Perché Nibali non è sulle prime pagine dei giornali (ovvero, il dominio del pallone)

Certo, tonda è tonda anche la ruota della bici ma, come dire, manca di profondità, di quello spessore passionale che fa del calcio lo sport italiano per eccellenza e che trasforma una maglia gialla storica in un trafiletto di giornata, letto da pochi cocciutissimi ciclofili. Che orrore aprire repubblica.it e veder passare davanti al Tour ogni notizia sportiva futile, dalle wags (sì finalmente ho capito chi sono) ai tedeschi che prendono in giro i gauchos argentini (‘sti crucchi proprio non c’hanno stile, tra l’altro). Orrore, oddio, proprio orrore no, perché se il calcio vende, diranno i giornalisti, allora è di calcio che bisogna parlare. Scusa ormai usurata, dico io, ma sembra reggere tutti i colpi della critica, e, d’altronde, rappresenta trent’anni almeno di legittimazione di tivu spazzatura, e il classico “diamo alla gente quello che la gente vuole” è diventato ormai un modo come un altro per scaricare responsabilità culturali. Sì, lo so, tu che leggi mi hai già bollato come anticalciofilo e in un certo senso hai anche ragione: ho sempre preferito giocare che guardare e informarmi, e le statistiche e i passaggi e soprattutto il calcio mercato, li ho sempre visti come un esercizio troppo impegnativo da mantenere. Basta che perdi tre mesi e sei finito, Boateng di qua, Neymar di là, etc…etc… Ma che fine ha fatto Zola, per esempio? D’altra parte però ho sempre sostenuto il calcio come sport. Bellissimo, come si dice, il problema è tutto quello che c’è intorno. Soldi, per lo più. E si sa che i soldi sono come la politica, appena ci entri sei fottuto.

Il punto centrale si sintetizza allora nella semplice domanda: è l’Italia che vuole il calcio a ogni costo, o è vero che non di solo calcio vive l’uomo, e che basterebbe un piccolo spazio in più agli altri sport a renderci sensibilmente più universali? Insomma: l’italiano medio (“e a me che cazzo me ne frega a me, ci sta il moviolone” cit.) è criterio d’importanza per ciò che lo appassiona o è completamente e definitivamente trascinato da questa grande massa dell’Essere Aeconomicus sotto forma calcistica?

Ora, la domanda che invece sorge spontanea nelle vostre menti è: perché scrivo in un blog calcistico che prende addirittura il nome da questo tal Cesarini? Giusta osservazione. Chissà che ne pensano i fondatori.

Concludo con un elogio per questo ragazzo siciliano che corre sulle difficili strade del Tour, tenendosi stretta una maglia gialla che manca in Italia ormai dal compianto Pantani e, prima ancora da Gimondi, nel 1965. E dev’essere un elogio perché il Ciclismo ha vissuto e vive ancora momenti complicati, che minano la veridicità degli appassionati e dei corridori. Ma dev’essere un elogio anche perché in Italia, chi non è calciatore, sa bene cosa vuol dire essere gregario, anche se corre da padrone sulle durissime routes francesi ma deve accontentarsi delle prime pagine estere. Perché l’Italia è paese di santi, poeti, navigatori e calcianti, e tutto il resto lo lasciamo agli altri.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...