Fiorentina-Verona, al The Gate San Frediano

Ieri tornavo a casa e pensavo di entrare dentro una chiesa, dentro la chiesa di Santo Spirito, così, per rivolgere una preghiera: non necessariamente alla partita delle sette, ma più in generale per tutto questo, per quasi tutto, per questa vita e queste nostre. Una preghiera che includesse, che le cose si mettessero per il meglio.

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Mentre poi mi allontanavo dalla chiesa in cui non ero entrato pensavo che le cose si definiscono tutte a posteriori, il mio entrare là dentro, il mio non entrarci. Ero stato alla lezione di power yoga delle cinque a cui non vado mai, e c’ero andato per stroncarmi ulteriormente, per aggiungere invece che sottrarre, per fare sì che la stanchezza fosse reale-regnante, un concetto quest’ultimo che avevo ritrovato nella mia memoria, a cui spesso attingo, ma spessissimo no.

La Fiorentina vinceva nella serata dei fantasmi. Che questi fossero reali, immaginari o simbolici poco importava. Batistuta, Toni, Romulo e Mario Gomez là ad agitarsi: tutti fantasmi, eppure diversi. Cos’è un fantasma, provavo a ripensare. La teoria del fantasma. Che noi viviamo circondati da figure che si agitano in tribuna tutto il tempo, solo che in parte sono consapevoli del loro essere diventate qualcos’altro da quello che furono. Ci accompagnano, ma sono altro.

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Lo spiegava quel tale, in quel libro che poi ci fecero anche un film, ma non lo ricordavo più. Si chiamava Solaris e a volte mi era capitato di citarlo a sproposito. Ci sarebbe stato da dire di più e da dirlo meglio. E’ vero.

 

C’era la statua imbolsita di Gabriel Omar in tribuna, segno zodiacale acquario ovviamente, che era nato lo stesso giorno di una vecchia Giulia del passato, o giu di là, forse il giorno di Tommi Bonagura, addirittura, altro fantasma eccellente del mio passato ancor più remoto. Invece in campo c’era Luca Toni e fulmini, c’era anche il vecchio Romulo che aveva avuto una relazione clandestina con Elisabetta Canalis, proprio lei, ed era amante della pesca, nel senso della disciplina, non del frutto, questo per davvero. I ricordi si confondevano e sovrapponevano.

 

Romulo segnava un gol ma non esultava. Borja Valero ne segnava due, in definitiva i primi venti minuti erano un casino di gol a caso che ci facevano male gli occhi, al The Gate, come se fossimo stati sul computer troppe ore, nei mesi precedenti. Succedeva di tutto, gol su gol, gol di uno poi un’altro pareggiava, i portieri sembravano tutti scarsi al mondo, scarsi e soli, quindi anche il nostro con quei braccini secchi lo sembrava un po’ di meno.

 

C’era Mauro al The Gate come sempre che aveva il tavolo suo riservato e una targhetta a confermarlo, come i morti pensavo io; c’era il giovane scrittore fiorentino e c’erano calcianti del passato, c’era il pubblico delle grandi occasioni, lo Stadio pieno, tutti i vecchini con le guance bluastre e noi, io e Lapo là nel mezzo un po’ coccolati da questi scrittori, da questi nonni che ci facevano spazio, su venite qui piccini, che avete fatto, che siete così stanchi. Era stata la lezione di power yoga, erano state molte cose, fatto sta che la partita per fortuna si rilassava un po’ con il gol di Vargas il quale semplicemente aveva il merito di lanciarla dalla parte giusta.

 

Potevamo rilassarci un attimo mangiando gli hamburger, poi i pop-corn del micro-onde, poi non succedeva niente per un pezzo che si era fatto un gol ancora su rigore e si stava sul 4 a 2 e sembrava che le cose potessero andare bene e lisce come mai accade, infatti la partita si riapriva ed era tutto un inseguire il pallone, si era in undici contro dieci, ma si soffriva come dei cani e c’era di nuovo da muovere veloci gli occhietti sul televisore, la testa inclinata in su a trenta gradi, le squadre in affanno e Luca Toni là davanti, Batistuta a vegliare e in definitiva una serata che alle nove si diceva conclusa, con tutti i fantasmi ancora intorno.

 

Non era successo il temuto patatrac, lo scongiurato disastro che tutti ci eravamo aspettati, e ce lo eravamo aspettati in realtà per scaramanzia, che ad oggi prende il nome di psicologia inversa. La partita era finita, la serata anche: noi andavamo verso casa e salivamo le scale con la musica di Luca, il vicino di casa decelebrato, come un’oscura maledizione: Gianna Nannini cantava ancora, Miles Cyrus e non so quale altra robaccia.

 

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S.Lisi

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