Problema giovani: Italia-Spagna U21 un anno dopo

Con un po’ di ritardo, anche noi vogliamo dire la nostra sulla crisi del calcio italiano, che risiede soprattutto nella pessima gestione dei giocatori provenienti dai vivai nostrani. Quest’analisi prende il via dalla finale dell’Europeo Under 21 disputatasi lo scorso anno tra Italia e Spagna: al di là della schiacciante vittoria degli iberici (4-2), son ben altri i dati che dovrebbero far preoccupare i vertici del nostro calcio, troppo impegnati nel classico italian job del trasformismo e della difesa del potere. Abbiamo preso gli 11 titolari di quella partita, più i 3 subentrati in corso d’opera, ne abbiamo analizzato la stagione precedente all’Europeo (2012/13) e quella immediatamente successiva (appena terminata), l’età al momento della finale e l’età di esordio nel calcio che conta (la prima stagione con un numero di presenze sufficienti, non le semplici gare di Coppa nazionale).

Dei 14 italiani scesi in campo quella sera, ben 12 erano titolari nei rispettivi club, e qui si verifica la prima sorpresa rispetto agli spagnoli, poichè solo metà di quella Roja Under 21 era titolare nella squadra di club: sorprendente no? Peccato che solo 3 dei nostri (Verratti, Florenzi e Insigne) giocassero regolarmente in squadre considerate di alto livello (PSG, Roma e Napoli); e ben 8 su 14 giocavano in Serie B, mentre tutti gli spagnoli giocavano in campionati di prima fascia (Liga, Premier League e Primeira Liga portoghese). Insomma, anche se facevano panchina, c’è una bella differenza tra allenarsi ogni giorno con Messi, Iniesta, Xabi Alonso, Cristiano Ronaldo e giocare titolari al fianco di Feltscher, Jadid, Buzzegoli e Parravicini (con tutto il rispetto per loro). Dopo un anno la media è migliorata per entrambi, poichè 1 solo italiano era panchinaro (Bianchetti) e gli spagnoli sono scesi da 8 a 5, ma pur sempre in top club: gli spagnoli sono tutti di proprietà di squadre di prima fascia, mentre 2 azzurri giocano ancora in Serie B.

Fattore età: al momento della finale, l’età media azzurra era di 22,07 anni, quella spagnola di 21,86, perciò la differenza era molto risicata, e anzi l’Italia schierava anche un classe ’93 (sempre Bianchetti) rispetto alla Spagna (tutti compresi tra il 1990 e il 1992). Ma la cartina di tornasole è rappresentata dall’età d’esordio nel calcio professionistico: qui l’età media italiana è di 19,57, quella iberica di 18,36. Tra gli iberici, solo 3 hanno esordito dopo il 20° anno di età (Montoya, Illaramendi e Moreno), mentre gli italiani erano ben 7 su 14 (Donati, Florenzi, Immobile, Regini, Borini, Rossi, Crimi). Ribadiamo sempre che per esordio nel calcio pro intendiamo la prima stagione con un numero di presenze almeno sufficiente (circa 10).
Addirittura ben 4 spagnoli si sono affacciati nel calcio che conta prima della maggiore età: Thiago Alcantara (autore di una tripletta in quella finale, e passato poi al Bayern per 25 milioni), Isco e Camacho a 17 anni, Muniain addirittura a 16. E ciò è stato possibile grazie alle squadre B, la versione straniera della Primavera, che, anzichè giocare contro pari età in partite che non si avvicinano (per intensità e tattica) a quelle di Serie A, vengono inserite nelle serie cadette dove i giovani possono misurarsi contro giocatori più esperti e maturi. Coincidenza che gli spagnoli quella sera giocarono in modo più sfrontato e sicuro?

Analizziamo infine numeri molto semplici: in termini di presenze e reti, gli azzurri scesi in campo quella sera hanno accumulato un totale di 430 gare e 34 reti nella stagione 2012/13; contemporaneamente gli spagnoli sono scesi in campo 479 volte e hanno messo a segno 49 reti, moltissime delle quali anche in Champions League ed Europa League, competizioni che solo 3 dei nostri avevano assaggiato. Dopo un anno, le statistiche azzurre sono ancor più tragiche: da 430 gare sono passati a 401, mentre le reti sono diventate 49 (ma 22 del solo Immobile, capocannoniere dell’ultima Serie A). In Spagna? 523 presenze e 75 reti totali, ça va sans dire.

In conclusione, questi dati sono approssimativi perchè, più che in termini di presenze, bisognerebbe ragionare in termini di minutaggio, tuttavia sono sufficientemente affidabili per far capire come il nostro calcio si sia infilato in un circolo vizioso da cui difficilmente riusciremo a distrarci. Non se i vertici, anzichè gridare allo scandalo e riempirsi la bocca di parole come “rifondazione”, “partire da zero”, “nuovo progetto” e “meno stranieri”, continuano a inscenare tristi e ipocriti giochi di potere per non perdere il posto che conta. Non se le società continueranno a preferire stranieri sconosciuti, dall’ingaggio bassissimo e dall’elevata possibilità di essere pedine di scambio a fini di plusvalenze gonfiate. Non se gli allenatori verranno esonerati dopo 3 risultati negativi. Non se i giovani continueranno a giocare in Primavera fino alla soglia dei 24 anni. Non se ragazzi di talento come Saponara saranno costretti a fare un anno di panchina nel Milan anzichè giocare in club meno blasonati, ma più utili per la crescita. Non se Verratti (già in grado di guidare il centrocampo azzurro, opinione mia) a 20 anni passa al PSG per 12 milioni di euro, con grandi proteste dei club italiani, che avrebbero voluto spendere meno: peccato che Verratti sia ora inamovibile nei Campioni di Francia (82 presenze complessive in 2 anni) e  in Italia sarebbe ancora considerato un giovane talento da non bruciare e da inserire gradualmente tra gli 11 titolari. (non) è un paese per vecchi.

3 pensieri riguardo “Problema giovani: Italia-Spagna U21 un anno dopo”

  1. A questa lodevole e interessantissima analisi (complimenti per il certosino lavoro di ricerca) andrebbe abbinata una riflessione onesta del PERCHÉ le società italiane diano poco spazio ai giovani preferendo calciatori più maturi.
    La spiegazione che do io é semplice: se logiche economiche, intrallazzi coi procuratori, bisogno patologico di ingaggi alti da gonfiare per nascondere denari, insomma tutto il peggio che la gestione di un club può partorire prende il sopravvento sulla logica sportiva, allora c’è poco da far e le cose peggioreranno ulteriormente

    1. Ed è esattamente la spiegazione che diamo anche noi. Il paradosso è che, proprio perchè la logica economica ha preso il sopravvento, le società dovrebbero puntare sulla programmazione e sulla creazione di profitti a lungo termine.

    2. La questione è che gli imprneditori non vogliono far profitto con il calcio, bensì si limitano a sfruttare le società sportive per ripulire\nascondere\evadere i profitti che fanno altrove (in maniera lecita o meno).

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