede molto su quella palla lunga, anche se Bert, il fenomenale portiere teutonico, è in netto vantaggio. Murphy ci crede, e non si ferma, prova fino all’ultimo ad arrivarci, anche a costo di scontrarsi col portiere. Mal che vada cadrà a terra, e all’epoca il pensiero di poter ottenere un rigore in maniera fraudolenta non era contemplato.

Murphy ci crede, ma alla fine Bert è in anticipo: uscendo su quella palla bassa, blocca la sfera, impedendo a Murphy il tocco decisivo. Murphy è ormai inarrestabile, non può far altro che investire il n°1 del Manchester. Uno scontro non troppo violento, anche se, col ginocchio destro, Murphy ha inavvertitamente colpito Bert al collo.

Fonte: flickr.com
Una illustrazione dell’epoca. (Fonte: flickr.com)

Una botta passeggera. Un po’ di smarrimento, ma niente che impedisca a Bert di continuare a giocare e, anzi, a compiere dei veri e propri miracoli che mantengono le distanze tra le due finaliste. Alla fine il tanto agognato fischio finale arriva, così come la tanto agognata medaglia. Bert ce l’ha fatta, completata anche la seconda keyword.

Certo, il fastidio al collo persiste, come si vede nella foto iniziale, e si acuisce lievemente quando si inchina di fronte al Principe per ricevere quel premio. Certo, come dichiarerà in seguito, gli ultimi minuti di gioco sembrava che Wembely fosse stato invaso dalla nebbia, ma solo a Bert sembrava così. Insomma, è sì una botta, ma siamo negli anni ’50, uomini d’altri stampo, ci vuole ben altro per scalfire un ex ufficiale dell’esercito nazista, uno che ha combattuto 3 anni in Russia, uno che è sopravvissuto a 4 arresti, a 3 anni di carcere. Una bella notte di riposo e via.

Ma non basta, così come non bastano gli analgesici (Inghilterra, anni ’50, analgesici: manca solo Poirot, e poi Trautmann potrebbe essere il protagonista di un libro di Agatha Christie). Forse è meglio farla una visita in ospedale, gli suggerisce la moglie Margaret, che inizia a preoccuparsi. Bert mette da parte l’orgoglio e si reca al St George’s Hospital. Una serie di esami mettono a nudo la sua condizione che, come si ostinava a pensare lui, era meno grave del previsto.

Cinque vertebre dislocate, di cui la seconda spezzata. A metà.
La terza si è appoggiata alla seconda, impedendo così ulteriori danni.

In un colpo solo, Bert Trautmann smise di essere l’ex soldato tedesco insignito della Croce di Ferro, e divenne il portiere che giocò gli ultimi 15 minuti di una finale di FA Cup col collo spezzato.

By JürnC (Own work) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons
By JürnC (Own work) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)%5D, via Wikimedia Commons
Il recupero da quello che – per usare un eufemismo – ci limiteremo a definire infortunio durerà diversi mesi, e solo il 15 dicembre 1956 Bert tornò a difendere i pali del City. In quella gara contro i Wolverhampton Wanderers (che nome sublime) concesse 3 gol agli avversari, che gli furono largamente perdonati da tifosi, stampa e opinione pubblica. Ma nella stagione successiva, 1957/58, in cui Trautmann tornò a tempo pieno nel suo ruolo, il City concesse ben 100 gol (segnandone altrettanti – record nella storia del calcio anglosassone) e quindi iniziò a diventare palese come quell’infortunio tremendo, assurdo, quasi letale, avesse lasciato segni ben profondi sull’armatura psico-fisica del nostro, che continuerà comunque ad adempiere al suo dovere fino al 1964.

Appesi i guantoni al chiodo, non essendoci altre guerre all’orizzonte (in cui fosse coinvolta la Germania, almeno), Bert prova a rimanere nel mondo del calcio, nell’unico modo possibile per quei duri e grigi anni Sessanta, dove Match Of The Day (e il calcio in tv in generale) erano ancora agli albori: diventa allenatore. Delle luci della ribalta non si interessa, a lui basta il contatto con l’erba, con lo spogliatoio, col cuoio così duro che certi palloni inglesi di quegli anni hanno fatto più danni di tanti psicofarmaci.

Comincia allo Stockport County, dove rimane un solo anno, e poi torna in madrepatria, ben 27 anni dopo averla lasciata per andare in guerra: allena prima il Preußen Münster e poi l’Opel Rüsselsheim, e rimane un solo anno sulla panchina di entrambe le compagini (che non figurano certo nell’elite della neonata Bundesliga). 3 stagioni, 3 squadre diverse, e la netta sensazione di non essere tagliato per quel mestiere, che in Inghilterra portava a gestire un livello di pressione non indifferente già a quell’epoca.

È forse in quegli anni che Bert – unendo il fascino magnetico che l’Oriente esercita su di lui alla voglia di cambiare aria e di non fermarsi, dopo una vita in cui in realtà ne ha vissute almeno altre 3-4 -matura la decisione di provare a diventare selezionatore delle Nazionali, anche se ci sfugge come arrivi, nel 1972, a rilevare l’incarico di c.t. della Birmania. A quell’epoca la Nazionale del Myanmar era una potenza del calcio di quell’area, e infatti con essa si laurea Campione dei Giochi del Sud-Est Asiatico.

Rimane due anni con i White Angels, poi via di nuovo, altro biglietto aereo, altra avventura, altra meta inesplorata, e così per ancora tanti anni. Prima la Tanzania, poi la Liberia, e infine anche il Pakistan. Con nessuna di queste selezioni raggiunge risultati degni di nota, ma in compenso ha abbracciato la vita ed il mondo con un’intensità rara e invidiabile, tipica degli uomini che sanno di aver avuto una seconda – se non una terza – possibilità, e non vogliono giocarsela.

Ed è ai caldi tramonti della Tanzania, o ai profumi respirati in Pakistan, che ci immaginiamo stesse pensando a La Llosa, una bava di chilometri da Valencia, in un caldo pomeriggio del luglio 2013 quando, alla soglia di 90 anni, decise di andarsene, non avendo più nulla da chiedere a questo mondo ed a questa vita, certo di aver – a modo suo – scritto la storia. Addio Bert Trautmann, il portiere che giocò 15 minuti con il collo spezzato.

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