Il bivio – Cosa sarebbe successo se il Valencia di Cuper…

Siamo degli inguaribili romantici, riusciamo a commuoverci per un tiro al volo eseguito con perfetta coordinazione, e amiamo ricordare eventi, giocatori, squadre e partite: ciò che è accaduto nel passato più recente ci sembra già remoto, e non stupitevi se a breve usciremo con un articolo sul Catania del magico tridente Spinesi-Corona-Mascara.

Scherzi a parte, oggi siamo qui per celebrare un’altra meravigliosa formazione, capace di segnare le nostre memorie pre-adolescenziali alla pari del Leeds United – tra l’altro si incontrarono nello stesso periodo storico – e capace, sempre alla pari del Leeds, di non vincere nulla. Nel biennio 1999-2001 tutta l’Europa calcistica si innamorò del Valencia, squadra giovane e divertente, allenata dall’Hombre Vertical, quell’Hector Cuper che dovrà prima passare in Italia per essere ufficialmente consegnato alla storia con l’etichetta di perdente. Gli Xotos (appellativo della squadra) non sono propriamente una delle squadre più vincenti della penisola iberica: all’epoca a cui ci riferiamo, hanno appena vinto una Coppa di Spagna e la seguente Supercoppa, ma per risalire all’ultimo trofeo vinto bisogna tornare indietro di almeno 20 anni (sempre Copa del Rey era), mentre l’ultimo campionato risale addirittura 1970/71. E questo background storico è proprio l’habitat naturale che ci vuole: come in ogni favola che si rispetti, nessuno più dello sfigato, dell’inetto è adatto ad assumere il ruolo di eroe e protagonista principale. Ma, visto l’esito della nostra storia, sarebbe più il caso di usare il termine anti-eroe: sempre per rimanere nel contesto iberico, il Valencia può essere paragonato più a Don Chisciotte che non al Cid Campeador.

Fonte: odstatic.com
Fonte: odstatic.com

Ma non divaghiamo, abbiamo deciso di raccontarvi una storia di calcio, e questo faremo. Essendo allenata da uno degli allenatori più integralisti che il futbol ricordi, quella squadra non poteva che scendere in campo col più puro dei 4-4-2: a difendere i pali c’era quel pazzo di Santiago Canizares, fatto presto fuori dal Real per la troppa esuberanza, e che salterà i Mondiali del 2002 (era titolare) perché nel ritiro pre Corea e Giappone una bottiglietta di dopobarba gli è caduta sul piede rompendogli un tendine; in difesa troviamo Djukic e l’ex interista Angloma sulle fasce, e al centro il capitano Amedeo Carboni e Pellegrino, due centrali messi bene fisicamente e straordinari nell’anticipo; a centrocampo abbiamo due esterni indiavolati come Mendieta e Kily Gonzalez, e due centrali perfettamente complementari come il roccioso Farinos e il leggiadro Gerard; in attacco troviamo Angulo, il Recoba spagnolo, e Claudio El Piojo Lopez, straordinariamente potente e letale.

15 anni fa erano tutti semi-sconosciuti, ma il tempo trascorso ha fatto sì che adesso assomiglino ad una squadra di assoluti fenomeni. In Liga il Valencia partì bene, ma quello era l’anno di una squadra che ha tatticamente infranto diversi cuori, ossia il magico Deportivo La Coruna di Mauro Silva, Djalminha, Tristan, Valeron e Makaay: la squadra di Cuper dovette accontentarsi del 3° posto, che sarebbe stato 2° se il Barça non avesse avuto una differenza reti migliore. Ma in quel biennio la Comunidad Valenciana calcistica non voleva imporsi all’attenzione nazionale: decise di scavalcare i Pirenei e di arrivare sino alla fredda e dura Scozia, grazie ad uno straordinario (e anche qui troviamo un’assonanza col Leeds) percorso in Champions.

