Dinamo Monteaquila – 24 – L’ultimo rigore

– Ho sempre pensato una cosa, Piergi. Riguardo ai rigori, intendo. Ho Campo_di_calcio_abbandonatosempre pensato una cosa.
Mario fissa il pallone sotto la suola destra, ma questo pare ribellarsi al giogo della scarpa e tenta la fuga a destra e a manca portandosi a spasso il baricentro di Mario. Pierluigi si focalizza sul pallone e non perché voglia evitare lo sguardo di Mario, ma in quanto quel pallone gli pare l’unica cosa nuova in tutta Monteaquila. E questo a Pierluigi fa un po’ impressione. Il candore del cuoio immacolato stride con il campo spelacchiato su cui poggia, le piante di acacia, i pali piegati, la rete divelta. Si guarda attorno proteggendo con la mano destra il collo dal perfido vento di montagna. Non riconosce pressoché nulla di quel campo su cui ha giocato centinaia di volte da bambino. Non fosse per quella porta sbilenca, manco se la sentirebbe di definirlo un campo da calcio. Guarda la porta, ne giudica la distanza da Mario, ancora intento a infierire sul pallone manco fosse una serpe. Si deve trovare all’incirca a centrocampo.
– C’è il caso lo pensassi ancor prima di allora. Si, può essere. Ma ho avuto tempo, o si, un sacco di tempo, per elaborare questa cosa, Piergi – E così dicendo si porta la mano alla tempia e la fa mulinare nel tentativo di rafforzare il concetto. Il movimento del braccio lo fa sbilanciare e deve liberare il pallone. Che si ferma dopo una fuga di pochi centimetri ed è di nuovo sopraffatto. Ma con la suola sinistra, stavolta.
– E’ un po’ che non ci si vede, Mario – dice Pierluigi. E subito pensa di aver detto qualcosa di idiota. La sua è una posizione di inferiorità. Si chiede se anche Mario se ne sia accorto. Probabilmente si. La mimica, i discorsi, gli occhi bassi. Tutto fa. Osserva la palla divincolarsi sotto la scarpa di Mario. Gli pare un cucciolo a cui il padrone riversa il suo affetto sotto forma di angherie e questo scaina, geme, un po’ si diverte. Un po’ ha paura. La cattività della sfera di cuoio gli provoca un moto di insofferenza. Vorrebbe liberarla con un calcione, spedirla tra i rovi e le acacie che recintano il campo per i tre lati di cui a lui, nella posizione in cui si trova, è dato vedere. Vorrebbe calciare ancora più forte e superare la barriera verde, conquistare il dirupo. Ma non riesce. Non ha forza. Nemmeno nella mente. Un tiro goffo. Questo può uscirne – Si, insomma – prosegue – è veramente un sacco di tempo. Anni. Eravamo bambini, vero? – Una folata di vento fresco piega le acacie e gli trafigge la schiena fradicia di sudore ancor prima dell’ultima parola. Il fottutissimo vento che spira dalla gola dei monti che sovrastano Monteaquila. La madre che lo insegue con il cambio fresco di bucato. Ricordi lontani. Meglio non trattenerli. I ricordi indeboliscono, Piergi. Lascia che escano dalle narici assieme al respiro. Chi glielo aveva detto? Il prete di Monteaquila?
I loro sguardi si incrociano per la prima volta dopo decenni. Pierluigi cerca gli occhi di Mario tra i ricordi, ma non trova corrispondenza. Dimenticati. O forse il tempo li ha cambiati, pensa.
– La vuoi sapere questa cosa, Piergi? Oppure no? – gli occhi di Pierluigi, invece, Mario non li ha dimenticati proprio. Non lo hanno mai abbandonato. Sempre lì, al centro di quella maledetta porta dove ora brucano le pecore di Pietro e il legno si è fatto così marcio da assotigliarsi in più punti e la rete non è che un brandello simile ad una ragnatela abbandonata. Abbandonata. Abbandonata. Mario stringe il pugno. Lascia stare, lascia stare quella maledetta parola. Lasciala stare cazzo.
– Si, certo, Mario, dimmi – ma Pierluigi non crede in quello che dice e dallo sguardo di Mario non può ricevere sicurezza. Torna a fissare il pallone. Un pallone nuovo. Acquistato dove? Mario muove la sfera con la suola avanti e indietro. Dieci centimetri su, dieci giù. Il pallone pare aver trovato requie. Mario si accorge che lo sguardo del suo interlocutore è fisso sulla sfera. E la muove in avanti. Questa volta, però, qualche centimetro più del solito. Senza tornare indietro. Avanti, ancora avanti.
