Le più belle partite degli azzurri: Italia-Germania 1970

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Müller toccò di testa e la palla si infilò tra il palo alla sinistra del portiere e Rivera, preposto alla guardia del palo stesso. Ancora Müller, quel mostro d’area di rigore, ancora pari dopo più di cento minuti. 3 a 3. Uno strazio per le coronarie, una tensione infinita. E dire che dopo la rete di Boninsegna all’ottavo minuto si era dovuto aspettare il novantesimo per bestemmiare al goal del pareggio di Schnellinger, l’uomo che segnava ogni cinque anni. Da lì in poi tutto uno sfregamento di mani dei cardiologi: al novantaquattresimo vantaggio tedesco con Müller, pareggio di Burgnich, l’uomo che segnava ogni passaggio della cometa di Halley, al novantottesimo, quindi nuovo vantaggio Italia con Riva al centoquattresimo e, appunto, il pareggio tedesco di Gerd Müller, l’uomo che segnava ogni qualvolta qualcuno, nel mondo, beveva un po’ d’acqua. Pure da una pozzanghera, poco importa. Insomma non erano passati che sei minuti dal gol di Riva e si era di nuovo in parità. Juliano, panchinaro napoletano, non se ne era nemmeno accorto: già i tedeschi esultavano che il nostro era ancora rivolto verso la tribuna a fare il pulcinella in direzione dei tifosi teutonici. Albertosi, portiere italiano, non digerì la mancanza di accortezza di Rivera e rovesciò sul piemontese una serie di epiteti su cui il buon senso vorrebbe si sorvolasse, ma poiché tamponare il movimento della lingua è affare della dentatura e non nostro, vi diremo che la stessa famiglia del fantasista non fu risparmiata e addirittura le donne di ben tre generazioni addietro furono tirate in ballo, accusate di farsela con il nemico austriaco, mentre i mariti combattevano la seconda guerra d’indipendenza.

Stanchezza e frustrazione si insinuarono nel gruppo. Cera, libero veronese trapiantato a Cagliari, con viso sanguigno e occhi di serpe osservò i garretti di Seeler. Valutandoli alla stregua di un paio di stinchi di maiale digrignò i denti come un mastino. Per fortuna di Seeler, le circostanze dell’incontro non lo portarono più dalle parti di Cera. Bonimba-Boninsegna non digerì il pareggio. L’anno prima era andato via da Cagliari perché, a suo dire, non si poteva vincere nulla in Sardegna e puntualmente, partito lui, i sardi vinsero lo scudetto. La tristezza lo avvolse come fa la nebbia con la sua città natale, Mantova. Unico a cuor leggero era Burgnich, il ruvido difensore friulano, uno da cui non ci si aspettava altro che blitzkrieg sui tendini alemanni, a maggior ragione dopo il goal subito. Ma Burgnich in quella partita aveva segnato un goal e per un numero due il gol in una semifinale mondiale val più di un malleolo.

Il pallone fu posizionato al centro. Domenghini, indomito bergamasco, si rivolse al compagno De Sisti chiedendogli di servirlo lungo. Tanta era la concitazione del Domenghini che le parole uscirono in dialetto bergamasco e al De Sisti, romano, parve di udire un’orribile bestemmia e non considerò oltre il compagno che, a suo parere, doveva aver perso la trebisonda per le troppe emozioni. Chi invece capì il povero Domenghini, forse per affinità linguistiche, furono i tedeschi, che infatti lo seguirono sulla destra lasciando libera la fascia opposta. De Sisti giocò il pallone su Facchetti e questi lo cedette a Boninsegna scattato sulla sinistra.

ITALIA - GERMANIA OVEST 4-3  -  ALBERTOSI ESCE SU MULLER

Tutti impegnati su Domenghini, i tedeschi lasciarono il povero Schultz solo a vedersela con Bonimba. Il sole ricomparse in quel di Mantova e come la statua di Virgilio si staglia tra la nebbia quando questa si dirada, l’attaccante eluse l’intervento del nebuloso Schultz e si diresse in area di rigore. Guardò al centro e vide Rivera. Ricordate Rivera? Si proprio lui, il pronipote dell’amante di Radetzky. Bonimba appoggiò il pallone all’accorrente compagno e chiuse gli occhi.

Mentre il pallone rotolava verso i suoi piedi, Rivera pensò a Brera, quel saputello giornalista che lo chiamava “abatino”, all’arbitro Michelazzi che non perdeva occasione per punirlo e a chissà quant’altro. Il ct Valcareggi avrebbe voluto vedere una saetta stagliarsi dalle gambe del Rivera, una raffica di vento come solo nella sua Trieste, ma per la potenza ormai era tardi. Rivera optò per spiazzare il portiere con un pallone lentissimo che voleva prendere in controtempo l’estremo difensore. Che poi, pensò il nostro, la mia ava magari era un po’ così, ma se davvero se la faceva con qualcuno, costei di certo era garibaldino e non crucco.

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Un paese intero osservò il pallone adagiarsi in rete. Risolse colui che aveva provocato, con un errore, il gol del momentaneo pareggio avversario. Nella migliore tradizione italiana, dalla cenere spiccava il volo l’araba fenice. Poca programmazione, tanta fantasia e la giusta dose di disperazione: questo fu il quarto e definitivo goal italiano. Beckenbauer, capitano tedesco di mille battaglie, si sentì canzonare dal toscanaccio Bertini con una litania poco regale di cui si capiva solo “SS cartòfen”. Probabilmente Bertini non sapeva nemmeno quello che diceva, ma Beckenbauer si e pensò “buoni solo da fare i camerieri.” L’Italia era in finale.

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