Francia 98 e Brasile 2014, così vicine e così lontane

Sono passati poco più di dieci giorni dalla fine di quel baccanale calcistico che è la Coppa del Mondo. Quel turbillon di palpitazioni, gioia e psicodrammi è ormai alle spalle e si può cominciare a riflettere più razionalmente sullo spettacolo al quale abbiamo assistito. Diverse opinioni che ho colto navigando sul web mi hanno spinto a buttare giù queste righe di considerazioni personali. Devo ammetterlo, è stato un mondiale divertente, come per me, e per molti altri, non accadeva dai tempi del mondiale francese. Anche il numero dei gol, 171, favorisce l’accostamento tra queste due edizioni. Vero, è stato un mondiale divertente, ma non è stato un bel mondiale.

Ignorando la retorica targata Sky, del “Mondiale dei Mondiali”, è’ stato un torneo estremamente povero di contenuti tecnici, che semplicemente è stato arricchito dalle sceneggiature bizzarre e imprevedibili che si dipanavano sul campo di gioco, specialmente durante la fase a gironi. Partite che sulla carta non promettevano altro che mascelle dislocate dagli sbadigli, si trasformavano in gare come Algeria-Corea del Sud. Minuti finali che si trasformavano in film sul football americano, caratterizzati da disperati hail mary, e impossibili comeback dell’ultimo secondo. Ho scelto la parola “sceneggiatura” non per caso, ma perché è di questo che viviamo. Viviamo di narrativa. Vero, guardiamo i mondiali per goderci uno spettacolo sportivo, per vedere una linea difensiva attenta, una ragnatela di passaggi rapidi e precisi, verticalizzazioni di prima intenzione, e gol pazzeschi come quello di Van Persie. Ma il vero motivo per cui milioni di telespettatori si siedono a guardare tutte o quasi le 64 partite della kermesse mondiale, è la ricerca di una narrativa che dia loro significato, che le consegni alla nostra memoria, non importa che questa sia dolce o dolorosa. Non ci sono solo i gesti tecnici ammirati sul campo; questo mondiale verrà ricordato per la seconda Caporetto casalinga dei verdeoro, per la disfatta tanto attesa e agognata della Spagna, per la gioia goffa e ingenua dei tecnici di Messico e Costarica, per il morso di Suarez, per i giochi mentali di quel fine stratega di Louis Van Gaal, per il canto a capella dei brasiliani, per le lacrime di Julio Cesar, Neymar e David Luiz, per la cavalletta di James Rodriguez, e per le insolite folle viste nelle piazze di Kansas City e Chicago, trascinate dalle parate di Howard e dai goal di Clint Dempsey, che più che un giocatore pare uno sparring partner. Quest’esigenza di attribuire un significato a ciò che guardiamo, è testimoniata anche dal grande successo dei recenti speciali di Buffa, che hanno portato la narrazione del calcio e dello sport ad un livello successivo, e che come la Settimana Enigmistica, vantano innumerevoli tentativi di emulazione.  Ma non solo, diverse partite che normalmente verrebbero catalogate sotto la voce “noia mortale”, verranno invece ricordate come thriller spettacolari, come Olanda-Costarica e lo spettacolo imbastito da Van Gaal e i minuti finali di Argentina-Svizzera, che considero i 120 secondi più insensati della storia dei mondiali. Momenti speciali che hanno l’effetto di sottrarre queste gare all’oblio che avrebbero meritato.

A questo proposito fa nuovamente comodo il paragone con Francia 98. In quel luglio francese abbiamo vissuto il match tra l’Iran e il grande Satana a stelle e strisce (disclaimer per quelli in ascolto come l’NSA, è solo una metafora e non rispecchia le mie opinioni, grazie dell’attenzione), la cavalcata della Croazia, i primi storici gol della Giamaica, l’esultanza di Bobo Vieri contro la Norvegia, il sorriso “scintillante” di Jim Leighton, le capocciate di Zidane (rivolte ad un pallone questa volta) e il pallore funereo di Ronaldo. Istantanee consegnate alla storia del calcio e alla memoria collettiva. Oltre l’affaire Moreno e la volgare pastetta coreana, cosa ricordate del mondiale nippo-coreano? Se l’Italia non avesse vinto il mondiale tedesco, avremmo qualche motivo per conservarlo nella memoria? Stendiamo un velo pietoso sul tristissimo mondiale sudafricano, ricordato solo per la frustrazione dovuta a quello strumento di tortura degno dell’Inquisizione che erano le vuvuzelas. Certo, potrei essere prevenuto. Francia 98 è stato il primo mondiale che ho vissuto da appassionato consapevole, e ho un ricordo estremamente vivido di tantissimi suoi momenti, dalla delusione per il golden goal francese col Paraguay alla traversa di Di Biagio. Potrei essere come quei giovani nonni di Heidi, che si ritengono custodi degli antiqui mores, e profeti del verbo del “si stava meglio quando si stava peggio”. Ma stavolta sono abbastanza sicuro delle mie posizioni. C’è un certo consenso intorno al fatto che le tre edizioni dei mondiali che hanno preceduto quest’ultima, siano state tra le peggiori che si siano disputate, insieme alla sfortunata edizione americana, quest’ultima danneggiata dalle scellerate scelte mediatiche della FIFA. Oggi invece, c’è la distinta percezione che questo mondiale sia stato qualcosa di diverso. La  diffusione di internet, la pervasività quasi ossessiva con la quale vengono guardate le partite, che permette di cogliere ogni minimo particolare, e di consegnarlo alla memoria collettiva tramite un fenomeno di trasmissione rapidissmo, hanno amplificato questo sentimento.

Io non ho niente in contrario ad un mondiale ricordato in questo modo. Io sono tra quelli che vive di narrativa, e sinceramente sono felice di poter archiviare in questa mia memoria, sempre più in difficoltà col passare degli anni, un mondiale che mi abbia divertito. Per un mese ogni quattro anni, abbiamo bisogno di immergerci in una nuova dimensione, una dimensione che sia alternativa a quel mondo fatto di mercato, moviola, e brutture che è il calcio di tutti i giorni. Il mondiale è evasione. Non guardiamo il mondiale per vedere innovazioni tattiche, lo guardiamo per soffrire, per gioire in un modo che solo il matrimonio e la nascita di un figlio possono superare. Un mondiale viene ricordato per le storie che ha saputo regalarci, non per la scelta di un modulo piuttosto che un altro. Abbiamo altri quattro anni di campionati e Champions League per sbattere la testa dietro numeri e statistiche, moduli e considerazioni tecniche. Rimanendo in attesa di quel mese di Luglio….

Andrea Leoni

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