Dall’autunno 1999 in poi, i valenciani fecero leva sul fattore “sconosciuto” per stupire gli avversari: nessuno li conosceva al di fuori del confine nazionale (forse solo Claudio Lopez e Canizares), pertanto molti sfidanti hanno fatto il classico errore di sottovalutarli. E gli uomini di Cuper hanno stupito con la loro straordinaria intensità fisica (facendo sorgere sospetti sulle libertine leggi spagnole in materia di doping ben prima del Barcellona di Guardiola), il gioco spettacolare e veloce, e la meravigliosa sintonia di squadra. Una difesa solida, capitanata dal nostro connazionale Carboni, aveva diverse opzioni a disposizione una volta recuperato il pallone: far avviare il gioco dalla mediana, per puntare rapidamente al cuore dell’area, oppure lanciare gli esterni in fascia, sfruttando la velocità e l’educazione del piede di Mendieta e Kily, che a loro volta potevano metterla in mezzo per El Piojo – letale come pochi negli ultimi 16 metri – o scaricare indietro agli accorrenti Gerard e Farinos, in grado di far male anche da distante.

Nella prima stagione presa in esame, il 1999/00, Carboni&Co. si sono qualificati facilmente alla prima fase a gironi, superando agevolmente l’Hapoel con un complessivo 4-0; il primo girone, composto da Bayern Monaco, Rangers Glasgow e PSV, sembrava proiettare il terzo posto (con retrocessione in Coppa Uefa) come obiettivo più alla portata: e invece gli spagnoli stupirono tutti, passando addirittura come primi, senza mai perdere (doppio pareggio coi tedeschi). Nella seconda fase soffrirono leggermente di più, e si qualificarono come secondi dietro al Manchester United, eliminando Fiorentina e Bordeaux. E dai quarti inizia la parte più rosea di questa favola: la Lazio (altro trait d’union col Leeds) è stata schiantata con un perentorio 5-2 al Mestalla (ininfluente l’1-0 al ritorno); in semifinale ci fu il derby col Barcellona (3 spagnole tra le prime 4 squadre d’Europa), ed anche lì i bianchi sorpresero tutti: 4-1 nella gara d’andata contro i blaugrana, che non erano ancora quelli di Messi, Xavi e Neymar, ma avevano comunque mostri sacri come Rivaldo, Kluivert, Figo e Luis Enrique. Anche qui, inutile la vittoria catalana (2-1) nel ritorno.

Dopo 9 mesi dai contorni fluidi e fugaci come un sogno fatto in presa all’LSD, la squadra più outsider di tutte si trova incredibilmente in finale: davanti ha il Real, doppiamente temibile essendo la squadra che ha vinto più Coppe, ma chiunque ha imparato (troppo tardi) a non sottovalutare la garra e gli huevos degli uomini di Cuper. In realtà non ci fu storia, e a Parigi furono gli uomini di Del Bosque ad alzare l’ottava Champions della loro storia (3-0 firmato da Raul, McManaman e Morientes).

