Tu vuò fà l’americano – Ode a Marco Belinelli

Dei 4 italiani in NBA, è quello che ha sempre goduto di meno credito, da parte dei media e degli addetti ai lavori.
Bargnani venne scelto alla nr. 1, e Gallinari sembrava un predestinato sin dal suo esordio da 16enne. Belinelli nulla di tutto questo. (Datome è ancora agli inizi, in pratica)

Fonte: "Marco belinelli raptors f" di chensiyuan - chensiyuan. Con licenza GFDL tramite Wikimedia Commons - http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Marco_belinelli_raptors_f.jpg#/media/File:Marco_belinelli_raptors_f.jpg
Fonte: “Marco belinelli raptors f” di chensiyuan – chensiyuan. Con licenza GFDL tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Marco_belinelli_raptors_f.jpg#/media/File:Marco_belinelli_raptors_f.jpg

Scelto come 18° dai Golden State Warriors nel 2007, ci ha messo mesi a ritagliarsi un po’ di spazio, senza poter esprimere tutto il suo potenziale: strano per uno che entrò nei radar degli scout NBA durante i Mondiali 2006, dopo 25 punti segnati proprio agli USA.
Il feeling con Nelson non dura proprio, e allora meglio cambiare: va a Toronto, dove già si fregano la mani per le operazioni di marketing che possono sfruttare grazie a The Italian Couple. Già Il Mago Bargnani non era ancora riuscito (dopo 3 stagioni) ad entrare nei cuori dei tifosi Raptors, figurarsi questo sbarbatello arrivato da San Giovanni in Persiceto passando per San Francisco: sceglie il numero 0, quasi a indicare simbolicamente di voler ripartire, ma qualcosa si è inceppato.

Non ci siamo: altro giro, altra corsa, mentre i morbidi media americani (e non solo…) insinuano che forse non è adatto all’NBA, meglio che se ne torni in Europa dove potrebbe tranquillamente dominare in ogni parquet. Le critiche principali? Difensivamente inadeguato, è un buon tiratore da 3 ma il suo portfolio offensivo si chiude qui. Ma Marco, che ha esordito in Serie A a 15 anni, se ne fotte: è arrivato in America conoscendo il playbook di quasi tutte le squadre, roba che Shaq ha imparato 3-4 schemi in tutta la carriera. Non ci sta e, su consiglio del fratello e del suo entourage, punta il dito sul profondo Sud: che New Orleans Hornets sia.

Certo, la più grande città della Louisiana non è forse la più spettacolare e moderna delle metropoli nordamericane, ma ha una vibe che pochi altri posti al mondo hanno. E poi ci gioca Chris Paul, uno che regala assist come fossero chewing gum, uno che continua a passarla a Marco (il cui minutaggio sale notevolmente) anche se sbaglia, perchè gli ripete “Quando ti passo la palla, mi aspetto che tu segni”, come il Beli ha confidato a Buffa nell’intervista di due estati fa. Con l’ambiente, il coach e i compagni il feeling è sempre più forte, e per la prima volta la guardia bolognese assaggia i playoff: 2-4 contro i Lakers al primo turno, ma Marco capisce che il vero campionato comincia ad aprile, e non vuole più rinunciarci.

Ma anche New Orleans si rivela una tappa di passaggio, e così a luglio realizza il sogno di tutti i bambini cresciuti con la palla a spicchi negli anni ’90: firma per i Chicago Bulls, la squadra con cui Michael Jordan riscrisse i canoni di questo sport. Con i Tori vive una stagione fantastica, e stavolta arriva pure in semifinale di Conference ai playoff, uscendo per mano degli Heat dei Big Three: ma nella mente di tutti rimarrà la sua prestazione contro i Nets, soprattutto in gara-7, dove mette a referto 24 punti decisivi e un’esultanza che gli varrà 15.000 dollari di multa (minuto 4:22 del video).

Coi Bulls sembra l’inizio della vera avventura Oltreoceano per il nostro, e così è, ma ciò non avviene nella Windy City: sorprendendo tutti, l’11 luglio 2013 firma per i San Antonio Spurs, sì, proprio per i texani che hanno 3 tra i cervelli più fini dell’NBA in quintetto, e un allenatore che tutti noi vorremmo come secondo padre. Pop dimostra di credere veramente nell’italiano, e gli concede moltissimi minuti: il sistema di gioco degli Speroni è poi perfetto per un giocatore europeo come Marco, che migliora in ogni fase di gioco e in ogni parte del campo. A febbraio partecipa pure alla Gara di 3 punti dell’All Star Game, che si tiene a New Orleans: contro ogni pronostico (contro aveva, tra gli altri, Johnson, Irving e Curry) vince lui, divenendo il primo italiano di sempre a portare a casa questo ambito trofeo.

Ma, come dice già nelle interviste dopo, il suo pensiero è uno e uno solo: fare i playoff, e vincerli. C’è bisogno che vi ricordiamo com’è finita?

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