Il caso e la necessità. Tempo, eventi e coincidenze

(immagine presa da wikipedia.org)
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Chi fa la Storia? Fin da piccolo mi hanno detto che non si fa “con i se e con i ma”. Inutile recriminare, desiderare, sperare che sia andata in un altro modo. In conseguenza di questa prospettiva la Storia mi è sempre apparsa come un mostro che fagocita tempo ed eventi, e li restituisce poi a brandelli, tritati, ma anche, e soprattutto, definitivi. Dalla Storia non si esce. Anche se forse sarebbe meglio dire che è dal passato che non si può scappare. L’accaduto si mantiene tale, non c’è verso. E la storia è solo il nome degli eventi che diventano la pelle del tempo. Ma come si confeziona questa pelle? Come si modifica il tempo per trasformarlo in passato?

Benni Raich, grande campione austriaco tutt’ora in attività, ha gettato una Coppa del Mondo alla seconda porta di uno Slalom dove gli sarebbe bastato entrare nei dieci. A settembre dello scorso anno il norvegese Svindal si è rotto il tendine d’Achille per giocherellare a palla con i suoi compagni dopo l’allenamento sulla neve, lasciando così campo libero alla vittoria di Hirscher. Qualche stagione fa, invece, la compianta Maria Riesch ha vinto la Coppa Generale per soli tre punticini, il che vuol dire centesimi presi in qualche gara, tirati da fili che si legano alle gare di altre atlete, alla condizione degli sci, al tempo, alla neve, alla tracciatura, alla forma, psicologica e fisica, o anche solo ad una buchetta sul ghiaccio. Quante variabili potenziali potrei ancora trovare? Un numero inutilmente grande, immagino. Ma qual è allora l’elemento chiave, la pietra di volta della questione? Che cosa trasforma il tempo in eventi?

La prima cosa a cui ho pensato è l’irreversibilità. Come sapeva bene il caro vecchio Bergson, il tempo non sa far altro che mangiare e il cambiamento, che è sempre anche evoluzione, è sempre in atto. L’irreversibilità è necessaria. Trasforma il tempo in fatti, insistendo continuamente sulle variabili materiali. Dall’altra parte troviamo il caso. La fortuna non è che una casualità degli eventi, una coincidenza che trae linfa da quella insistente necessità del tempo.

Ma allora com’è che si decide un campione? O, il che è lo stesso: in che modo si forma la storia?

Ci viene fatto credere che noi abbiamo in mano la nostra sorte, che l’homo capitalisticus all’americana può fare tutto partendo da zero, che i libri di storia sono fatti dagli uomini e che Hirscher è un predestinato e la Vonn un talento innato, che Ligety sia padrone delle proprie curve e che Tina Maze sappia adattarsi ad ogni disciplina. Ma che cosa ne sappiamo noi del peso dell’uomo nei confronti del tempo?

Di certo (e per questo ringrazio Paolo De Chiesa. Vedi articolo http://www.raceskimagazine.it/CoppaDelMondo/Articolo/9254/gross-si-e-ripreso-quello-che-aveva-perso-a-sochi.html), alcune volte i risvolti storici hanno dell’ironia. Ad esempio la coppa persa da Raich fu vinta da Svindal, che oggi paga pegno lasciando una potenziale vittoria ad Hirscher, degnissimo erede austriaco proprio di quel Raich. Gross vince per due centesimini e riscatta il quarto posto di Sochi, dove perse il podio per soli 5 centesimi.

Tra il tempo e il caso sembra dunque debba posizionarsi l’uomo, il cui compito, allora, pare essere quello di solleticare le corde dell’uno e dell’altro per meglio protenderle verso di sé. Faber fortunae suae, insomma. Ma spesso la bravura non basta, e l’uomo, sicuro del proprio dominio, cade sotto i colpi del caso, oppure si erge al di sopra degli altri. Quale miglior consiglio da offrire ai pagani della fortuna? La consapevolezza che essere primi, o secondi, o terzi, o in terra doloranti, non sta tutta in noi, e che i libri, le statistiche e gli annali mentono, perché non dicono tutto il vero, ma traggono dall’accaduto i risultati oggettivi e sterili, privi di quell’adrenalina con cui quasi si cade per poi risalire e vincere la gara (Vedi Tomba: https://www.youtube.com/watch?v=U3YBjZLIDwM andate direttamente al terzo minuto).

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