Giro d’Italia 1940, la prima volta del Campionissimo

 

Il Campionissimo nel 1940 (foto www.gazzetta.it)
Il Campionissimo nel 1940 (foto http://www.gazzetta.it)

Prima che il ciclismo divenisse un semplice sinonimo della parola “sospetto” o di quell’altra parola che non voglio pronunciare e che ormai è diventata più di un semplice spauracchio, ma un ombra costante, una spada di Damocle invisibile appesa al di sopra di ogni scatto e di ogni vittoria; il ciclismo nel nostro paese è stato un fattore unificante.

L’amore per le due ruote, ha contribuito a completare quel processo di unificazione iniziato durante la Grande Guerra, e ha rafforzato il legame che tiene insieme questo paese, dalle Tre Valli Varesine alle cime dell’Etna, in quel modo che solo lo sport riesce a fare. Qualcuno disse che noi italiani siamo grandiosi solamente in occasione dei funerali, e può essere vero non lo nego, ma lo siamo altrettanto in occasione del Giro d’Italia. Leggenda dice che fu la vittoria di Gino Bartali al Tour del 1948 ad impedire lo scoppio della guerra civile in seguito all’attentato nel quale rimase ferito il Migliore, Palmiro Togliatti, segretario del più importante Partito Comunista d’Europa. In occasione della partenza della nuova edizione del Giro d’Italia, noi di IZC abbiamo deciso di ripercorrere alcuni passaggi chiave della storia della corsa rosa e con essa, del nostro paese. Scordiamoci per un attimo quella parola, e lasciamo i critici ad invocarla per tre volte davanti allo specchio, in attesa che lo spirito di Bjarne Riis gli si materializzi di fronte, e facciamo un salto indietro al 1940, a quel periodo in cui le imprese degli eroi su due ruote venivano raccontate nei cinegiornali e sulle pagine di quotidiani ormai perduti come Calcio & Ciclismo, di cui io stesso ho potuto sfogliare alcune pagine ingiallite nella soffitta di casa di mio nonno. Parliamo quindi di quel ventunenne magrolino con la maglia della Legnano, che rispondeva al nome di Fausto Coppi e che si preparava a fare il suo ingresso nella storia, un ingresso trionfale, in piedi sui pedali e da uomo solo al comando.

Quando il 17 Maggio del 1940 partiva la ventottesima edizione della corsa rosa, la patria del ciclismo europeo, le mulattiere e il pavè delle Fiandre e della Vallonia erano già finiti in mano nazista, mentre il nostro paese attendeva solo l’occasione di maramaldeggiare un po’ i vicini d’oltralpe e di rimediare la figuraccia delle reni alla Grecia. Fausto Coppi era il gregario di Gino Bartali, capitano della Legnano e vincitore delle edizioni del 1936 e del 1937. Le ambizioni del capitano vennero rapidamente frustrate da un cane che gli attraversò la strada provocando una rovinosa caduta, nella seconda tappa che portava da Torino a Genova. Il responso dei medici diceva: “femore incrinato, Gino devi stare a riposo”, ma noi già lo immaginiamo rispondere in toscano “non se ne parla”, e Bartali, contro il parere dei medici e con la classifica generale ormai compromessa continuò la corsa. Altri tempi, altri uomini. Quel povero cane probabilmente non avrebbe vissuto ancora tanto a lungo, e lo avrebbe fatto senza conoscere il ruolo cruciale che aveva svolto nella storia dello sport italiano e mondiale. Ok, direte che molto probabilmente anche se glielo avessero detto non avrebbe capito nulla, essendo lui, chiaramente, un cane, ma tant’è.

All’alba dell‘undicesima tappa, che da Firenze portava a Modena, Enrico Colli, scalatore piemontese indossava la maglia rosa, mentre Viletti e Bartali, i favoriti della vigilia erano ormai irrimediabilmente lontani. E’ un tappone appenninico di quelli duri, con quattro salite, tra cui la classica ascesa dell’Abetone, ancora oggi molto spesso prima cartina tornasole delle condizione di big. A otto km dalla cima dell’Abetone, Fausto Coppi si presentava al mondo con il primo di una lunga serie di scatti, la prima delle centocinquantuno vittorie che lo avrebbero reso probabilmente lo sportivo italiano più importante della storia. Scollinò dall’Abetone con 7” secondi di ritardo su Cecchi; mentre al termine del Barigazzo, a 76 km dal traguardo, aveva già accumulato un vantaggio di 2’40 su Cecchi e 3’10” su un Bartali in rimonta. Da lì in poi Coppi sarebbe rimasto da solo, una condizione che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera. Al traguardo di Modena, il Campionissimo arrivò con 3’45” su Bizzi e Bartali, conquistando quella maglia rosa che avrebbe tenuto fino al traguardo di Milano. Mentre quel ragazzo “segaligno, magro come un prosciutto di montagna” come scriveva Orio Vergani incideva per la prima volta il suo nome nella storia del Giro, Bartali cosa faceva? Dopo aver subito un incidente di tipo meccanico nell’ascesa a Monte Oppio, che andava ad aggiungersi ai disagi dovuti al femore incrinato, Ginetto aveva accumulato sei minuti di ritardo. L’ordine d’arrivo però dice “Bartali secondo classificato”; lascio a voi il privilegio di immaginare le proporzioni dell’impresa del campione toscano.

Al traguardo della diciassettesima tappa ad Ortisei, Bartali tagliò il traguardo davanti al giovane gregario in maglia rosa, e avrebbe chiuso la corsa rosa al nono posto con 46 minuti di ritardo e la gioia di due successi personali. A Milano, il 9 Giugno del 1940, il Campionissimo vinse la classifica finale con 2’40” su Enrico Mollo e 11’45” su Giordano Cottur. L’attenzione degli italiani, per altre ventiquattro ore sarebbe stata tutta sua, come l’aveva definito ancora una volta Orio Vergani, “quell’aquila, rondine alcione, non saprei come dire, che sotto alla frusta della pioggia e al tamburello della grandine, le mani alte e leggere sul manubrio, le gambe che bilanciavano nelle curve, le ginocchia magre che giravano implacabili, volava, letteralmente volava su per le dure scale del monte, fra il silenzio della folla che non sapeva chi fosse e come chiamarlo”. L’indomani, il 10 Giugno del 1940, il Duce, affacciatosi dal balcone di Palazzo Venezia, avrebbe preteso l’incondizionata attenzione dell’Italia, e del mondo, costringendo gli italiani, e Fausto Coppi a mettere via la bicicletta per i cinque anni più lunghi e difficili della nostra storia recente.

 

1 commento su “Giro d’Italia 1940, la prima volta del Campionissimo”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...