L’onirismo rischiava di spezzarsi sul più bello, soprattutto perché nell’estate successiva vennero ceduti 3 pedine fondamentali: Gerard, il miglior prospetto della squadra, finì ai rivali del Barça per una cifra vicina ai 50 miliardi, Farinos e Claudio Lopez si trasferirono invece in Italia, rispettivamente all’Inter (dopo un infuocato derby di mercato col Milan) e alla Lazio, per una somma complessiva che superava i 70 miliardi. Con quei soldi vennero acquistati John Carew, Ruben Baraja, Zlatko Zahovic e Pablo Aimar (ennesimo nuovo Maradona che ha deluso ogni aspettativa), e Cuper provò da subito a ricostruire l’incantesimo dell’anno precedente.
Passati comodamente i preliminari contro l’Innsbruck, il Valencia vinse nuovamente il primo girone (contro Lione, Olympiakos e Heerenveen) e stavolta andò meglio pure nel secondo: primo posto grazie alla differenza reti, che penalizzò il Manchester United (ancora loro), davanti a Sturm Graz e Panathinaikos. La fase finale, stavolta, comincia peggio: sconfitta per 2-1 ad Highbury contro l’Arsenal, ma al ritorno basta la rete casalinga di Carew per passare grazie alla controversa regola del gol fuori casa; in semifinale è il turno di un’altra inglese, quel Leeds United fin qui tanto declamato, ma dopo un tiratissimo 0-0 ad Elland Road, la doppietta di Sanchez e il gol di Mendieta permettono di accedere, per il secondo anno di fila, alla finale (disputata a San Siro).
E qui il Valencia si trova davanti un altro mostro sacro, il Bayern Monaco allenato da Hitzfeld e costellato da campioni come Kahn, Kuffour, Lizarazu, Effenberg, Salihamidzic e Jancker. Ma nonostante il blasone e il granitico pragmatismo dei bavaresi, al 3′ le cose si mettono già in discesa: Mendieta viene atterrato con ogni mezzo in area, e trasforma il rigore dell’1-0. Si dice che segnare presto sia positivo, perché mette la partita a tuo favore, ma 5 anni dopo ci penserà il Milan a sfatare per sempre questo mito. Al 5′ della ripresa arriva infatti il pareggio, sempre su rigore: Angloma mette la gamba su Effenberg, che un po’ cade un po’ si butta, e poi trasforma dagli 11 metri. La gara si protrae sull’1-1 fino alla fine, e nemmeno i supplementari bastano a decretare il vincitore.
Tocca alla lotteria dei rigori, il metodo più odiato dai tifosi di tutto il mondo, che non sopportano l’apnea (relativamente breve) a cui ti costringe questa tortura. Anche qui, tutto sembra girare a favore degli spagnoli, che hanno un conto aperto col destino dall’anno precedente: comincia il Bayern, ma Paulo Sergio si dimostra un precursore dei vari Guarin e Alvaro Pereira, e prova ad abbattere un piccione nel terzo anello; lo specialista Mendieta non sbaglia, 1-0 per il Valencia.

Poi si va sul 2-2, e al terzo rigore arriva la prima crepa: Zahovic (considerato il miglior calciatore della storia slovena) se lo fa parare dal mefistofelico – erano anni che sognavo di scrivere questo aggettivo – Kahn, ma il favore viene restituito da Andersson, che subito dopo tira tra le braccia di Canizares. Nulla è perduto, e tocca al capitano Carboni allontanare definitivamente i fantasmi: da buon capitano, sceglie la botta di potenza, la precisione in certi casi va a farsi allegramente…un giro. Ma il destino ha deciso che non ne ha ancora abbastanza, e così l’italiano prende in pieno la parte bassa della traversa, con la palla che scende perpendicolarmente sulla linea. Oltre al danno, la beffa.

E’ il segno che la ruota della fortuna ha grippato anche a ‘sto giro, e mentre i tedeschi continuano a segnare, sarà l’altro baluardo difensivo a scrivere la parola fine sul sogno lungo 2 anni di questa divertente ma triste squadra spagnola: palla angolata ma a mezza altezza, Kahn che respinge allungandosi, e scatta poi verso i compagni, che inizialmente pensano ad una punizione corporale.
Esattamente come per il Leeds, siamo di fronte all’ennesimo miracolo che sarebbe potuto accadere, ma così non è stato; esattamente come il Leeds, la squadra verrà smantellata quasi nell’immediato (Mendieta passò alla Lazio per 90 miliardi dell’epoca!), e nessuno (escluso solo Claudio Lopez) riuscirà a ripetere le gesta compiute sulla costa valenciana. Non parliamo poi di Gerard, che sembrava dover divenire il futuro del calcio spagnolo d’inizio millennio, e che invece si perse tra infortuni e attacchi di panico al Camp Nou. Tra qualche anno troverete tutti i protagonisti di questa storia seduti su di un bar lungo l’infinito lungomare di Valencia, verso l’ora del tramonto, con un drink leggero in mano, e lo sguardo triste ma vivo, a scrutare il Mediteranneo, ripensando a ciò che sarebbe potuto essere, ma che purtroppo non è stato…

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