– Immagino tu mi voglia chiedere qualcosa, prima. O sbaglio? – Mario avanza lentamente verso la porta toccando il pallone con le punte dei piedi.
– Che cosa ti devo chiedere, Mario? Cosa devo chiederti? Le so già le cose, Mario. Le so già –  una cantilena claudicante. C’è una punta di paura nelle sue parole. Ma non se ne dispiace. Pierluigi lo sa che continuando il discorso la voce si farà più franca, meno tremolante. Le parole si faranno lucide. L’assedio emotivo di cui si sentiva prigioniero è rotto.  – Voglio dire, Mario, le cose le so. I giornali li ho letti. E poi – e così dicendo si volta verso il paese, sul lato lungo del campo a cui dava le spalle – e poi basta guardarsi attorno. Vedi? Guarda – Pierluigi indica ad una una le case del paese visibili dal campo di calcio. Poi fa un gesto più ampio per comprendere tutta Monteaquila e continua – guarda: bruciata, bruciata, mezza bruciata. Tutto, tutto è bruciato. Ma certo che lo so. Manco da tanti anni, ma so tutto. Lo sapevo anche prima che tu mi mandassi quel taccuino. Le cose le so, Mario. Anzi, i fatti. Quelli so. Cosa ti è saltato in mente, di questo invece non ho idea.
– E non sai nemmeno perché io e te ora siamo qui, vero? – ribatte Mario. Pierluigi lo osserva avanzare verso la porta. Ormai gli dà le spalle. Osserva i jeans e la polo blu stinta. Dove può averli recuperati? Non è certo fuggito dalla clinica con quella roba indosso. Forse è riuscito ad entrare nella sua vecchia casa. Può essere che sia stata una di quelle a non prendere fuoco.
– E quindi che, Mario? Che vuoi che ti chieda? Perché lo hai fatto? Vuoi che ti chieda perché hai dato fuoco a Monteaquila? Non so niente di te. E tu non sai niente di me. Immagino che ti sei fatto un’idea di me. Non penso che mi piaccia la tua idea. La posso immaginare. Chi sono io, per te? Piergi. Piergi sono, appunto. Nessuno mi chiama Piergi. Solo i ragazzi di Monteaquila mi chiamavano Piergi. Questo sono rimasto per te. Quel ragazzo che passava l’estate a Monteaquila e poi se ne ripartiva per la città. E lo faceva senza remore. Sbattendosene di tutto. Di Monteaquila. Di te, che eri l’unico a rimanere.
– Puoi iniziare chiedendomi come sto. O che ho fatto in questi anni – lo interrompe Mario mentre si volta a guardarlo e abbozza un tetro sorriso. Pierluigi vede in quegli occhi Monteaquila in fiamme. Lo immagina seduto, tronfio, mentre osserva il suo paese dilaniato da lingue di fuoco. Nerone. O forse Michelangelo che distrugge la sua creatura – perché magari anche tu, Piergi, ti sei fatto la tua idea di questo matto che passa tutta la vita in questo buco di culo e rimane da solo come un cane e un bel giorno dà fuoco a tutto il paese – i passi si fanno più decisi, la porta dista oramai pochi metri. Il pallone approfitta dei ciuffi d’erba più alti e delle buche più profonde per deviare il cammino, ma è una ribellione senza nerbo e alla fine altro non fa che assecondare i piedi – E per quanto stavi dicendo – prosegue Mario dopo una pausa di alcuni secondi – la mia risposta è no. No, Piergi, non immagino molto della tua vita. Anche perché bene o male lo so che vita fai. Che vita hai fatto. Sai, sebbene lontano, sei pur sempre di questo paese. E la gente mormora – Mario ride di gusto – Bella stronzata, vero Piergi? La gente. E dove cazzo è questa gente? Che pensi? Alla gente che vedo io? Alla Dinamo Monteaquila. Ma certo, alla Dinamo, ai giocatori di cui ho parlato nel taccuino, vero? Che hai detto quando lo hai letto? Questo è matto! Matto del tutto! Vero o no? – Mario alza la voce – L’hai mai conosciuto nella tua merda di città un matto come Mario? Che dici Piergi? L’hai conosciuto?
