Noi non supereremo mai questa fase – Il Leeds United 2000/01

Se vi siete innamorati della Premier League per l’atmosfera unica negli stadi, per la storia che trasudano le trib…pardon, gli stand di alcuni tra gli stadi più belli al mondo, per le maglie dai colori sgargianti, ma soprattutto per le giocate di campioni come Rooney, Henry, Scholes, Drogba, Giggs, Gerrard, Cristiano Ronaldo, e chi più ne ha più ne metta, benissimo, siamo come voi.

Ma dovete sapere che, ben prima di questo decennio, la Premier League (specie in Europa) non era solo United, City, Arsenal, Liverpool e Chelsea, e che noi figli del calcio moderno dobbiamo solo che ringraziare le tv a pagamento, che permettono al calcio d’Albione d’invadere ogni weekend le nostre vite, ingrigite dalla Serie A.

Cloughie (fonte: pianetanapoli.it)
Cloughie (fonte: pianetanapoli.it)

No, una volta il calcio d’Oltremanica era in grado di far sognare ancor più di adesso, perchè le uniche occasioni in cui un tifoso italiano poteva vedere le squadre inglesi erano le Coppe europee, quando la Coppa Uefa e persino la Coppa delle Fiere avevano un fascino e un blasone cui l’Europa League non potrà mai ambire. Erano i magici anni Settanta, quelli dominati dal Liverpool di Bob Paisley, in cui persino due squadre di medio livello come Aston Villa e Nottingham Forrest (quest’ultima meriterebbe un pezzo a parte solo per l’allenatore, quel mostro sacro di Brian Clough) poterono ergersi sul tetto d’Europa. Prima della riforma di metà anni Novanta, che allargò la Coppa dei Campioni anche a chi campione non era, prima della rivoluzione portata dalle tv, questo torneo era circondato da un’aura di fascino irresistibile, in grado di dare un altro sapore a giornate neutre come il martedì e il mercoledì.
E proprio a questa competizione è legata forse l’ultima vera favola vissuta da una squadra inglese, una diversa dalle 5 sopra citate, che da anni ormai si spartiscono i 4 posti disponibili in Champions: questa è la storia del Leeds United e della sua straordinaria cavalcata vissuta nella stagione 2000/01. David Peace ha costruito il suo capolavoro sui 44 giorni di Clough alla guida del maledetto United, ma cosa si potrebbe dire su di un’intera stagione?
L’anno precedente i Whites provenienti dal nord (una zona non propriamente ricca e felice) erano arrivati terzi alle spalle dell’altro United del nord (il Manchester) e dell’Arsenal: la squadra si era finalmente ripresa dall’addio di Cantona, con cui arrivò il terzo (e sin qui ultimo) titolo in campionato, e tornava finalmente a giocare nell’Europa che conta.

Fonte: redandwhitekop.com
Fonte: redandwhitekop.com

14 anni fa anch’io, come probabilmente aveva fatto mio padre 30 anni prima, mi avvicinavo ai Padri fondatori del football grazie alle Coppe, e fu così che m’innamorai subito di quello squadrone drappeggiato di bianco, che sembrava ispirarsi proprio agli anni ’70, quando – allenati da Don Revie – si imposero come una delle squadre più forti e cattive, archetipo del tipico gioco all’inglese: palla lunga e pedalare, senza disdegnare sane mazzate in mezzo al campo. Per quest’ultimo punto, la formazione allenata da David O’Leary (la versione gunner di Paolo Maldini) non raggiungeva i livelli di Bremner&Co. – ai limiti del sadismo – ma è noto che gli inglesi non rinunciano ad un po’ di gioco duro.

In porta c’era il veterano Nigel Martyn, portiere normalissimo che però, rispetto a Calamity James, sembrava un fenomeno; il capitano era il difensore centrale Radebe, affiancato da un giovanissimo Rio Ferdinand e dall’altro giovane, quel Jonathan Woodgate che verrà acquistato dal Real Madrid per 16 milioni di sterline, ma che non giocherà mai ai livelli d’inizio carriera; il terzino sinistro è una delle 3 principali bocche di fuoco della squadra, l’irlandese Ian Harte, dotato di un sinistro guerrafondaio, che lo rendeva molto pericoloso (ed efficace) su punizione. A centrocampo le fasce erano coperte da Batty e da Harry Kewell, con l’australiano che dovette adattarsi a giocare esterno per la sovrabbondanza di attaccanti e per la fedeltà del mister al 4-4-2; al centro giostravano Lee Bowyer, il bad boy della squadra, e Olivier Dacourt, che presto avremmo visto anche in Italia con Roma e Inter; le due punte erano Mark Viduka, classico attaccante col fisico da bomber, e il biondo Alan Smith.

