Mìstica, sfortune e successi del grande Benfica

“Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte.” (da Sostiene Pereira, A. Tabucchi)

E’ la sera del 3 maggio 1949 e la Lisbona Benfiquista è in festa. benfUn’amichevole, che sarà mai un’amichevole? Ma sebbene i cuginastri biancoverdi dello Sporting e quegli altri dalle parti di Belen se la ghignano tra di loro, lo sanno che non è un’amichevole qualunque quella vinta dal Benfica.
Lo stadio schiuma di rosso, la calca inneggia ai campioni con l’aquila sul petto, al capitano di mille battaglie, quel Francisco Ferreira che ha deciso di appendere le scarpette al chiodo e per salutare nel migliore dei modi i suoi tifosi vuole sfidare la squadra più forte del mondo. E può farlo perché il capitano di quella invincibile squadra è un suo amico e non gli nega la cortesia. Ci si saluta, si scherza. Magari ci concederai la rivincita, se ci ripensi. Strizzate d’occhio e pacche sulle spalle. E forse Francisco Ferreira ci avrebbe anche ripensato, magari un’altra amichevole ci sarebbe pure stata, ma il destino rese impossibile il replay. Il giorno seguente l’aereo che riporta a casa gli avversari, quello squadrone ammirato dal mondo intero, si schianta contro una basilica a pochi chilometri dall’aeroporto.
Torino e Benfica. Storie di gloria e sfortuna. E’ il 1949. L’epopea del Benfica è ancora di là da venire. Eppure è strano il vento che tira sopra le case di Lisbona. Forse è in quella serata di maggio così calda da preannunciare l’estate ormai imminente, in quella festa latina dove a disegnare trame sull’erba sono i pennelli tacchettati di undici artisti nella loro ultima, drammatica, opera pedestre che nasce quella mìstica che solo chi ha vissuto e amato il Benfica può avvicinarsi a comprendere.

“Non vi è club al mondo che abbia mística uguale a quella del Benfica. E questo è, dopo tutto, uno dei grandi segreti dei loro successi e della loro forza.” (Béla Guttmann)

Benfica-Real_Madrid_1962-05-02.svgQuanti ungheresi nella storia di questo club: gli anni cinquanta vedono susseguirsi i tecnici Hertzka, Biri e Guttmann. Il calcio imparato in riva al Danubio, tra le vie di quella città malinconica che è Budapest. Un passato di lustrini asburgici, un presente di carri armati sovietici, un futuro che sa di oblio, ricordo. Ad ogni modo ogni anno c’è qualcosa da festeggiare: che sia Coppa nazionale, campionato o Coppa Latina (antenata della Coppa dei Campioni), il Benfiguista ha sempre di che gioire. Passo a passo si sta costruendo una delle squadre più forti di sempre.

“Ogni vittoria è una grossolanità. I vincitori perdono sempre.” (Fernando Pessoa)

Chiedete di una squadra vincente e nessuno oserà portarvi ad esempio il Benfica. Eppure sono proprio le Aquile che dimorano in riva all’Oceano a terminare l’infinita serie di successi del Real in Coppa dei Campioni. Nella finale del 1961 il Barcellona viene sconfitto tre a due. Come non bastasse, un giovane mozambicano dalle possenti gambe d’ebano inizia a terrorizzare difese e infilare portieri avversari. La sua faccia è d’angelo, il suo piede destro è da cecchino. Il suo nome è Eusebio e presto sarà il sogno di ogni tifoso di calcio. Come il coetaneo Pelè. Più di Pelé.

“Ah! E ti compro pure Eusebio, così vinciamo la Coppa dei Campioni e tu rimani famoso in eterno! Sei contento? San Gennaro ma tu un segno me lo devi fare eh!” (Operazione San Gennaro, film di Dino Risi, 1966)

bffffPer far vincere la Coppa dei Campioni al Napoli ci vorrebbe Eusebio, mica Pelè. Ma il Benfica non è solo Eusebio. Non si batte il Real Madrid di Di Stefano, Puskas e Gento nella finale del 1962 con il solo Eusebio. Aguas, Coluna, Cavem: fuoriclasse troppo presto dimenticati.
Sembra imbattibile, il Benfica. Incontrarlo nella lotteria dei sorteggi significa terminare inesorabilmente il proprio cammino europeo. Anche nel 1963 è finale, la terza consecutiva. Qualcosa è cambiato, però. Per sempre.

“Da qui a cento anni nessuna squadra portoghese sarà due volte campione d’Europa e il Benfica senza di me non vincerà mai una Coppa dei Campioni” (Béla Guttmann)

1963, 1965, 1968, 1983, 1988, 1990, 2013, 2014. La storia del Benfica non finisce con la seconda Coppa dei Campioni consecutiva, il suo palmares europeo si. Da allora otto finali europee e nessun successo. Nemmeno quando sembra fatta. Nemmeno quando il contrario non sembra possibile. La chiamano “la maledizione di Guttmann”, l’allenatore che dopo le due Coppe se ne andò lanciando l’anatema di cui sopra. Ma forse bisogna andare più indietro. Forse bisogna tornare a quella serata di inizio maggio del 1949, a quelle due squadre meravigliose e dannate che si incrociarono sotto la perfida regia del destino.
O forse bisogna solamente voltare pagina. Guardare al futuro. Dimenticare Guttmann, Superga e le otto finali europee perse. Rimembrare solo i fasti imperiali delle Aquile, ricordare Eusebio, quella magnifica squadra capace di vincere due volte la Coppa dei Campioni e rifilare cinque reti al grande Real, il senso di ineluttabile sconfitta che coglieva gli avversari quando l’urna accostava “Benfica” accanto al nome della propria squadra. Questo è il senso ultimo della famosa mìstica del Benfica, un furore sacro che travolge l’anima. Tutto il resto è malinconia di un passato così bello che finisce per offuscare il presente.

“Lei ha bisogno di elaborare un lutto, ha bisogno di dire addio alla sua vita passata, ha bisogno di vivere nel presente, un uomo non può vivere come lei, dottor Pereira, pensando solo al passato.” (da Sostiene Pereira, A. Tabucchi)

 

PUNTATE PRECEDENTI:

1 – IL GRANDE REAL
http://inzonacesarini.com/2015/02/04/il-grande-real-fantastoria-di-coppe-campioni-e-bigliettoni/

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