Il Dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad odiare Balotelli

Ho 28 anni, e nella mia vita ho assistito a tre fallimenti mondiali. Ho visto gli azzurri perdere a Pasadena e Gigi Di Biagio stampare sulla traversa il rigore decisivo nel quarto contro i galletti a Francia 98. Ma quelli non possono essere classificati come fallimenti. Sconfitte, che bruciano, di quelle che fanno male anche anni dopo, come una frattura che non si è mai ricomposta del tutto e ti lascia quel dolorino che si fa sentire al cambio di stagione, ma non fallimenti. D’altra parte ho visto gli azzurri perdere una finale europea al golden gol dopo essere stati avanti fino a un minuto dalla fine, e ho visto l’Italia uscire in modo indecoroso contro i demoni dello sciamano Guus Hiddink nell’infame mondiale nippo-coreano. Nel primo caso avevo 14 anni e stavo attraversando una curiosa e brevissima fase in cui  il calcio rivestiva scarso interesse per me, della quale sinceramente non riesco a dare una spiegazione, ma sono rinsavito abbastanza rapidamente e il calcio è tornato prepotentemente tra le mie priorità. Nonostante tutto, ricordo benissimo i ripetuti passaggi sotto le forche caudine a cui, al ritorno in italia, stampa e tifosi costrinsero quel monumento allo sport che è Alessandro Del Piero. Un ragazzo, che due anni prima si ruppe tutto quello che ci si poteva rompere, e che ancora non era riuscito a tornare ai livelli precedenti al dramma di Udine, sotterrato da aspettative che avrebbero travolto anche le personalità più carismatiche. Anche questa, è una di quelle cose, per cui, col senno di poi, noi tutti dovremo e potremo vergognarci. Due anni dopo toccò addirittura a Paolo Maldini, per il quale il peggio purtroppo non era ancora arrivato, e lo attendeva, in quel “giro d’onore”, nell’ultima a San Siro con la maglia del Milan. Anche Bobo Vieri ha sempre raccolto la sua dose di critiche, in Corea per il gol fallito subito dopo il pareggio di Seul-Ki.Hyon, e in Portogallo per la sua dimostrazione di un atletismo fantozziano, nel tentativo di respingere il folle colpo di tacco di un giovanissimo Zlatan Ibrahimovic.

Ma mai avevo visto una squadra, un intero paese, implodere così rapidamente nel giro di una settimana, e raccogliersi attorno all’odio virulento per una sola persona, Mario Balotelli. Chi vi scrive non lo ama, anzi, da rossonero vi sono delle volte in cui auspico la sua cessione. Non è Kakà, non è Shevchenko, non è Manuel Rui Costa, Zvone Boban, Leonardo, non è uno di quelli che possono sedere nel mio personalissimo Pantheon, e questo senza scomodare le bandiere e i mammasantissima olandesi. Non mi piace il suo atteggiamento in campo, men che meno quello fuori dal campo, e come dicono gli inglesi, Mario non sembra essere “l’arnese più affilato nella cassetta”. Allo stesso modo, Mario è un milanista, e come tale viene naturale cercare di difendere “la tua famiglia”, dall’attacco di chi sta all’esterno. Ma è da italiano che quanto accaduto negli ultimi due giorni mi turba nel profondo. Sono italiano, un tifoso di calcio, e un vorace fruitore delle occasioni offerte dal web e dai social network. Questi ormai sono un’accurata cartina tornasole degli umori del nostro paese, specialmente per quanto riguarda ciò che attiene al mondo del calcio. Facebook e Twitter pullulano di giornalisti di testate più o meno serie, blogger, celebrità e semplici tifosi che hanno detto la loro sulla questione nazionale, e dopo due giorni di raccolta dati ho raggiunto una conclusione.

Questa conclusione va oltre le affiliazioni a livello di club, per cui non esistono bbilanisti, gobbacci, o prescritti, non c’è nessuno che rosica o che ha bisogno di andare in overdose da Maalox. C’è un nutrito nucleo di italiani che sperava nel fallimento di Mario, che consciamente o meno sperava nella caduta di quel ragazzo che semplicemente esistendo, aveva osato mettere in discussione il naturale ordine delle cose. La risposta di Balotelli alle critiche, affidata come al solito in maniera sapiente, al palcoscenico offerto da Instagram, ha scatenato la reazione di una stampa che per come la vedo io ha perso tutto il suo valore di fonte di progresso sociale per diventare quella che è oggi, un’aberrazione; e di un folto gruppo di italiani che altro non attendevano, e cioè che Mario, in qualche modo affermasse la propria alienità, il proprio distacco dall’italianità, che tanto offende semplicemente vivendo la sua vita.

Quanto accaduto al termine della gara, soprattutto nella giornata di ieri, mi ha gettato nello sconforto. Ma oggi lo ritengo meno importante rispetto a quanto sta accadendo ad un livello più terreno rispetto a quello dell’iperuranio dove vivono gli azzurri. Cesare Prandelli, Gigi Buffon, e Daniele De Rossi, con le loro affermazioni, le loro liste di proscrizione, e il loro parlare di “veri uomini”, che diciamolo, fa molto ventennio, hanno solo dato il là al carrozzone mediatico, su cui la televisione, la stampa e tutto il resto degli italiani hanno fatto in fretta a salire. Nel corso di questi due giorni, diverse voci fuori dal coro si sono fate sentire, non ultima quella di Dino Zoff, mentre tanti altri, tanti che magari si potrebbero definire “insospettabili”; si sono messi in fila a caccia di una fetta della tanto ambita torta della visibilità, alla disperata ricerca di qualche clic in più. L’ammissione di colpa rabbiosa, l’automartirizzazione mascherata da dimissioni, lo scaricabarile, e il senso di accerchiamento, e il sentimento che tutto ti sia dovuto solo per il fatto che tu sei lì, e ci sei da tanto tempo, sono solo alcune tra le caratteristiche che ci rendono quel che siamo, italiani, e oggi, a mente fredda, quanto successo nel dopo partita, continua a farmi rabbia, ma con meno vigore. E’ leggere che Mario non sia italiano perché  i suoi nonni non hanno combattuto per questo paese, che realmente mi fa rabbrividire. E  che  magari se si tratta di Salò ancora meglio, mica quegli imboscati sulle montagne.

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