Vincenzo Nibali e la solitudine del numero uno

l'emozione di NIbali
l’emozione di NIbali

E’ stato un Tour strano, capace di provocare un vortice di sentimenti ambivalenti sotto diversi punti di vista. Da una parte è stata una cavalcata esaltante, perché terminare una Grand Boucle con le note dell’Inno di Mameli con lo sfondo degli Champs Elyseès e addirittura due francesi sugli altri due gradini del podio, è un sentimento che non capita tutti gli anni di provare. Dall’altra parte abbiamo un corridore, Vincenzo Nibali, condannato a vincere fin dal quinto giorno di corsa, e ignorando deliberatamente lo sciovinismo nauseabondo di Martinello e Pancani, possiamo affermare con sicurezza che qualsiasi cosa diversa da un trionfo assoluto sarebbe stata inaccettabile. Da una parte c’era uno dei corridori più completi e talentuosi dell’intero movimento, di quelli che si può dire che sia forte in tutto, eccezionale in niente, tranne forse la discesa, e capace di portare a casa un Giro, una Vuelta, e un podio al Tour giusto due anni fa. Dall’altra, e lo dico con tutto il rispetto possibile, si trovavano Alejandro Valverde, un corridore completo certo, ma più adatto a corse di un giorno o brevi corse a tappe (non sapete quanta forza di volontà ci sia voluta per non esprimere tutto il livore che provo per il murciano) e Richie Porte, che era sbarcato in Francia per servire sua maestà Chris Froome e che sinceramente nelle ultime due stagioni si è fatto notare principalmente per le ripetute imbarcate. Dopo di loro avevamo una serie di corridori, sì talentuosi, sì combattivi e capaci di entusiasmare il sempre splendido pubblico delle strade prima inglesi e poi francesi, ma pur sempre di secondo piano. E così è stato. Tre francesi, di cui due sul podio, hanno infiammato i cuori dei francesi come non accadeva dai tempi delle imprese di paladini ben più celebri ma anche più antipatici come Thomas Voeckler e Richard Virenque. Tony Martin, nel giro di due giorni ha vinto una tappa con una fuga solitaria da lontano, e ha tirato un centinaio di km senza ottenere cambi di alcun genere, per vedere poi il suo durissimo lavoro implacabilmente sprecato da un Michal Kwiatkowski ancora chiaramente acerbo per una corsa di tre settimane. Rafal Majka ha vinto due tappe e la maglia a pois, dopo essersi a lungo lamentato nei confronti della sua squadra, la Saxo Tinkoff, rea di averlo “costretto” a partecipare al Tour, dopo lo splendido Giro d’Italia corso dal polacco. Verrebbe da chiedersi cosa avrebbe fatto questo ragazzone se avesse voluto veramente partecipare alla Grand Boucle. Jurgen Vandenbroucke, Bauke Mollema, Laurens Ten Dam e Tejay Van Garderen, arrivavano all’appuntamento con la corsa francese con un corredo di grandi aspettative, ma sono tornati a casa con risultati non esattamente esaltanti e diverse giornate complicate. Il miglior del lotto è stato il giovane statunitense che con la sua stoica resistenza sulle montagne e l’ottima performance contro il tempo, ha lasciato ancora una volta l’impressione di essere un futuro predestinato. Al contrario è emblematica l’immagine di Bauke Mollema raggiunto proprio da Van Garderen dopo soli 19 km della cronometro finale. Se la memoria non m’inganna non mi pare di aver mai assistito ad un corridore della Top 10 che incassa addirittura 9 minuti in una frazione contro il tempo.

