Marco Pantani: quei giorni di Luglio – Mont Ventoux e Courchevel 2000

Giusto alcuni sabati fa ero in un bar del mio paese, e davanti un paio di pinte di scura, con un paio di amici si discuteva di Storia, quella con la S maiuscola, in particolare del fatto che, nella maggior parte dei casi non si è consapevoli di assistere ad un avvenimento che da lì a cinquanta, cento, o anche duecento anni, sarebbe stato studiato, ricordato con un brivido, o rimpianto con dolore. Invece ci sono quelle situazioni in cui questa percezione è chiara fin da subito, quel concetto che in inglese si chiama history in the making; le generazioni venute prima di noi hanno assistito allo sbarco sulla Luna e all’abbattimento del Muro di Berlino, noi, la Generazione X, abbiamo avuto l’Undici Settembre 2001. Sono sicuro infatti, che chiunque di voi, se dovesse chiedere alla persona che le sta a fianco se ricorda con precisione dov’era, che faceva, e che emozioni ha provato quando per la prima volta sono arrivate quelle terribili immagini da New York, questa persona sicuramente vi sa rispondere con certezza e dovizia di particolari. Lo sport non fa eccezione, anzi, con la sua capacità di regalare in un brevissimo istante emozioni potenti e intensissime, è capace di comunicare la grandiosità di un evento con incisività anche maggiore, segnando profondamente, nella gioia e nel dolore, le vite degli appassionati. Il 9 Luglio del 2006 è una data che tutti noi conosciamo, e celebriamo, anno dopo anno, con nostalgia e con una stretta al cuore; il fatidico minuto finale delle Finals NBA del 1998, quando quei pochi pionieri della palla a spicchi facevano le nottate per il privilegio di vedere His Airness rubare palla, segnare il canestro della vittoria che valeva il sesto titolo in otto anni, l’ultimo prima del secondo ritiro e sentire il nostro Flavio Tranquillo gridare: Michael Jeffrey Jordan a pieni polmoni; questi momenti, chi li ha vissuti, sapeva che avrebbero occupato un posto speciale nella storia dello sport, e perché no, della propria storia.

Il Tour del 2000 di Marco Pantani purtroppo non rientra in questa categoria. Il Mortirolo del Giro 1994, l’epica sfida con Pavel Tonkok sulla strada verso Montecampione e la mezzora rifilata al superfavorito Zulle sulle montagne dell’edizione 1998, i nove minuti rifilati a Ullrich al Tour 1998, Madonna di Campiglio, l’estasi più pura e la caduta più rovinosa, per lui e per noi tifosi quasi allo stesso modo, il tutto nel giro di poche fatidiche ore. Dopo aver toccato il fondo, o quello che allora credevamo fosse il fondo, il Pirata tentò la risalita. Cercò di rientrare nel ciclismo che conta, ma non nel cuore dei tifosi, non ne aveva bisogno, da lì, non se ne era mai andato. Siamo in Francia, il Tour è quello del 2000, quello che sarebbe passato alla storia (stavolta con la s minuscola e qui perdonatemi un po’ di faziosità) come il secondo dell’era del cannibale texano, e le strade sono quelle che lo hanno consacrato, anche se per una volta non si sarebbe passato nelle Sue strade, le rampe dell’Alpe d’Huez. Il Pirata non cominciò bene quella Grande Boucle, nelle prime frazioni e sui Pirenei accumulò distacchi importanti, e dopo il Giro d’Italia passato al servizio di Stefano Garzelli, sembrava il preludio ad un’altra corsa a tappe deludente, un ulteriore prova di colpevolezza di Pantani, che stava dimostrando che, senza l’aiuto della chimica, non era altro che un corridore normale. Ma poi arrivarono le giornate del Mont Ventoux e di Courchevel. Fu come salire su una macchina del tempo, ed essere ritrasportati sul Mortirolo nel 1994 al primo capitolo dell’epopea del Pirata, fu liberatorio, tutta la rabbia, la frustrazione, la delusione di due anni di delusioni sportive, e per Marco soprattutto personali, trovavano finalmente uno sfogo. Erano gli anni di Lance Armstrong, da appassionato sapevo che non si era mai visto un corridore di quel genere, gelido, calcolatore, affamato, stilisticamente perfetto e praticamente imbattibile su ogni superficie. Marco invece arrivava da due anni difficilissimi, ed era l’underdog che infiamma i cuori dei tifosi, il Rocky Balboa opposto allo strapotere dell’Apollo Creed in maglia US Postal, e in quei giorni divenne il protagonista di quelle storie di ricatto e redenzione che tanto ci piace ascoltare, narrate magari dalla voce di Federico Buffa.

