Dinamo Monteaquila – 3. Diario di un giardiniere

Ha una barba folta e brizzolata, capelli un po’ meno bianchi e radi su tempie e fronte. Usa infilarsi in bocca la matita, parla di calcio Campo_di_calcio_abbandonatoche è, che era e che sarà. Che sarà? Si, che sarà.  Perché di quelle cose che racconta lui, io non ho mai sentito. Perciò mi dico: magari un giorno. Chi lo sa. E poi guarda sempre verso i monti. Racconta anche di un paese strano, di cui non ricordo il nome. Una roba tipo Monte e qualcosa, che non ho mai sentito. Narra le gesta di una squadra russa, anzi con un nome russo che richiama all’Unione Sovietica. “La Russia” come dice lui. E poi aggiunge “Ma quella vera”.

Non gli avevo mai prestato troppa attenzione. Che poi, penso sia ospite qui da poco tempo. Si, se la memoria e questi occhi malandati non mi tradiscono, oserei dire che è roba del mese scorso, tutt’al più quello prima ancora. E poi che dire, qui i pazienti vanno, vengono, tornano, le cose da fare così tante e il personale sempre meno. Roba, appunto, da matti. Lo dico sempre, a mia moglie: arriverà il giorno che passerò di là, con loro. Lei mi risponde: non te la prendere troppo comoda, quel giorno è già arrivato. E pensa di essere simpatica. Ma la verità è che non capisce un cazzo. Un’emerita stronza, come e più di quella precedente. Già, anche peggio. Se non altro quell’altra si è tolta dalle palle. Questa, ahimé, spererà pure in un mio ricovero, ma intanto è ancora lì a spendere i miei soldi in unghie finte tricolori e altre stronzate.

Insomma ci sono pazienti che noti già il primo giorno di degenza ed altri che, invece, ti passano davanti con i loro malanni, le loro storie tristi, le loro esistenze alienate senza lasciare traccia. Mi piace distinguere i pazienti in due categorie: quelli che si portano dietro l’ombra e quelli che invece l’ombra l’hanno perduta, o ne hanno una talmente piccola che non si intravvede nemmeno. E’ una questione mia, di interesse personale. E forse questo sarebbe passato inosservato se l’altro giorno, potando la siepe, non mi fossi accorto di un album di figurine che teneva aperto sulle ginocchia. Allora io, che sono un grande appassionato di calcio e per una maglietta di Rivera lavata a novanta gradi ho mandato in culo la precedente moglie, ho sbirciato e intravisto una formazione della Pistoiese. La squadra occupava due pagine, quindi mi sono detto: è serie A. E non l’ho fatto apposta, lo so che non dovrei parlare con i pazienti, sebbene lo faccia regolarmente, ma dalla mia bocca è uscito un “1980-81!” che ha fatto trasalire il poveretto e quasi mi andava in catalessi se non lo tranquillizzavo dicendogli “Son Gino il giardiniere, ehi! Tranquillo!”

E allora ci siamo messi a parlare e non sembrava infastidito dalla mia presenza. Io gli parlavo di calcio e lui ribatteva, diceva la sua con grande pacatezza, ma senza mai degnarmi di uno sguardo. Ogni tanto metteva la matita in bocca, quindi la toglieva e soffiava fuori aria. Poi si perdeva in quei suoi discorsi strani e mentre parlava segnava tutto in un quadernetto che aveva estratto dalla tasca. Sembrava quasi prendere appunti su quello che lui stesso diceva. Io all’inizio cercavo di capire e domandavo, poi ho lasciato perdere. Questo strano figuro che parla di calcio e paesi mi ha talmente incuriosito che gliel’ho chiesto al Ricciardi, il Dottore, perché si trovasse qui, ma quello è andato su tutte le furie e mi ha detto “Te Gino devi imparare a farti i cazzi tuoi e lasciare in pace i pazienti”. Coglione, ha poco da fare il furbo perché qui ci ha messi a lavorare la stessa persona e lo so io come lo sa lui.

E così lo incontro ogni mattina. Allora, visto che per lavorare c’è sempre tempo e comunque ci può pensare anche qualcun’altro, mi siedo con lui e parliamo di calcio, quasi solamente di calcio. Non ho capito per chi tifi, ma non ha importanza. Forse non tifa per nessuno o forse tifa solamente per quella squadra Monte e qualcosa. Se ne sta su una panchina, appartato, guarda i piccioni e si direbbe che ne osservi la disposizione sul prato manco fossero disposti in un 4-4-2. Talvolta tiene quell’album di figurine del 1980-81 sulle ginocchia. Sempre quello. Una volta gli ho chiesto se ne avesse altri. Mi ha risposto di si e allora io gli ho fatto “Dove?” E lui mi ha detto “Su” E io “Su dove?” Ha fatto cenno su, con il capo. E niente più.

E’ un brav’uomo. Forse un po’ strambo, sicuramente meglio di quell’arpia che mi ritrovo in casa. Con lui posso parlare del grande Milan di Sacchi e di quell’Olanda che ammiravamo da ragazzi. E pazienza se talvolta devo sorbirmi certi discorsi astrusi su squadre di terza categoria e altri su paesi in culo ai monti. Quando rincaso, la sera, mi sento rinfrancato, leggero. E mentre guido penso già a Barbadillo, Casagrande e tanti altri giocatori che nessuno ricorda, tranne me e lui, e al giorno seguente quando glieli riporterò e lui mi farà cenno di si, gli occhi socchiusi verso i monti, la matita in bocca. Poi però, mentre sono a cena e mia moglie si lamenta delle tasse, del governo e delle pubblicità nelle soap, penso che un motivo ci sarà se è finito lì dove lavoro io. Allora mi rattristo, un po’ mi spavento e i pensieri mi assalgono. Gino, mi dico, che ne sai di che gli è preso a questo? E poi, Gino mio caro, ti rendi conto che ormai ti trovi meglio con i matti che con i sani?

Uno di questi giorni faccio il salto e vado di là, con loro. Per lo meno io la causa della mia follia la conosco: duplice matrimonio.

 

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