Un Amarcord rossonero lungo una stagione (1998/1999)

Amarcord di quando  le partite avevano un senso che andava oltre due ore di gioie temporanee usa e getta, di novanta minuti di imprecazioni e rassegnazioni post-partita, di quando c’era la vera emozione, quella del ragazzino che concentra i momenti clou della settimana nella partita della propria squadra del cuore, che ha le figurine Panini, che dibatte con gli amici su chi sia più forte tra Baggio e il giovane Del Piero, che non deve pagare le bollette, che non ha ancora un vero interesse per le ragazze, che la patente è un miraggio troppo lontano, che la domenica non ha molto altro da fare. Perché la domenica si guarda la partita del Milan.

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Io ero orfano di Patrick Kluivert. Sì, proprio lui. Non che fece granché l’anno prima in casacca rossonera, ma alla fine del campionato sembrava dare finalmente segnali di risveglio, un gol al Vicenza, uno dei 6 – pochini, già – e gli altri chi se li ricorda, però ecco sai che dopo un anno di ambientamento magari il giovane Kluivert esplode e invece no, mister plusvalenza lo manda a Barcellona e si riparte da Oliver Bierhoff, dal capocannoniere, da chi conosce già il campionato italiano e lo conosce bene, da un attaccante forte, anzi fortissimo, nel gioco aereo, da affiancare a George Weah, lui ancora e sempre e intoccabile idolo indiscusso.

Era un Milan che tutto sommato non era messo male dal punto di vista tecnico: ad averceli ora problemi di convivenza tra Boban e Leonardo. Helveg doveva assicurare i cross per Bierhoff, e Zaccheroni questa variante di gioco la conosceva bene. Insomma meglio assicurarsi tutto l’asse udinese, il fornitore di cross, l’implacabile colpitore di testa, l’allenatore di un 3-4-3 che allora appariva di un rivoluzionario inconcepibile, Zac era un ribelle pronto a demolire tutti i restauratori del 4-4-2 di sacchiana eredità, ormai un modulo-cimelio che racchiudeva in sé tutto quello che era il calcio degli anni ’90.

In difesa c’erano ancora Maldini e Costacurta, a centrocampo Albertini, gli eredi insomma di un qualcosa che aveva toccato la gloria e che si era improvvisamente arrestato, tipo un repentino cambio di rotazione dell’asse terrestre. Detto così sembra quasi scontata una rinascita rossonera, e invece no, non lo era affatto, perché la squadra era piena di punti interrogativi, perché Ibrahim Ba veniva da una stagione in cui non aveva reso per come ci si aspettasse, perché Ayala e Ziege non hanno mai lasciato il segno, perché chi sono N’Gotty e Guglielminpietro, perché Ambrosini, Sala, Morfeo saranno davvero da Milan?

Dall’altra parte una squadra che mi aveva fatto piangere per una Coppa Italia pochi mesi prima, perché quando hai 13 anni e segna Weah a San Siro e poi segna Albertini all’Olimpico e poi ti ritrovi sul groppone un uno-due-tre firmato Gottardi, Jugovic, Nesta ci resti male, è una bella botta. La Lazio del campionato 1998/99 era davvero forte, Cragnotti aveva acquistato Vieri, e poi c’erano giocatori come Nesta, Salas, Mihajlovic, Mancini, Nedved, Boksic, Stankovic, Almeyda, Fernando Couto, ah se me lo ricordo Couto, era un signor difensore, di quelli come non ce ne sono più. Ma era l’epoca delle sette sorelle, si parte tutte insieme, può vincere chiunque, ci sono 34 giornate e non 38 e magari anche solo con 70 punti non si sa mai.

