Romanzo manageriale / 7: Il plastico

Il mondo è arancione, o verde, rosso, blu, dipende dal settore, tutto ciò per circa due ore ogni dieci-quindici giorni, non so, il calendario casa-trasferta non è più così chiaro. Ci sono seggiolini che sanno parlare. La gente si siede, non si riesce a stare comodi, niente didietro riscaldato, il seggiolino è umido. Si potrebbe sempre mettere una pagina di giornale tra la superficie di plastica e il tessuto dei nostri jeans, magari quella che parla di squadre nerazzurre o bianconere.

Foto di robin bos, https://www.flickr.com/photos/robinbos/6032997545
Foto di robin bos, https://www.flickr.com/photos/robinbos/6032997545

Ci si può distribuire lungo ampie zone: niente più gente che ci urta il gomito o il ginocchio, di spazio ce n’è tanto. Il respiro esce freddo dalle nostre bocche e non si mischia a quello di nessun altro, nessuna strana combinazione di vapore acqueo che mai avremmo accettato di fare a bocche chiuse. Possiamo anche metterci apposta lontani, così si soffre in silenzio, senza chiacchierare, ognuno col suo raccoglimento più intimo. Lo vedo G., è lassù tre file di sediolini sopra di me, in mezzo nessuno. Si sente l’allenatore che parla ai ragazzi, la curva canta, ma ormai è una voce fioca. Gli altri segnano. Noi chissà, non è più così scontato, ormai. Un deserto di sedie di plastica arancione, un prato verde con ventidue persone che si dimenano.

Ma tutto assume un contorno nuovo e diverso, quando pensiamo al plastico. Non importa più il risultato, sì prendeteci pure a pallate, tanto abbiamo un portiere bravo, schiacciateci nella nostra metà campo, denudate le nostre paure, noi chiudiamo gli occhi e dal deserto freddo arancione riusciamo a immaginarci su un’isola tropicale con le palme e le noci di cocco, lei bellissima che si asciuga al sole, il cielo azzurro, l’acqua salata e soprattutto il plastico.

Ormai ha quasi una dimensione erotica, lei è bionda e sta sul plastico, ci mostra uno stadio compatto, a forma di parallelepipedo rettangolo, niente ellissi, solo spigoli ovunque, il domani è lo spigolo, non la curva. Alberi dentro teche di vetro, chissà cos’altro, i sedili sono rossi e neri e magari riscaldati, facciamo anche una copertura, sì, perché no, come un cortile chiuso da Ieoh Ming Pei, per proteggere un’opera d’arte dalle intemperie, ecco ho un’altra proposta: non giochiamoci proprio. Non realizziamolo questo stadio, teniamoci il plastico, giochiamo col plastico, come si faceva con i lego e i trenini, e restiamo a sognare. Spostiamo gli alberelli, i parcheggi, la casa nuova che si illumina di rosso, prendiamoci Milano, tutta Milano, spostiamo il Duomo e ci mettiamo lo stadio nuovo, sì, questa sì che è una grande idea. Pensiamo in grande. Ma non costruiamo quello stadio. Perché è troppo bello per essere vero e a volte è meglio continuare a sognare.

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