FI-REN-ZE

Foto di Pedro Varela, Flickr/Wikimedia, creative commons
Foto di Pedro Varela, Flickr/Wikimedia, creative commons

Giù veloci per Viale De’ Mille che ancora non è mezzogiorno, carichi di tensione in una Firenze cristallizzata dalle aspettative, passando in rassegna tutte le volte che sarebbe dovuta andata bene, e poi invece. La nostra cinquecento metri di amarcord amarissimi che si conclude ai cancelli dell’Artemio, dove va in scena il solito rituale, la fila che in realtà sono dieci file sovrapposte, i cori contro gli stewards, chi si lamenta della tessera del tifoso lottando contro il sugo del lampredotto, vecchie signore distinte che non ci crederesti mai, ma sono lì, a fare a spinte per entrare in Curva Fiesole. Quello che succede ogni benedetta domenica che la Fiorentina gioca in casa, ma questa domenica ognuna di queste azioni è compiuta con una convinzione diversa, questa è la domenica del fervore dionisiaco, la domenica della Partita, la domenica di Fiorentina-Juventus. C’è più fervore anche nei controlli prima dei tornelli, ma non bastano a non far entrare morettone da 66 che sarebbe bello condividere con Vargas nel postpartita ma che potrebbero anche essere scimitarre, ma tant’è che funziona così la repressione da questa parte di mondo, e ci si adegua. S’entra che accorre subito il ragazzo della curva colla scatola delle offerte per la coreografia, e vedi gente che non darebbe dieci centesimi nemmeno all’ultimo dei barboni tirare fuori il portafoglio in tutta fretta per contribuire economicamente alla grande impresa collettiva che va in scena ad ogni Fiorentina-Juventus, quel tripudio di bandierine colorate che dura due minuti ma resta dentro per la vita. Nonostante manchino più di due ore all’inizio della partita non si trova posto che sulle scalette, davanti nessun seggiolino a far resistenza nell’eventualità di una spinta dalle retrovie, ma si dice che tanto succede solo se segniamo, e figurati se segniamo a questi, che se per caso ne facciamo uno è già un mezzo miracolo: quando la vita ti ha dato sempre limoni, inizi a fartici la bocca prima, per rimanerci meno male quando sentirai l’amaro. L’attesa sembra infinita, la Curva si popola fino a diventare una distesa omogenea di uomini in trance, soprattutto quarantacinquenni in fuga dalle mogli per un pomeriggio che rollano con sapienza canne sottilissime e adolescenti bramosi di scalare in fretta le gerarchie del tifo organizzato. Potrebbero essere passati interi mesi a sfogliare i programmi della partita, ma alla fine arriva l’inno, scattano in aria le bandierine, la coreografia è fatta, se viene bene almeno questa vittoria l’abbiamo ottenuta, e poi scopriremo che sì, è venuta bene, ma anche che non sarà stata l’unica vittoria ottenuta. La partita è di quelle brutte, il gioco è fermo, loro creano poco e noi ancora meno, Cuadrado che corre a vuoto come un animale ferito, intorno a noi facce che sembrano aver già capito tutto di come finirà questa giornata. Poi Gonzalo stende Tevez in area, il rigore è sacrosanto ma nessuno l’ha visto perché la concentrazione era tutta su una rissa appena scoppiata al centro degli spalti, serpeggia la voce di chi ha sentito dire a telefono da un fedele al divano che il rigore non c’era, e in Curva c’è sempre uno che è a telefono con un fedele al divano che gli dice che il rigore non c’era, e allora, in mancanza del replay uno poi ci crede anche, che anche stavolta più che il destino, e la sfiga, e il gioco ci si è messo l’arbitro. Nessuno, ma proprio nessuno, si aspetta la parata di Neto, che infatti non avviene, ed è 0-1, ed è Tevez che omaggia, perché da argentino non può dileggiare, Gabriel Omar Batistuta sotto la Sua curva, ma se ne accorgono in pochissimi mentre tutti stanno guardando al cielo sperando di riuscire a pareggiarla prima o poi. L’emotività bastarda che ci frega sempre incombe anche stavolta, e nel giro di pochi minuti ecco che una goffa scivolata di Cuadrado e una delle solite uscite di Neto regalano a Pogba il 2-0 e la possibilità di imitare il gesto che ha visto fare a Tevez, molto probabilmente senza conoscerne il significato. Stavolta se ne accorgono tutti, e