Così dicendo spalanca le braccia e si volta verso Pierluigi, camminando a ritroso verso la porta. Il pallone, ormai docile, lo attende poco lontano. Pierluigi osserva i capelli radi e grigi, la barba ispida. Cerca un ricordo dell’infanzia tra le rughe e la linea del naso. E come è stato per gli occhi, non lo trova. Eppure quel modo di spalancare le braccia gli ha mandato un impulso. Qualcosa di quel bambino sopravvive in quest’uomo che vorrebbe essere indecifrabile e che invece Pierluigi capisce benissimo. Capisce sempre di più. Il sole abbandona il campo e Pierluigi si volta verso il paese. Verso il sole. Verso il campanile che nasconde il sole. Non lo ha mai compatito quel campanile. Da bambino gli faceva ribrezzo, lo detestava, mai che alzasse il capo a guardarlo. Il minareto tozzo, lo chiamava. D’un tratto Pierluigi ricorda una frase pronunciata allora: porta anche sfiga, secondo me. Ma il ricordo non comprende altre persone. Che avesse avuto ragione e quel campanile portasse davvero sfortuna? Lui sotto quell’influsso negativo c’è rimasto poco tempo, ma Mario, Mario ne è rimasto segnato per tutta la vita.
– Muovi il culo. Non abbiamo tutto questo tempo. Dai! – richiamato dalle parole di Mario, Pierluigi distoglie lo sguardo dal campanile e lo vede chinato a posizionare il pallone a qualche metro dalla porta – avanti Pierluigi, non lo senti il rumore delle auto? Muoviti, tra poco saranno qui – e così dicendo Mario volta il capo verso di lui e pronuncia qualcosa che a Pierluigi pare un “dai”, ma non ha udito suono alcuno e non ne può essere sicuro. Così come non gli pare di sentire rumore di auto provenire dalla strada.
– Cosa vuoi Mario? – ma la risposta la conosce e infatti non ottiene risposta.
– La vuoi sapere quella cosa sui rigori, insomma?
– Vorrei sapere perché sei rimasto qui. Perché hai cancellato la parola futuro. Perché cazzo, Mario, hai affidato i tuoi sogni ad un taccuino? – Pierluigi parla e avanza verso la porta. Il sole è fuggito dalla morsa del campanile. Mario non fa più timore. Sente crescere un sentimento che al momento non discerne, ma ha a che fare con la rabbia e l’affetto e forse diverrà compassione – Quanto c’hai messo a inventare quella squadra? Quanto della tua vita hai dovuto cedere per ogni personaggio inventato? – Mario ha le mani sui fianchi, lo sguardo fisso sul pallone, un piede appoggiato solamente sulla punta. Pierluigi è pronto a vuotare il sacco delle sue domande, ma Mario lo interrompe – Ascolta, anche se non la vuoi sapere quella cosa sui rigori, io te la dico lo stesso. Tu, però, sistemati in porta intanto, perché tra poco saranno qui e ti assicuro che una volta che mi avranno riportato dentro a quella clinica, non avrò più una seconda possibilità. Ora dimmi una cosa, prima che ti dica l’idea che mi sono fatto sui rigori – Mario alza la testa e osserva il suo interlocutore. Non vede camicia grigia, non vede pancia rilassata, non vede capelli corti e brizzolati. Davanti a sé un bambino con una maglietta rossa e un ciuffo castano – ma non mi fare perdere tempo, Piergi, perché non ne abbiamo. Allora, lo sai perché sei qui, vero?
– Si, Mario, ovvio che lo so. Però non mi pare normale, sono passati decenni e noi eravamo bambini. Io poi manco lo sapevo…
– E fai un po’ di silenzio. Lascia parlare me. Una cosa ho capito. Quando calci un rigore, nell’istante stesso in cui il piede impatta con il pallone, conosci già il tuo destino. Credimi. Ho ripensato per anni a quel rigore che tu mi parasti. Non sai quante volte l’ho ricalciato. Io lo sapevo, Piergi. Lo sapevo da quando ho toccato la palla. Cazzo, mi son detto, sono fottuto. E così è stato. Il rigore più importante, Piergi. Parato. Parato da te. Non è colpa tua, lo so. Ma io non ho avuto pace fino ad oggi. Ti ringrazio, Piergi. Mi hai dato la possibilità di salvarmi l’anima. Grazie. Solo calciando nuovamente questo rigore potrò aver pace. E in quanto a Monteaquila – e fa cenno con la mano al paese sulla sua sinistra – quella c’è. E la Dinamo pure. Preparati. E vedi di essere convincente. Se mi accorgo che fai finta, m’incazzo – E così dicendo accenna un sorriso con la parte sinistra del labbro. E’ allora che Pierluigi sente per la prima volta il rumore di un’auto oramai vicina.

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