Apologia di Muntari

Come diceva Nick Hornby nella sua masterpiece riferendosi allo sciagurato Gus Caesar, quando osserviamo un calciatore inequivocabilmente scarso aggirarsi per un campo da calcio, dobbiamo sempre pensare che lui fa comunque parte di una ristretta cerchia di privilegiati. E’ il classico uno che ce l’ha fatta tra mille, per talento, dedizione, determinazione e, perché no, anche una giusta dose di fortuna.
Sulley Ali Muntari fa sicuramente parte di questo oligarchico gruppo, pertanto non dovremmo lamentarci quando vediamo i suoi piedi di ghisa correre per il campo: piuttosto dovremmo pensare che ci è andata bene, perché sarebbe potuto andare persino peggio. Se ci è riuscito lui, figurateci quelli che hanno fallito quanto orrendi debbano essere nel giuoco del calcio.

Ripercorrendo brevemente la più che dignitosa carriera del 30enne milanista, lo vediamo arrivare giovanissimo in Italia: a 18 anni viene scoperto – manco a dirlo – dall’infallibile fiuto degli osservatori dell’Udinese (che raramente si sbagliano) e rimane in Friuli per 5 anni, dove si mette in mostra come mediano di corsa instancabile, ottimo sradicapalloni, che però ha qualche problemino a livello caratteriale: nelle 5 stagioni in bianconero raccoglie la bellezza di 39 ammonizioni e 6 espulsioni, di cui 4 per rosso diretto. Non si capisce se sia un giocatore cattivo, o semplicemente troppo irruento e incapace di calcolare bene i tempi dei tackle. Schierarlo titolare diventa elettrizzante come giocare alla roulette russa, perché non sai mai se terminerà la partita regolarmente, o se preferirà andare a lavarsi prima del tempo, onde evitare anche mortificanti imbarazzi ai compagni di squadra. Tuttavia si fa apprezzare anche per il vizio del gol, soprattutto con tiri potenti da fuori: per la precisione, meglio guardare altrove.

Nell’estate del 2007 arriva il salto di qualità, non tanto per il club, quanto per il contesto: diventa l’acquisto più caro nella storia del Portsmouth (7 milioni di sterline), e al primo anno in Inghilterra vince l’FA Cup, trofeo che per club di seconda fascia vale quasi più della Premier. Tuttavia la sua durata coi Pompey dura appena 9 mesi, perché a luglio torna immediatamente in Italia: per 14 milioni di euro (ottima plusvalenza per gli inglesi) viene acquistato dalla prima Inter di Mourinho, che ripiega su di lui vista l’impossibilità di arrivare ai pupilli Deco e Lampard. Un po’ come inseguire per due mesi Di Maria e Iniesta, e poi accontentarsi di Gattuso (con tutto il rispetto).

In nerazzurro parte benissimo, segnando il gol del vantaggio nella vittoria della Supercoppa Italiana contro la Roma, ma in generale è l’intera prima annata in nerazzurro ad essere positiva. Decide persino un Inter-Juve siglando l’unica rete della partita, in un modo che va raccontato: la palla gli arriva ad una distanza di circa 50 cm dalla linea di porta, con Manninger completamente spiazzato sul palo opposto, eppure il ghanese – mancino naturale – anziché sfanculare la forma e colpire la palla con qualsiasi parte in grado di spingerla oltre la linea, si incaponisce per colpirla col sinistro, tracciando un diagonale che va a infilarsi proprio sul palo del portiere.

Al secondo anno a Milano trova meno spazio, visti gli arrivi di Thiago Motta e Sneijder, qualitativamente di un altro pianeta, e qui entra in gioco il gemello psycho di Sulley (perché Muntari pare che sia il nome): memorabile quel Catania-Inter terminato 3-1, dove la gara del ghanese dura circa 70”, tra l’ingresso in campo e la seconda ammonizione. Tuttavia, e qui arriviamo al parossismo della sua carriera, riuscirà ad essere in campo persino nella finale di Madrid, che consegna uno storico triplete all’Inter. Sì, anche Sulley Muntari può dire di averlo vinto.

Sono passati 8 anni dal suo arrivo in Italia, il nostro conta ormai 27 primavere, e la sua carriera – sviluppatasi finora come il migliore dei climax della poesia rinascimentale – sembra giunta finalmente ad una fase di stallo, irrimediabilmente seguita dal declino che si prospetta per chiunque abbia raccolto più di quanto meritato. A gennaio 2011, essendo fuori dagli schemi di Benitez prima e Leonardo poi, viene prestato al Sunderland, non proprio il più ambizioso dei club inglesi.

Dopo una manciata di presenze e una rete (ancora una volta fortunosa) torna all’Inter, scende in campo altre 4 volte con la maglia nerazzurra, ma ancora una volta riesce a reinventarsi, e riesce a strappare l’ennesimo contratto super-esoso: nella sessione invernale del 2012 passa dall’altra parte del Naviglio, in quel Milan che alla programmazione e alla pazienza nel crescere un vivaio tra i più interessanti dell’ultimo lustro preferisce la velocità di puntare su campioni (o presunti tali) affermati, possibilmente a parametro zero.

Il gol di Muntari (fonte: sport.sky.it)
Il gol di Muntari (fonte: sport.sky.it)

In rossonero Muntari percepisce 3 milioni annui, roba che i dirigenti milanisti potrebbero impugnare il contratto come prova di circonvenzione d’incapace: da 3 anni continua ad alternare prestazioni degne di nota (è comunque uno dei migliori in campo in quel Milan-Juve passato già alla storia per il suo gol annulato) a partite che persino nella terza categoria bulgara sarebbero bollate come “nefande”. Con Allegri trova un padre putativo come mai gli era successo prima, e viene sistematicamente schierato titolare, pure se zoppo e con 7 contratture muscolari. Parafrasando il mitico Darko Pancev: “Voi fischiate, io guida Ferrari”.

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