Maledetto Destino – La storia di Sebastian Deisler

Si sente sempre dire che nello sport contano solo allenamenti e sacrifici: chiunque, con tanta, tantissima buona volontà, può diventare un fenomeno.
Se anche a voi hanno inculcato in testa queste convinzioni in tenera età, sappiate che si sbagliavano: il talento conta, eccome. Che consista nel calciare punizioni come fossero rigori, nel segnare con ogni parte del corpo, nell’avere un senso dell’anticipo straordinario o nel recuperare valanghe di palloni – da smistare poi con piedi morfologicamente simili a tombini, non c’entra: il talento è talento. Se poi questo talento è corroborato da una determinazione e da uno spirito di sacrificio inusuali, allora avrete la certezza che riuscirete a sfondare perché sì, anche se siete fenomeni, non significa che non dobbiate allenarvi (vero Recoba?). E il ragazzo – perché in fondo ha solo 34 anni – di cui parliamo oggi di talento ne aveva, ne aveva da vendere. Visione di gioco, tocco di palla celestiale, piede a dir poco fatato, e anche una sana dose di carisma, ma di quello che ti permette di giocare divertendoti, e non di vivere ogni partita come se fosse la finale di Coppa del Mondo. Ve lo ricordate Sebastian Deisler?

Nasce in una piccola cittadina della Germania meridionale il 5 gennaio 1980, un giorno prima dell’italica Befana, da cui prenderà però solo il naso prominente: sì, perché se la vecchia si aggirava di notte con le scarpe tutte rotte, Basti si aggira per i campi da calcio della sua zona, e fa già vedere di essere uno di quei talenti che passano una volta ogni 20 anni. A soli 15 passa nella squadra più temuta da Salvatore Bagni e dai telecronisti il cui idioma deriva dal latino, quel Borussia Monchengladbach (l’ho scritto senza fare copia/incolla, GIURO!) che ricorda una notte di Coppa degli anni ’70, storia di bianco e nero, tifo caldissimo e monetine. Se già mentre giocava nelle giovanili aveva attirato le mire degli scout di mezzo Paese, con l’esordio in Bundesliga del 1998 suffraga ogni dubbio, e scatena un giochetto tipicamente italico, in cui si credeva difficile cascassero i pragmatici e serissimi teutonici: viene paragonato ad un grande del passato, uno di quei totem che sembravano intoccabili. I più timidi hanno provato a tirare fuori i nomi di Matthaus, Littbarski e Magath, ma qualcuno proprio per la sua dote principale – la visione di gioco – ha osato nominare l’innominabile, il capitano dei capitani, l’unico difensore in grado di vincere 2 Palloni d’Oro, il simbolo di una Germania fiera e mai doma per aver giocato el partido del siglo con una spalla lussata (e conseguente braccio fasciato al petto), sì proprio lui: Franz Beckenbauer.

Però questa è la storia di un ragazzo forte, carismatico, uno che sembra farsi scivolare addosso tutto, prendendo il calcio per ciò che è: un gioco estremamente divertente, che per pochi fortunati rappresenta anche una fonte di reddito. Suvvia, lasciamolo giocare questo 18enne che sembra avere sempre la palla attaccata al piede, fin troppo fantasioso per sembrare tedesco. Al primo anno da pro si comporta molto bene, mettendo a referto 1 rete in 17 ottime presenze, e venendo prontamente venduto all’Hertha Berlino per 4,5 milioni di marchi; nella capitale arriva carico di speranze e di aspettative – un hype tale che in Germania non si era visto mai -, desideroso egli stesso di mostrare tutto il suo talento e, soprattutto, di aver prontamente recuperato un brutto infortunio al ginocchio subito sul finire di stagione. Una bella botta a 19 anni, all’alba di una fulgida carriera, ma il ragazzo è determinato, ha voglia, e lo supera brillantemente.

Tempo un anno e – dopo l’esordio in Champions League – entra nel giro della Nazionale e partecipa agli Europei del 2000: gioca tutte e 3 le gare del girone, ma la Germania viene incredibilmente eliminata già alla prima fase, oltretutto con un secco 3-0 dal Portogallo nell’ultima gara, con tripletta di Sergio Conceiçao. Non c’è da stupirsi se quella manifestazione rappresenti una tragedia quasi a livelli del Maracanzo per il calcio tedesco, che da lì trasse le forze per azzerare e ripartire.
Deisler si mette in mostra come uno dei giovani più interessanti d’Europa, sicuramente il miglior prospetto per la Germania, e torna alla Die Alte Dame (soprannome dell’Hertha in patria) con la conferma che il suo futuro è già scritto, altri 2-3 anni a farsi le ossa e poi il passaggio in una grande, che in Germania nel 99% dei casi si traduce in Bayern Monaco. E andrà proprio così, ad ulteriore dimostrazione che il suo destino è davvero già segnato. Peccato che quei segni ben presto finiranno da altre parti.