Lo scenario lunare del Mont Ventoux fu il palcoscenico del primo capitolo di questa meravigliosa, triste e breve saga. Quel Mont Ventoux, la cui ascesa fu narrata per primo da Francesco Petrarca, e dove Tommy Simpson, un altra ferita aperta lasciata da questo sport, terminò la sua corsa; con le sue rampe desertiche, quelle pietre accecanti e quell’assenza di ombra che ti toglie il respiro solo a pensarci, è luogo infernale, ma anche occasione di riscatto, ma soprattutto di espiazione. Fu dove Marco riconquistò il cuore degli italiani. Lance Armstrong, che in passato aveva manifestato stima per il corridore romagnolo, cercò di sminuire l’impresa del Pirata, dicendo quello che tutti sapevamo, ma che non c’era nessun bisogno di dire a voce alta, e cioè che la vittoria di Pantani era arrivata solamente perché Lance gli aveva lasciato tagliare il traguardo per primo. La magnanimità ipocrita di chi è il più forte, sa di esserlo, e ci tiene a farlo pesare a tutti gli altri, i comuni mortali. E’ la prima volta che il velo intorno alla figura da miracolato di Armstrong comincia a sollevarsi, e comincia a trapelare l’uomo senza pietà che avremmo imparato ad amare/odiare nel corso del suo regno in terra d’oltralpe.

 

Quattro giorni dopo, Marco e con lui non solo i tifosi, ma anche il resto del gruppo, si prese la sua rivincita. Sull’ascesa finale a Courchevel, il Pirata scatta ripetutamente, seguito dall’idolo di casa Richard Virenque (un esempio se ce ne fosse uno, di personalità forte, che riuscì a superare con successo lo scandalo Festina e a ritagliarsi una seconda parte di carriera dignitosa e ricca di successi), e lui, la maglia gialla, Lance Armstrong. I ripetuti scatti di Pantani continuano a trasportarci indietro nel tempo, e permettono al Pirata di rimanere da solo con il suo rivale. A 5 km dal traguardo, dopo che i due vennero raggiunti da Robertino Heras e da Javier Otxoa, Marco diede la sferzata decisiva, che gli permise di raggiungere e superare Josè Maria Jimenez (curioso come questa storia continui ad intrecciarsi con le vicende più tristi e drammatiche che ci ha regalato questo magnifico sport, e stavolta è il turno del campione spagnolo, che ci avrebbe lasciato giusto due mesi prima del Pirata) e arrivare sul traguardo, da solo, con 51 secondi di vantaggio su chi lo aveva umiliato.I maligni dissero subito che Armstrong lo lasciò partire, ma io non voglio crederci. Ho visto e rivisto quelle immagini, e conosco Lance Armstrong. Ho visto quell’uomo lasciar partire Joseba Beloki, lasciargli prendere 100 metri di vantaggio e poi letteralmente sverniciarlo, senza che ce ne fosse alcuna necessità, forte di almeno 6 minuti di vantaggio. No, Lance non ne aveva, e Marco, quel giorno, il 17 Luglio del 2000, staccò il corridore che avrebbe plasmato a sua immagine e somiglianza i successivi sette anni di ciclismo.

 

Il giorno dopo Pantani provò a ricucire lo strappo in classifica, partendo da lontano, una di quelle imprese belle come un passaggio della Cometa di Halley ma altrettanto rare, e Marco fallì. La difficoltà dell’impresa e la dissenteria lo fermarono, e l’uomo che per quattro giorni era diventato Dio, tornò uomo. Una nuova fiducia si era insidiata nei nostri cuori, che Marco, anche se forse non sarebbe mai stato più quello del 1998, ma che avrebbe continuato a regalarci emozioni violentissime come quelle di quei cinque giorni del Luglio 2000. Allora non sapevamo, non potevamo sapere che quelle sarebbero state gli ultimi arrembaggi del Pirata. Gli anni successivi sarebbero stati terribili, il Giro del 2003 sarebbe stata la sua ultima grande corsa, chiusa con un dignitoso tredicesimo posto e un paio di scatti sulle Dolomiti, ma sono immagini quasi sbiadite nella mia memoria. La Storia, stavolta nuovamente con la S maiuscola ci era passata a fianco, e noi eravamo ciechi, troppo felici, orgogliosi per accorgercene. Oggi non ci restano che i filmati su Youtube e i nostri ricordi, che allora, troppo impegnati a viverli, non eravamo riusciti a goderci pienamente. Adesso vi saluto, dopo aver visto questi filmati e scritto queste parole, vado a rileggermi l’articolo che Gianni Mura, uno dei suoi più grandi tifosi, scrisse il giorno dopo la morte del Pirata, con queste parole, che so, che ancora una volta, riusciranno a commuovermi:

«Avrei preferito vederlo invecchiare, e bere un bicchiere di Sangiovese con lui, da qualche parte sulle sue colline.»

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...