Ci siamo tutti lasciati ingannare dalla startlist glamour di questo Tour de France, una sorta di selezione All Star del ciclismo mondiale, con le sole eccezioni dei due colombiani mattatori del Giro, Quintana e Uran. Ma il Tour de France non è solo una lista di nomi altisonanti. E’una corsa massacrante. Le pendenze più miti non devono ingannare lo spettatore più distratto. Al Tour non c’è un attimo di tregua, un attimo di riposo. Ogni giornata è una battaglia, e il Tour si comporta come un immaginario sadico capocantiere della Piramide di Cheope, che costringe i suoi schiavi a tenere un ritmo forsennato, insensato, necessario a soddisfare la sete di grandezza del faraone. Quindi ti ritrovi ad osservare volate in cui a volte la metà dei velocisti ha addirittura difficoltà a partecipare, come è capitato a più riprese ad Andre Greipel e addirittura a Marcel Kittel. E’ una corsa capace di regalare gioie sconfinate, come quella che ha riservato al vecchio Michael Rogers, capace di bissare l’impresa di Savona al Giro di quest’anno ed imporsi sul prestigioso traguardo di Bagneres de Luchon, e dolori strazianti come è accaduto a Jack Bauer, nome che generalmente è associato al più  classico degli action hero della televisione americana, e che invece stavolta ci ricorda la durezza dei colpi che questa corsa può infliggere alla corazza di questi corridori, specialmente quando vedi che il gruppo, più simile ad una falange oplitica che al classico pelotòn, ti risucchia a soli 50 metri dal traguardo, strappandoti uno di quei trionfi che per molti corridori valgono un’intera carriera. La Locomotiva di Berna, forse un pò scarica o magari che comincia ad essere appagata, è arrivata ed è ripartita senza lasciare dietro alcun ricordo di sè, mentre un confuso e arrabbiato Peter Sagan tornerà a casa con la terza maglia verde consecutiva, una maglia che stavolta è scomoda, che irrita e non aderisce bene alla pellaccia dello slovocco, resa forse poco confortevole dalla mancanza di vittorie.

E’ stata una corsa strana. Ci siamo lasciati rapire dalle imprese dei Tony Martin, Rafal Majka e dei Michael Rogers di turno, ma non dobbiamo scordarci che lo scivoloso asfalto francese, costringendo al ritiro Alberto Contador e Chris Froome si è rivelato giudice, giuria e boia dello spettacolo, consegnando il Tour in mano a Vincenzo Nibali. Per due settimane si è speculato sulle chance di vittoria di Vincenzo Nibali, in caso di permanenza in corsa degli altri due favoriti. Se Chris Froome non si fosse ritirato prima dell’inizio del pavè della tappa di Arenberg avrebbe presumibilmente raccolto un ritardo ben superiore a quello accumulato da Alberto Contador. E lo stesso corridore madrileno, con i suoi due minuti e mezzo abbondanti, avrebbe dovuto fare il diavolo a quattro per riportarsi su Vincenzo Nibali. Visto il ritmo tenuto e la semplicità con cui Nibali ha gestito le proprie forze, non sarebbe stato facile strappargli quella maglia. D’altra parte con quei due signori ancora in sella, a Vincenzo Nibali non sarebbe mai stato permesso di scegliere quando scattare  e di rimanere a ruota fino ai 4-5 km dal traguardo, libero di imprimere alla corsa il proprio marchio. Per fare questo tipo di ragionamento bisognerebbe tenere a mente una serie di variabili impossibili da maneggiare con precisione scientifica, lasciando spazio a quella specialità italica che è la speculazione. Quindi meglio trattenerci dal fare ciò per cui siamo stati progettati, ossia fare gli avvocati del diavolo, e goderci l’immagine di Vincenzo Nibali sul podio degli Champs Elysees.

L’impressione è che quei capricciosi dei del ciclismo abbiano voluto premiare Vincenzo Nibali, il corridore più spettacolare e audace dell’intero movimento, capace di trasformare il mondiale di Firenze e l’ultima Milano-Sanremo in corse dai contorni epici, permettendogli di entrare in quel ristretto Pantheon di corridori capaci di vincere in Italia, Francia e Spagna. Queste stesse divinità hanno voluto premiare un pubblico appassionato e passionale come quello italiano, abituato da Marco Pantani, Paolo Bettini e Michele Bartoli, a festeggiare prestigiose vittorie, e che per troppo tempo era stato costretto a masticare bocconi amarissimi, quasi avvelenati, se si parla delle classiche del Nord o delle strade del Tour.

photo by Joep Vullings
photo by Joep Vullings

Ma mettiamoci nei panni del resto del mondo, che per tre settimane si è sintonizzato sulle frequenze di Eurosport e a cui gli dei del ciclismo hanno sottratto quello che sarebbe potuto essere il Tour più bello degli ultimi 20-30 anni e che invece si sono ritrovati ad assistere ad un Vincenzo Nibali versione David Gilmour in Comfortably Numb, magnifico, ma solo. Grazie dei del ciclismo. La fame di successo del pubblico italiano è stata placata, almeno per il momento. Presto ci lasceremo alle spalle la fonte dei se e ma da cui siamo soliti abbeverarci, ci riprenderemo dall’orgia di emozioni di queste tre settimane e saremo pronti a proseguire in direzione Vuelta e Mondiale. Per il prossimo anno, sarebbe troppo chiedere un Vincenzo Nibali che col pettorale numero 1 si ritrovi a dare battaglia sulle rampe del Mont Ventoux, insieme a Chris Froome, Alberto Contador e Nairo Quintana?

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