Il pallone racconta: Olanda – Argentina 4-0 (26 giugno 1974)

Comunque quello che avevano da dire già lo hanno detto. Il girone non era granché. Hanno corso troppo, saranno sicuramente in riserva. La Coppa dei Campioni non è il Mondiale, l’Ajax non è l’Olanda. Non sarà un caso se nel dopoguerra l’Olanda non si è mai qualificata. L’esperienza è tutto, vedrai.

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Cruijff e Perfumo

E’ comune ad ogni epoca di cambiamento la necessità, forse dovuta alla paura, di stigmatizzare il nuovo che arriva. Si scomodano i luoghi comuni, quelle certezze ormai svalutate e ridotte a simboli di un passato che non può procrastinare le cesure della storia. Ciò che avvenne in Germania nell’estate 1974 sta al calcio come la rivoluzione francese sta alla storia. Se cruijff nessuno, prima che ciò accadesse a fine settecento, aveva considerato realizzabile al di fuori dei libri un governo non legittimato dal volere di Dio, parimenti prima dell’invasione orange sui campi di pallone non si credeva possibile che il terzino potesse spingersi là dove osano le ali e il mediano ergersi a terminale della manovra offensiva.

L’Argentina era una buona squadra: Perfumo, Yazalde, Houseman, Ayala, Kempes, nomi che, a parte l’ultimo, ora non dicono molto, ma ai tempi componevano un undici tra i migliori della competizione. L’inizio non fu dei migliori, ma si poteva sempre migliorare. E poi nella prima fase del torneo si era pur sempre lasciata alle spalle un’altra grande favorita, l’Italia.

La prima partita della seconda fase a gironi è contro l’Olanda, a Gelsenkirchen. I tulipani hanno i capelli lunghi e le basette folte, non rispettano le ferree regole del ritiro e la loro tattica se ne infischia degli antichi dogmi del pallone. Prendete Cruijff, ad esempio: è un attaccante o un centrocampista? E Krol, che dicono difensore, non ha di che pensare a casa propria invece di sganciarsi in avanti con cotanta impudicizia? E Neeskens? E Rep? Che ruolo è mai quello di Rep? Nelle piazze di Buenos Aires il tempo binario dei tangheri assume una cadenza drammatica. L’istinto è quello di accelerare il ritmo delle fisarmoniche per scacciare la paura del mostro arancione. O forse per riprodurne il movimento perpetuo.

Dopo cinque minuti l’Olanda sarebbe già pronta a presentare il conto per l’asado, ma  il destino concede altri sei minuti agli

Neeskens
Neeskens

argentini per credere che tutto sommato quegli orange non corrono a velocità doppia, non si difendono in undici e non attaccano in dieci (il portiere rimane l’unico a non lasciarsi contagiare dal dinamismo imperante), che per ogni argentino non ci siano tre olandesi, che le scorribande di centrocampisti e difensori non siano letali per la statica difesa argentina. All’undicesimo Cruijff taglia la burrosa difesa albiceleste, scarta il portiere Carnevali e poi, non rimanendo altro da fare, infila la porta sguarnita. La partita finisce qui. Il resto è accademia, lezione di tattica per aspiranti allenatori e tecnici, sintesi di ciò che sarà il calcio negli anni a venire. La sassata di Krol nel primo tempo, il tuffo di Rep e il meraviglioso tiro al volo di Cruijff nel secondo sono solo una piccola e fortunata porzione delle occasioni che avrebbero potuto trasformarsi in score. 4 a 0. Olanda-Argentina è il povero Heredia, marcatore di Cruijff, che corre in lungo e in largo in cerca del suo uomo senza ottenerne le caviglie e, soprattutto, lasciando praterie per le discese degli avversari.

In ogni rivoluzione c’è un giovane e un vecchio: il secondo soccombe al primo. L’Argentina del 1974 ebbe dalla sorte l’amaro compito di dover rappresentare il vecchio. Tutto sommato, si può dire che già sapevano il loro destino. La paura con cui entrarono in campo, quel 26 giugno del 1974 a Gelsenkirchen, ne è inconfutabile prova.

Il tango è un pensiero triste che si balla. Mai così statico, mai così triste come in quella piovosa giornata di giugno.

 

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