mentre scoppia il delirio la tristezza mi assale perché realizzo che quello che sarà probabilmente uno dei centrocampisti più forti del secolo si è appena giocato la possibilità di venire a Firenze anche solo per chiudere la carriera a 43 anni su una gamba sola, e quanto mi sarebbe piaciuto tifare anche per lui prima o poi. Finisce il primo tempo e si concorda tutti, ma proprio tutti, su un fatto: la partita è andata, il campionato è andato, anche la curva è andata con quella stupida rissa, speriamo di difenderci il più possibile e di tenere duro sullo 0-2, che poi finisce come due anni fa, la sera dello 0-5, del gol di Padoin, dell’umiliazione di una vita, e l’inizio del secondo tempo non fa che farci sperare ancor di più che finisca presto, chiudete tutto, torniamo a casa ad aggiornare il nostro catalogo di volte che sarebbe potuta andare bene, e poi invece. E poi invece Neto salva il risultato in almeno due occasioni, creando le condizioni psicologiche per il quarto d’ora più assurdo delle nostre vite: Mati Fernandez, l’eterno incompiuto, riesce a ottenere un rigore che l’uomo-venuto-da-lontano non sbaglia, e che non può sbagliare che alla sfiga e al destino abbiamo già dato abbastanza, poi l’uomo-venuto-da-lontano si gira e tira quando nessun altro si sarebbe sognato di farlo, un capolavoro tutta tecnica e Alena Seredova, infine Joaquin, candidato naturale al titolo di meteora dell’anno, che raccoglie una caramella di Borja Valero, la scarta e la butta dentro. Ci ritroviamo file più sotto, incastrati tra gambe e braccia, una valanga urlante che sembra essersi risvegliata da un incubo lunghissimo e che riapre gli occhi, distesa su spalti sudici e su altri corpi, e trema tutto, tremano le scale elicoidali patrimonio culturale, trema Antonio Conte, forse chissà se dietro di noi non tremi pure Fiesole. Qualche istante dopo, perché ormai il tempo si è fermato e tutto lo stadio è passato in una dimensione parallela dove si rivive all’infinito il gol di Joaquin Sanchez da El Puerto de Santa Maria, Cuadrado parte dalla difesa palla al piede che sembra uno scherzo che si ritrovi con la palla al piede e non con un testimone da passare all’indietro in mano, la passa all’uomo-venuto-da-lontano-, che non sbaglia nemmeno stavolta, chissà se sbaglia mai questo, questo ambasciatore nel mondo della bellezza del calcio chiamato Giuseppe Rossi e numerato 49. La Curva reagisce al 4-2 in modo diverso rispetto a qualsiasi altro gol della storia, si urla poco, ci si agita ancora meno, intorno a noi quasi soltanto gente in ginocchio e testa tra le mani: sia i ragazzini che i veterani si sono fermati, lacrime agli occhi e sulle guance barbute incantati dalla perfezione di un momento che non tornerà mai più.
Per risvegliarci serve un coro, serve IL coro per LA partita, e allora parte, serpeggiando per tutto lo stadio un “ooo” prolungato e modulato, che l’abbiamo cantato tante volte per spingere la squadra anche in serate orrende come il 2-2 col Novara delle botte di Delio a Ljajic, che ci descrive meglio di qualsiasi altra cosa, che è semplice, ma essenziale. Alla fine di quell’ ”ooo” parte, roboando, una mitragliata di tre sillabe, FI-REN-ZE, che esce così armoniosa, così forte, così completa da far pensare che forse non eravamo solo noi a cantarla, che forse c’erano anche gli avi scomparsi che contrassero questa bellissima malattia decine di anni fa e hanno iniziato a trasmetterla, che forse c’era anche il Ciuffi, e forse c’era anche Valter, e forse pure Borgo. E in quel FI-REN-ZE c’è tutto, l’orgoglio di un popolo nato ferito, la consapevolezza che come forse solo a Napoli la squadra è nient’altro che la diretta espressione, la raffigurazione in undici maglie e pantaloncini di una città intera. In quel FI-REN-ZE ci siamo sentiti parte di un tutto come mai prima d’allora, in quel FI-REN-ZE eravamo pronti per il socialismo reale.
Poi, tornato a casa vedo un video: un signore, avrà avuto ottant’anni, mette una scala in mezzo alla strada, con le macchine che sfrecciano intorno, e sale in cima per sventolare una bandiera viola. E allora sono stato davvero felice.

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