Nelle due stagioni successiva la sua carriera vive una climax che manco gli Stilnovisti del ‘300, e a 22 anni, alle soglie del Mondiale di Giappone&Corea, è ufficialmente il giocatore attorno a cui la Germania conta di costruire la Nazionale del futuro. In Asia non avrà la maglia n° 10 perché comunque ci sono delle gerarchie da rispettare, e i tedeschi su questo non scherzano, ma dopo Michael Ballackgiocatore tedesco dell’anno nel 2002 e fresco finalista di Champions – la stella della Mannschaft è lui.

Ma quello è un anno nato sotto una stella bastarda, sorprende quasi che non sia bisestile da quante sfighe porta: Santiago Canizares, eclettico portiere del Valencia, è pronto – finalmente a prendersi la porta della Spagna, ma gli cade una bomboletta di dopobarba su un piede, sfasciandoglielo; al Puma Emerson va anche peggio, perché pensa bene di fare il portiere durante una partitella d’arredamento, rompendosi una spalla: morale, mondiale saltato e addio Coppa. Purtroppo anche il nostro protagonista entra a far parte di questo club, lacerandosi la membrana sinoviale durante un’amichevole di maggio: ricordo ancora quanto mi dispiacque quando sentii la notizia 12 anni fa, perché avevo iniziato ad interessarmi a questo calciatore, e volevo studiarlo in prospettiva dei nuovi acquisti per FIFA 2002.

Qui la forza di nervi di Bati inizia a vacillare: ok la giovane età, ok tutto il futuro ancora davanti, ma due infortuni così seri sono pur sempre gravi, e non sai mai se quando tornerai a calcare quel manto d’erba con scarpe tacchettate sarai lo stesso di quando da quel campo ci uscivi sopra di una barella. Stavolta la cosa è molto più seria, dolorosa e grave del previsto: il recupero si protrae a lungo, e il suo esordio nel Bayern (cui era stato ceduto prima dell’infortunio) deve attendere molto.

La prima stagione bavarese dimentichiamola, nella seconda inizia già a riprendersi, nella terza torna finalmente il portento di inizio Millennio. A 26 anni, al suo quarto anno in Baviera, e con la prospettiva del Mondiale casalingo da disputare in estate, si trova nelle condizioni migliori per tornare a dipingere calcio come sa fare. Ma cosa potete farci se il destino sembra accanirsi contro di voi? A marzo 2006 si scontra duramente con il compagno Hargreaves, i primi esami parlano di distorsione, ma accertamenti più approfonditi danno l’esito che schianta definitivamente al suolo l’ex pupillo asburgico: rottura dei legamenti del ginocchio destro, sempre lo stesso. E’ la quinta operazione in 8 anni di professionismo, ormai le ginocchia hanno visto più sale operatorie che tacchetti avversari, e il carisma, la determinazione, la grinta che lo avevano contraddistinto a inizio carriera sono scomparse, svanite: al posto loro è sopraggiunta una forte depressione, quel male silenzioso ma implacabile, che ti lavora la mente ai fianchi, portandoti sempre più giù con lei. Ne soffre così tanto che tra il 2003 e il 2004 si fa anche richiudere in clinica per un breve periodo, ma poi la guarigione e il figlio avuto dalla compagna gli restituiscono gioia e voglia di vivere.

Quella del 2006 è una dura botta, stavolta sarà dura rialzarsi, ma Bati sorprende ancora tutti e ce la fa: dopo un’estate passata col fisioterapista che manco Ronaldo ai tempi d’oro, torna in campo, giocando anche 10 minuti contro l’Inter nell’esordio stagionale in Champions. In autunno trascina i suoi in un’importante vittoria contro l’Amburgo e, sebbene non sia più il prezioso diamante della grezza pietra che era, è comunque un signor giocatore, qualitativamente ben superiore alla media.

A inizio 2007 compie 27 anni, l’età che rappresenta l’inizio dell’apice della carriera di un calciatore, e che per Bati può significare finalmente l’inizio di un’ottima carriera, normale, tranquilla. Pochi giorni dopo il suo compleanno convoca una conferenza stampa, e a sorpresa getta la bomba: “Non ho più fiducia nel mio ginocchio, è stato un calvario… non gioco più con allegria e non posso fare le cose a metà, è una cosa che non fa bene a nessuno”. Come tanti altri prima di lui (Van Basten e Overmars su tutti), Deisler decide di appendere prematuramente le scarpe al chiodo, probabilmente stanco delle sue ginocchia, stanco di vedere più medici e fisioterapisti che amici, stanco di vedere più cliniche e palestre che campi da gioco, stanco di non riuscire a far andare la sua vita nello stesso modo in cui riesce a mettere il pallone sul piede di un compagno da 40 metri.

Questa non è una delle tante storie ideali per Sliding Doors, è solo la carriera di un giovane fenomeno che è purtroppo diventato un melanconico campione, a soli 27 anni.

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