Il può vincere chiunque diventa un ok, chiunque non siamo noi, quando alla terza giornata, dopo un buon avvio con 6 punti in due partite, Batistuta fece a pezzi Lehmann a San Siro, gli rifilò tre gol da campione assoluto – con la complicità del tedesco in tutti e tre – e mise fine alla sua carriera in maglia rossonera. Il Milan perde lucidità, diventa incapace di vincere due partite consecutive, è un mostro di incostanza, alla 10a giornata batte proprio la Lazio 1-0 con un gol di Leonardo al 92′, e la giornata seguente decide, per evitare di far illudere i tifosi, di prenderne 4 a Parma. Sembra mollare i remi in barca, invece è proprio la partita di Parma che dà una svolta, dalla 12a alla 22a il Milan trova undici risultati utili consecutivi, ma chi le guarda la Fiorentina e la Lazio, noi facciamo la corsa su noi stessi. Intanto i mesi passano, finisce l’anno dei miei 13 anni e si entra in quello dei 14, potessi fermarmi lì, dato che quello dei 15 sarà il più brutto della mia vita. C’è la scuola, ci sono le vacanze di Natale, poi di nuovo la scuola, in tutto questo la domenica al club a vedere le partite, io spesso il più giovane della sala, quello che si emozionava di più, ricordo che se il Milan non era in vantaggio di almeno due gol io non ce la facevo a vedere gli ultimi minuti, scendevo in strada, aspettavo lì che tutto finisse bene, sognando un gol al 94′ e temendo, più di ogni altra cosa al mondo, quello degli avversari all’ultimo respiro.

Esiste l’anno solare, inizia il 1 gennaio e finiamo il 31 dicembre. Esiste l’anno liturgico, quello scandito dai principali momenti religiosi, inizia dalla domenica dell’avvento, circa cinque settimane prima di Natale, e ha il suo momento più alto con la Pasqua. Esiste l’anno del tifoso, l’anno calcistico, che comincia a fine agosto e termina a fine maggio e ha una straordinaria corrispondenza col calendario scolastico, e a volte influenza la vita di un tifoso 14enne più di qualunque altro calendario.

E’ incredibile come io ricordi ancora bene molti momenti di quel campionato. Ricordo come fosse ieri il gol di N’Gotty a Bologna, ma chi era N’Gotty? Io mica lo so, ancora oggi me lo chiedo, però questo personaggio è apparso un giorno di fine gennaio a Bologna e ha segnato al 90′ una punizione che io non ho idea del perché non sia stata battuta da un altro. E poi chiudo gli occhi e vedo Abbiati e Guglielminpietro improvvisamente protagonisti, vedo un gol bellissimo di Ambrosini contro la Sampdoria, vedo Ganz, Maurizio Ganz, io finora non l’ho nominato apposta, volevo lasciarlo per il momento principe, lo vedo mentre esulta come un forsennato, quei forsennati che hanno il gol nel sangue e festeggiano per10 minuti pure per un gol brutto, sporco, a porta vuota, magari con lo stinco.

Però devo fare un po’ di ordine in tutte queste visioni. Io la Lazio non la vedo, c’è stato uno 0-0 al ritorno che non ha lasciato traccia nei miei ricordi, ma che è fondamentale come incipit di una storia nella storia, quella delle 7 vittorie consecutive che poi portano alla fine del campionato, un 2-1 contro il Parma che ora mi è completamente oscuro, ma ricordo benissimo il 5-1 a Udine e il 2-0 a Vicenza, sì che me lo ricordo bene quel gol di Leonardo a Vicenza, e il 3-2 contro la Sampdoria, il 2-0 al Delle Alpi con Boban e Weah che corrono mano nella mano nello stadio bianconero, il 4-0 all’Empoli che regala il primato, il 2-1 di Perugia con il gol di Guly e la mano di Abbiati.

Ma se io potessi riscrivere a modo mio il campionato 1998/99, allora piazzerei alla fine la partita contro la Sampdoria, che parla di una storia in cui tutto va per il meglio e poi tutto crolla rovinosamente e poi all’ultimo secondo, come nei film, accade l’inspiegabile: Ganz che tira di sinistro, Castellini che la devia in porta con la mano, la trottola di Inception che gira e io ancora qui che non so se siamo nel mondo onirico o in quello reale, e della Lazio continuo a non ricordare nulla che non sia la partita di Firenze, tutto si concentra lì, alla penultima giornata, mentre il Milan passeggia sull’Empoli a Firenze c’è Rui Costa che sbaglia un rigore che Cecchi Gori avrebbe affidato a Edmundo, ma è lo stesso 1-1, il Milan è primo, non so come sia successo, passa una settimana, mi ritrovo in una macchina, quella macchina, l’odore inconfondibile, la bandiera dei tempi di Sacchi, un senso di imbattibilità, prima che tutto cambiasse per sempre, prima del pessimo 2000 che col calcio, almeno per quanto mi riguarda, ha avuto poco a che fare, e in cui almeno per la Lazio la storia sarà diversa.

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