In Champions League, dopo aver superato la proforma dei preliminari contro il Monaco1860 (3-1 complessivo), l’avventura dell’Leeds AFC sembrava dovesse interrompersi alla prima fase a gironi: passi per il Besiktas, ma Barcellona e Milan sembravano avversari fuori portata. Il ritorno in Champions dei Whites coincise con un secco 4-0 al Camp Nou, non esattamente il migliore degli inizi: andò meglio nella seconda giornata, quando il Leeds esordì all’Elland Road battendo il Milan di Zaccheroni con uno straordinario tiro di Bowyer all89′, ed un’altrettanto straordinaria papera di Dida. Anyway, gli inglesi passarono come secondi, eliminando proprio i blaugrana, che non avevano ancora Messi, Ronaldinho, Deco ed Eto’o.

Il secondo girone sembrava più mordibo ma ugualmente combattivo: i campioni in carica del Real, la Lazio e l’Anderlecht. Messe in preventivo le 2 sconfitte contro i blancos, arrivarono 3 vittorie ed un pareggio (3-3 in casa contro la Lazio, figuratevi cos’era l’Elland Road quella sera) che bastarono per il passaggio – ancora come secondi – ai quarti di finale: contro il Deportivo La Coruna (sorta di Leeds ispanico) bastò il 3-0 in casa all’andata, con reti di Harte, Smith e Ferdinand per ipotecare il passaggio (ininfluente la sconfitta per 2-0 al ritorno).

Si aprono così le porte della semifinale: i Peacoks si trovano di fronte il Valencia di Cuper, già finalista l’anno precedente, altra formazione che ha fatto la storia; chi vince potrà giocarsi il titolo contro Real Madrid e Bayern Monaco, due mostri sacri della Coppa dalle grandi orecchie. Il Leeds è giunto fin qui con quell’andatura caracollante tipica dei difensori che escono palla al piede dalla difesa, ma quando arrivi a sfiorare il sogno con le mani, è impossibile non illudersi ed iniziare a crederci: hai la donna della tua vita davanti, e vuoi non provare a conquistarla?

Trascinati dai capisaldi Harte, Bowyer, Viduka e Smith (21 gol in 4), gli uomini di O’Leary provarono a sbarazzarsi dell’ultimo ostacolo, ma il destino aveva deciso che il sogno era durato sin troppo: 0-0 ad Elland Road, e netta vittoria degli uomini di Cuper al Mestalla. L’unica consolazione fu la successiva sconfitta (la seconda di fila) del Valencia in finale, stavolta a favore del Bayern.

In Premier lo sfortunato United arrivò quarto, e l’anno successivo quinto, quasi come se quel sogno accarezzato e poi interrotto stesse ancora producendo i suoi strascichi. Nel 2004 il team sprofondò in piena depressione, retrocedendo in Championship dopo 14 anni: lì iniziarono i seri problemi finanziari del club, che toccò addirittura la terza serie, e che adesso galleggia nuovamente tra i cadetti. In estate è stato rilevato da Massimo Cellino, che noi conosciamo benissimo, e che avremmo voluto vedere all’opera con Brian Clough: sarebbero diventati soci onorari della Jack Daniel’s in una settimana.

E così, siamo qui a parlare dell’ennesima storia calcistica terminata in un “vorrei ma non posso”, “non è successo ma se fosse successo”: qualche anno dopo ci penseranno Porto e Monaco a vendicare gli inglesi, arrivando in finale a scapito di squadre più blasonate e forti. Ma quella formazione del Leeds aveva ben altro fascino, ed è molto curioso notare come – escluso Rio Ferdinand – nessuno degli uomini di quella stagione 2000/01 riuscirà più a ripetere prestazioni simili.

1 commento su “Noi non supereremo mai questa fase – Il Leeds United 2000/01”

  1. …non proprio nessuno riuscì a ripetere prestazioni simili tolto Ferdinand: Kewell, per esempio, vinse nel 2005 la Champions col Liverpool

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